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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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L'invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo
2. Il Papa è bianco, immenso

Pubblicando il primo capitolo dell'incipit de L'invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo, avevo domandato a tutti i Miserabili Lettori se la cosa disturbava o sembrava una cazzata. In meno di dodici ore, queste sono le cifre delle reazioni dei Miserabili Lettori: 122 (mentre scrivo, 125) mail di persone che sono interessate alla lettura di questo feuilleton da Web. Una parte di coloro che mi hanno scritto è perplessa rispetto all'uso dei nomi reali e soprattutto teme un nuovo stupro mediatico (in chiave minore, ovvio) del povero Alfredino. Non ho potuto rispondere e mi permetto di ringraziare qui tutt* coloro che mi hanno inviato una mail. Preferisco ragionare dopo la pubblicazione del testo e, se vi va, ricevere reazioni durante. La mail è sempre quella: giuseppe.gennaat.giffastwebnet.it.
Quindi, ho deciso di proseguire la pubblicazione di questo inedito. Il libro verrà pubblicato a puntate. Reitererò, per ogni puntata, la copertina, che è per me molto importante, e inserirò un indice con i link alle puntate precedenti. Alla fine, editerò il tutto in formato pdf.
Tenete presente che il libro è scritto per circa un quarto. Siccome da qualche giorno ho iniziato la stesura del romanzo che uscirà per i tipi Tropea (sul quale pubblicherò alcune riflessioni in corso di stesura), probabilmente non avrò tempo di completare in anticipo L'Invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo. Ciò non è fondamentale, vista la struttura del libro. Appena avrò concluso il nuovo romanzo, prenderò a scrivere L'invasione degli ultracorpi giorno per giorno, chiedendovi anche lumi e aiuti, se avrete voglia di darmeli.
Vi voglio bene, a tutti, indistintamente, e vi auguro buona lettura.

giuseppe genna

L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI
A CINISELLO BALSAMO

di

Giuseppe Genna


Puntate precedentemente pubblicate:

1. Alfredino


2.
Il Papa è bianco, immenso

Il Papa è bianco, è immenso.
Piazza San Pietro è bianca, immensa. La folla ondeggia nel saluto.
Il Papa incede. La tiara è enorme, accecante. La mano guantata femminea saluta nell’aria.
L’aria di maggio odorosa di gelso e biancospino insuffla di traverso le colonne del porticato: è tiepida come una guancia.
Le guardie del corpo sono vestite in nero, pallide, i capelli neri, l’auricolare, gli occhiali da sole, la mano sinistra al fianco sul calcio delle pistole.
Il veicolo su cui il Papa sta è una mehari bianca: incede automatica e molto lenta, come un tapis roulant, come una scala mobile ma orizzontale.
Le gemme abbagliano investite dal sole.
O Padre, hai costruito la tua casa sulla sabbia.
La ragazzina con i capelli lisci e lunghi, neri, e il nastro sulla fronte, come una volta i figli dei fiori, è ai margini dell’immensa piazza bianca. Si chiama Emanuela, si chiama Orlandi. E’ lì.
E’ il tredici maggio dell’ottantuno: mercoledì. Accanto al mercoledì, nel tempo di Dio, soffiano di lato le Ceneri.
Il Papa è giovane e sta bene. Scia. Ha peli grigioferro, spessi, come filo di ferro, sul petto largo. Biascica la lingua italiana, come uno sciatore che non cammina sulla neve ma scivola trasportato da sé e dal vento.
Questo Papa incontra resistenze, come quando si scia nella discesa folle, nella pista nera, nel pericolo a perdifiato.
Al Papa piace sciare perché è come tornare bambini. Questo Papa sente di dovere tornare bambino.
La mehari bianca con le guardie al seguito sta per iniziare a compiere la quinta svolta su di sé, il secondo giro della piazza, come a un torneo, a un palio, alla recrudescenza di una malattia.
La folla si agita. CL ha disseminato le spille “Solidarnosc” sui petti delle giovani reclute. Dove sono gli stendardi si vede che si agita il vento. Emanuela Orlandi pensa alla sua chitarra e va via, nella sua casa portineria. Alfredino Rampi, che ancora non è morto, a molti chilometri di lì si avvicina alle assi corrose di legno nel prato.
Mentre saluta con il braccio come un tergicristallo, il Papa improvvisamente avverte una folata fredda. Si sente nudo.

Qualche mese addietro, c’è una piscina. L’acqua è immobile, perfetta, perfettamente linda, investita dal sole. La piscina è uno specchio al cielo. Il Papa sale la scaletta di alluminio, accede al trampolino, inspira forte l’aria calda e tranquilla della tarda mattinata. Vede lo scintillio degli alberi. Il Papa allarga le narici, sente il sole penetrare i pori, scosta la chioma bianca dalla fronte larga, libera, spaziosa. Un esperto di fisionomica in Polonia aveva detto direttamente a lui, ai tempi in cui nemmeno era cardinale: “E’ la fronte di un pensatore. E’ la fronte di un uomo le cui azioni vengono fatte collimare ai pensieri. E’ uno stratega, è paziente, è cinico e spietato. Farà strada, forse diventerà Papa” e tutti avevano riso. Il Papa se lo ricorda, mentre scosta i capelli lindi e bianchi, fili d’argento in sospensione nell’aria immobile. Fissa lo sguardo nella piscina. La superficie dell’acqua riflette tutto. Il Papa allinea in orizzontale le braccia, poi in verticale. Socchiude le palpebre in concentrazione. Si flette sulle ginocchia. Le palme dei piedi aderiscono al legno bianco del trampolino. Un refolo d’aria agita i peli del pube, fa rabbrividire i genitali.
Il Papa è nudo.
Si sta tuffando.
Dalle chiome degli alberi fuori Castel Gandolfo un teleobbiettivo scatta foto compromettenti.
Il fango del gossip schizza sul paramento bianco: è una tragedia.

Qualche giorno dopo il tuffo segreto del Papa nudo, le redazioni giornalistiche in Italia impazziscono. I responsabili iconografici vengono contattati da prestanome, intermediari, ambigui figuri: tutti avanzano una proposta sconvolgente, le foto del Papa nudo. I direttori vengono svegliati a orari impropri. Nessuno sa cosa si deve fare. I politici di spicco sono allertati. Fibrillano le linee telefoniche col Vaticano. Il portavoce del Papa nasconde isterismi violenti in conversazioni insidiose, ipocrite, vellutate.
Si va avanti così, per ore.
Nessuno pubblicherà le foto del Papa nudo.
All’improvviso gli intermediari, i prestanome tacciono.
Qualcosa è accaduto.
Si è fatto avanti un compratore.

Il mondo del giornalismo è nel buio, accecato: nessuno sa che cosa fare. I politici brancolano nel buio. E’ buio pesto per qualche istante nei gran saloni del Vaticano.
Chi ha comprato le foto nude del Papa?

L’accordo viene stretto all’immediata. Il compratore delle foto del Papa nudo (compresi gli originali, i negativi, nessuna copia fuori dell’accordo, a peso d’oro) può accedere al fortilizio vaticano.
E’ un uomo posato, indossa occhiali, il passo pacato, percorre le sale, i tappeti, gli androni, i corridoi amplissimi. E’ accompagnato. Alti prelati gli sono accanto. Lo guidano. La tenia percorre gli alveoli dell’immenso intestino vaticano.
All’improvviso è solo, di fronte al Papa.
Il plico (una cartella cartonata e sigillata come i referti delle radiografie) passa dalla mano femminea dell’uomo pacato alla mano femminea del Papa seduto. Si pronunciano poche parole. Quelle foto sono un regalo. I regali stringono i lacci di un ricatto: inducono dipendenza, configurano la schiavitù del dono. Introducono la liceità, e anche il suo contrario.
L’uomo pacato inarca lievemente le labbra, poi parla: “Santità, se L’hanno fotografata da un albero, senza che nessuno si accorgesse, potevano da quell’albero spararle. Mi permetta di offrirLe un consiglio: rafforzi la Sua guardia. Mi permetta di offrirLe un supporto di guardia. I miei uomini sono a Sua disposizione”.
Si parla ancora un poco.
Poi l’uomo pacato viene congedato, esce. Quell’uomo è Licio Gelli.

Qualche mese dopo.
Il Papa incede nella folla. E’ un oceano di rumore, di vocio, di sciabordio festante. E’ un oceano di silenzio. E’ un boato di silenzio. La mano guantata e bianca del Papa è inclinata e pendola nell’aria bianca.
Ecco il boato.
La quarta profezia di Fatima è un proiettile che perfora il tempo, dal momento della pronuncia a questo istante qui, precisa, rettilinea, diretta.
Lo sparo ha sparato. Il colpo è esploso dalla folla, da una mano incerta, il polso piegato, olivastro. La pallottola è partita.
La Chiesa sta morendo. Il Papa è nudo. E’ l’ultimo Papa. La profezia ha detto il vero. La profezia colpisce l’ultimo Papa come un uomo nudo esposto all’ultimo colpo.
La pallottola entra nel tempo e lo dilata. Guardate i volti tesi allo spasimo. Guardate le bocche semiaperte o spalancate. Guardate la mano immobile nell’aria del Papa, il suo sguardo inebetito nell’istante dilatato. Guardate il ginocchio piegato e il tallone sollevato e il lembo della giacca immobile nel vento della guardia del corpo vestita di nero alle spalle del Papa. Ascoltate il silenzio dell’attimo espanso. Seguite la traiettoria del proiettile argentato, vibratile nell’aria, l’unica cosa che si muove qui.
La fine è certa. Il cuore ha terminato la sistole, è pronto a rovesciarsi in diastole. La pallottola avanza secondo destino vibratile diritta verso il cuore dell’uomo.
Improvviso accade qualcosa.
Osservate dall’alto quella tenda di luce sopraffina azzurra come una piccola boreale scuotersi dentro l’aria. Osservate quel manto azzurrino fatto di luce azzurra nell’aria bianca immobile. Sotto nella piazza di San Pietro sono tutti immobili, è tutto immobile, tranne la pallottola che raggiunge il bersaglio. Osservate quel soffio di aria luminosa azzurra, istantaneo, pneumatico: scende. Scende verso il selciato calcinato della piazza. Gli umani ne sono investiti, sono immobili, è istantaneo, è più veloce del tempo fermo, non si accorgono di nulla. Il manto di vento di luce boreale è un soffio che avvolge il proiettile, il proiettile penetra, la luce avvolge e distorce, è un vuoto dentro un vuoto, è un utero che porta chissà dove verso chissà quale interno.
La pallottola devia.
Impercettibile l’angolo di correzione.
La pallottola raggiunge non il cuore, bensì l’intestino dell’uomo.
L’uomo è salvo.
Il Papa crolla, salvo, non è l’ultimo Papa.
Quell’aura boreale azzurra è la Madonna.

Quando lo spettro di Alfredino raggiunge ventitré anni dopo nel novembre il paese di Cinisello Balsamo (MI), dove avverrà l’Incontro, lo stesso uomo, lo stesso Papa, scosso dalla depressione del parkinson, dal tremito, dall’impossibilità e dalla crepa, curvo, spezzato ad angolo retto, la testa tonda e il collo smagrito e vizzo orizzontali come la tartaruga, sta balbettando sillabe liquide, nessuno capisce, è roco, sta dicendo parole svuotate di salvezza agli altri.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 14 Dicembre 2004

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