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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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L'invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo

Due anni fa contattai Giulio Mozzi in qualità di direttore editoriale di Sironi e gli proposi un libro. Quel libro non fu mai pubblicato nonostante Mozzi, pure messo di fronte a difficoltà intriseche al testo (soprattutto molteplici rischi di subire cause), avesse accettato con entusiasmo. Se il libro (specie di piccolo romanzo esploso) non vide mai la luce, la colpa fu mia e solamente mia.
Doveroso dire, anzitutto, che non si trattava di un titolo che avrebbe venduto. Quand'anche lo pubblicassi ora, non verrebbe acquistato da più di tre o quattrocento lettori. Non è nemmeno un testo che afferisce alla letteratura suppostamente "alta". E' un libro: punto e basta.
Questo libro è rimasto nel mio pc, scritto per nemmeno un quarto. Il titolo è L'invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo ed è la storia di un film che uno scrittore di nome Giuseppe Genna e un regista di nome Gilberto Squizzato si preparano a girare a Cinisello Balsamo, un paesone dell'hinterland milanese. Il protagonista (non del film, ma del libro) è lo spettro di Alfredino Rampi [nella foto distorta], il controprotagonista è un politico e affarista milanese, il cui nome venne rinvenuto a poca distanza da quello di Silvio Berlusconi nella lista degli appartenenti alla loggia di Gelli.
Se la cosa vi va (attendo reazioni), inizierei a pubblicarlo a puntate, esclusivamente sul Web. Sappiatemi dire se vi interessa, non esitate a contattarmi via mail (ggaml.gif).
Intanto, inizio con la pubblicazione del primo dei tre capitoli dell'incipit.
Se non ottengo particolari reazioni, smetto subito, lo giuro.

L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI
A CINISELLO BALSAMO

di

Giuseppe Genna



PRIMA PARTE
ANNUS HORRIBILIS '81


1.
Alfredino

Il bimbo crollò dentro nel buco, da qualcosa spinto.
Il dodici di giugno, l’anno il millenovecentottantuno, è venerdì. Il crepuscolo tarda a invadere i campi. L’erbamedica è immobile nella calura del tardo pomeriggio. Il bambino corre, il fiato manca, corre, il fiato che sembra mancare continua a esserci. I genitori non si amano. La maglietta è a righe: bianche e rosse. Non c’è nero attorno. Il bimbo ha gambe magre, legamenti flessuosi, capezzoli dolci e molli. Non avviene niente, sembra. Le mangrovie sono in India flessuose e strane, pronte al prossimo pomeriggio. Il mondo andrà avanti. Il bimbo corre avanti. La sterminata dolcezza del miele, del pomeriggio, dell’uomo. Non si vede niente. Niente è buio, la luce inizia la lenta svolta verso l’ovest. Con i nostri sogni andranno uomini a ovest. Il tragitto della luce è il tragitto affannato di questo bimbo, la maglietta a righe bianco e rosso. Improvviso, si spalanca il nero.
Il buco è molto stretto, è molto profondo.
Nel pozzo scende il corpicino, rovina.
Il grido è strozzato, è incredibile, non è vero.
Non è vero niente.
E’ un imbuto che lo contiene appena, questo bimbo.
Smotta, il fango puzza, nel pozzo è marcio tutto.
E sta finendo, rapido, qui le parole rallentano, ma tutto è rapido, non sembra neanche vero.
Qualcosa ha spinto.
E quindi va veloce tutto d’un fiato al centro della terra.
Questo colon della terra, percorso al contrario, lo conduce alle viscere della terra. La terra fa due cose: espelle, ingurgita. Qui la terra sta facendo cosa?
E il bimbo urla soffocando nella mota dentro il buio…

La madre annusa l’aria e chiama. Ulula, la madre, come la lupa. Il nome si diffonde nell’aria preserale. Raffredda. Le onde radio del nome gridato si irradiano in superficie. Il bimbo è sotto la superficie. Le madri sono lupe.

Di colpo sono diciotto ore di diretta, la prima volta, a reti unificate. Il signor Piero Badaloni, il signor Emilio Fede, sussurrano comprendendo nel dolore il dolore di tutti e abbracciando. La madre-lupo è china che parla nel megafono all’imbocco del buco.
Il pozzo artesiano è stretto e lo tiene in sé.
Il bimbo rantola. La voce si sta spegnendo. Il bimbo è sempre più idiota.
Arriva il presidente, della Repubblica, Pertini.
Si tentano di ogni.
Il pozzo artesiano è verticale e stretto, il corpicino si è arrestato, incastrato in una nicchia di fango secco, tutto bagnato, attonito.
Attorno sono luci artificiali che permettono di guardare, ma non dentro nel buco.
Non si può scavare verticale un pozzo parallelo: il terreno è morbido, è dolce, e non compatto, è burro, sembra torba, e smotta, va a uccidere il bambino scavare un pozzo parallelo. Non si sa che fare. Forse bisognerà accettare che muoia.
Le tv si scatenano per la prima volta nel Paese.
Questo non è importante se la voce del bambino a singhiozzi dice che ha freddo.
Si tenta senza macchine: si calano uomini.
Sono uomini molto piccoli, e deboli. Pesano poco. Sembrano bambini. Si cala anche un fantino. Si impara che nel mondo c’è ‘speleologia’. Si cala un piccolo uomo sardo, speleologo, un sardo alto un metro e trentadue, che pesava quindici chili è sceso giù. Alle cinque del mattino è tornato sopra, senza il bambino, nelle voragini della terra.
Nessuno domanda se è stato qualcuno. Nessuno chiede: è stato spinto?
Alle sei del mattino il bimbo muore.

Muore così.
C’è un modo per morire, si muore soltanto in questo modo.
Ecco, accade.

Il bimbo si addormenta piano piano, non sente più freddo, il respiro si assopisce, due canali iniziano a irradiare, dal basso verso l’alto, e ritorno, dal coccige alla sommità del cranio e viceversa, nel ventre cavo e molle e dolce. Un canale è bianco, l’altro è nero. Si uniscono in un puntino invisibile che si apre verso l’interno. E’ rosso. E’ come cadere dentro in un pozzo mentre si corre. Si vede tutto. All’improvviso si esce dal proprio corpo. E’ una cosa improvvisa e sconcertante. Bisogna domandarlo a quelli che sono morti. E poi sono tornati, dentro il coma, ne sono usciti. Loro dicono: è così, vedevo tutto, sentivo tutto, quello che i medici dicevano, la mia mamma a fianco del letto che piangeva. Poi sentivo che ero risucchiato indietro, stavo così bene!, era così dolce!, era come cadere ma verso l’alto! Sharon Stone addirittura ha visto i due suoi bambini abortiti, lì, risucchiata indietro verso l’alto. Poi è tornata. E ha detto tutto.

Il bambino spacca la fontanella del cranio, esanime si rilascia il corpo, ecco il flusso, fatto di soporifero stare bene, ecco che si separa da respirare. Si vede: vede sé. Le pareti del pozzo artesiano sono in effetti molto strette. Lo spirito del bambino è una sostanza bianca e opalescente, lunga e magra, che sale come un’ombra luminosa, nessuno può vederla. Quando muore definitivamente le telecamere non ci sono più, così lo spirito del bambino non viene impresso sulle pellicole, sale, va a visitare la casa deserta dove abitava, sua madre stremata dal pozzo artesiano che singulta e urla piano, e il padre muto e inefficiente, fermo lì, a non fare niente, in piedi, solitario. E il Paese tutto e il presidente. E poi ritorna nel pozzo artesiano, lo spirito biancastro del bambino morto.
Lui sa, qualcosa lo ha spinto.
Questa è la sua pena.
Nessuno ha fatto quella domanda.
Lui sa, qualcosa sta accadendo, questo Paese nel mondo.
Veglia il corpicino inanimato, piccola bambola che è stata di carne e ossa e spirito. E’ molto in pena. Si sposta velocissimo se vuole, nello spazio e nel tempo: non lo fa, sta accanto alla bambola di carne e di ossa del suo corpo morto.

Dopo settimane un pescatore all’uscita di una grotta dove scorre il torrente vede un blocco di ghiaccio che è sporco di terra e fango. C’è del bianco, ci sono righe rosse e bianche, c’è anche nero, dentro quel blocco di ghiaccio.
Il pescatore urla.
Ripescano il cadavere di Alfredino Rampi dopo settimane, smottato dentro il pozzo, ghiacciato, trasportato dalle acque come in un cestino fatto di ghiaccio che pare vetro.

Lo spirito bambino di Alfredino non sa più dove andare. Nessuno lo vede, nessuno lo ascolta.
Comincia a peregrinare.
E’ il 1981, sabato, il 13 di giugno.

Arriva dove accadrà l’Incontro, a Cinisello Balsamo (Mi), che l’ottobre ventitré anni dopo entra in inverno, provenendo dal Pavese, fatto di nebbia anche lui, aggirandosi nudo e bianco per i paesi in ombra di questa Italia.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 13 Dicembre 2004

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