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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Desiati: Le luci gialle della contraerea

desiati_autore.jpgdesiatipoesiacover.jpgMario Desiati è uno degli autori che spiccano in questo presente letterario italiano. Poeta, narratore e critico, esprime in sé tutte le novità che stanno imponendo diverse scritture e idealità potenti in una rinnovata tradizione, che si sta facendo: si sta facendo oggi, sotto i nostri occhi. Desiati è stato in grado di esprimere a 360 gradi questa vocazione polimorfa, irresistibile e necessaria: stiamo parlando di un uomo che dispone di una vocazione a scrivere. E' redattore di Nuovi Argomenti, ha scritto e pubblicato uno dei romanzi più belli degli ultimi anni (Neppure quando è notte - peQuod), viene ora antologizzato in Nuovissima poesia italiana, a cura di Cucchi e Riccardi (Oscar Mondadori). In questi giorni esce la sua raccolta di versi Le luci gialle della contraerea (LietoColle), che conferma quanto si sapeva già: Mario Desiati è un patrimonio acquisito della letteratura italiana contemporanea, questo libro è splendido, questa è la poesia.

Non so bene come comunicare l'entusiasmo che mi hanno dato i testi poetici di Desiati e, per tentare suddetta comunicazione, comincio laddove è improbabile cominciare, cioè dal titolo. Il titolo dice molto: è un incipit anticipato. Perforando il titolo, spesso, ci si trova al centro del libro - sicuramente in questo caso ci si ritrova nel libro, non so se al centro, comunque nel libro.
Le luci gialle della contraerea
è un verso che fa schifo: cioè, farebbe schifo ad alcuni. Questi alcuni obbietterebbero che non esiste, in questo verso, una struttura di rimandi interni, a parte una cacofonia di "l", peraltro troppo ravvicinate, quindi irregolari, quindi non belle: Le luci gialle della contraerea. Inoltre l'ultima parola non prosegue questa cacofonia, che quindi non è voluta e, se non è voluta, è brutta. La parola contraerea è brutta pure lei, con quelle tre consonanti che fanno ribbrezzo (ntr) seguite per di più da due dittonghi assurdi, ae ed ea. Insomma, per chi ragiona sui suoni, tutto questo è impossibile. Adesso io tento di ragionare, prima che su Desiati, su questi alcuni che sentono così.
Le parole non sono né belle né brutte. Esse si dispongono ad accogliere le nostre proiezioni, che sono forze psichiche intense e multicolori, di tre tipi: sono proiezioni individuali (dal conscio o dall'inconscio), sono proiezioni collettive (dal conscio o dall'inconscio), sono proiezioni della forza neutra detta coscienza (qualunque attività di coscienza, unita a qualunque corpo, fa emergere evenienze psichiche sempreuguali e semprecangianti, omotetie descrivibili e indescrivibili). Le parole si legano per ritmi, per respiri. L'uomo arriva e prima respira e poi dice che il respiro esprime una norma: si respira così e così, in un certo modo, altrimenti non va bene. Nascono sensi di colpa. Di fronte a questa norma del respiro, alcuni spiriti cagacazzo, enormemente ipocondriaci, si sentono paladini della libertà propria e altrui, impazziscono per dati periodi e spaccano le norme. Subito questa spaccatura delle norme diventa una norma. E via da capo. Questa è una lettura riduzionista, quasi darwiniana, del formarsi di una tradizione letteraria. Non è la prospettiva che prediligo: ciò non toglie che in parte sia effettiva.
L'uomo normativizza anche il bello. Preso dall'angoscia di non capire cosa sia bello e cosa no, e perché sia bello o no, l'uomo ragiona sul bello, il che propriamente non è sentire cosa è bello. Piuttosto che stare nell'incertezza drammatica, piuttosto che aspettare indefinitamente, l'uomo scappa dall'incertezza e ragiona. La mente difende. La psiche totale attende. L'uomo di stile punta sulla mente. Lo stile, per l'uomo di stile, presuppone una consapevolezza di un insieme di norme, che definiscono lo stile. Morale: aspettare no, è una tragedia, quindi via dalla tragedia.
Il caso vuole che, sebbene in Italia la tradizione poetica sia eminentemente lirica, la poesia sia quintessenzialmente epica e tragica. L'epica è indistinguibile dalla tragedia, quanto a psichismo. E' distinguibile quanto a processo di formazione ed espressione stilistica, ma non lo è quanto a psichismo. Sia l'epica sia la tragedia sono espressioni di una fusione di individuo e vasta comunità, divenuti indistinguibili. Sia epica sia tragedia affrontano il tema ultimo: la morte non c'è. La lirica, che enuncia la medesima verità, lo fa diversamente, tentando un'unificazione di individuo e collettività a partire da una distanza accertata e sentita come disagio psichico, come se individuo e collettività appartenessero a sfere lontane, come se mondo e psiche fossero realtà spaccate e la poesia lirica tentasse di sanare la frattura. La lirica tenta di colmare questo divario, mentre l'epica e la tragedia non si preoccupano minimamente di questo che non è un problema: accadendo, dicono implicitamente che questo divario non esiste.
desiatipoesia.jpgTutto questo lungo e un po' palloso preambolo mi serve per dire come sono entusiasta della poesia di Mario Desiati.
Mario Desiati, con Le luci gialle della contraerea, tenta, coi mezzi che ha, che sono sempre e comunque e per chiunque la povertà, di mettersi nel fuoco preciso dell'epica e della tragedia con i mezzi della lirica. Quest'ambizione sarebbe disumana o ridicola, se non fosse sentita profondamente da tutti i poeti italiani contemporanei. Non esiste poeta contemporaneo italiano che non tenti quest'opera: l'epico e il tragico attraverso la tradizione lirica. C'è da intendersi poi bene su cosa sia, per chiunque, l'epico e il tragico, ma la mozione psichica di base è questa: unificare al di fuori dell'unificazione, il pensiero molteplice contro il pensiero unico insieme, un'unificazione che non unifica e non distingue e non mette gabbie ma non libera definitivamente.
La scelta di Desiati, in questo senso, è di tipo apparentemente espressionista. Quella cosa che non sembrava bella ad alcuni, Le luci gialle della contraerea, è più che bella: è tremenda. Il tremendo, in Desiati, è il fuoco del tragico dell'epico e del lirico. Si può comprendere, prima che io inizi a citare i testi interni al libro, cosa sia il tremendo per Desiati: basta sentire l'immagine da cui emerge il titolo. Sono luci, quindi sono diverse ma fatte di un'unica sostanza luminosa, ma sono gialle, quindi è notte, quindi sono luci artificiali, quindi sono fioche o comunque insufficienti a illuminare il cielo nero da cui sta per arrivare il nemico, e infatti sono luci di contraerea, quindi siamo in una posizione di assedio e ci stiamo difendendo e questa difesa depone a nostro favore perché è probabile che comunque subiremo lo sgancio di ordigni dal cielo, che è un luogo dove si pensa che ci sia un dio e invece arrivano strumenti di morte, ma forse no, forse la contraerea sarà efficace e ce la faremo, quindi ci stiamo facendo una domanda in forma di "forse" e questo "forse" è fatto di paura. Stiamo, cioè, aspettando: ciò che la mente non fa e la psiche fa - aspettare.
La super-metafora enunciata col titolo è tutto il libro di Desiati. In questa super-metafora cade l'umano. Non esiste storia d'amore, per esempio, che non sia descrivibile con quella super-metafora. Non esiste colloquio di lavoro, esame universitario, affrontamento dell'annuncio che hai un tumore, attesa per il figlio che sta per nascere, tentativo di rimanere incinte o di fare rimanere incinte, bevuta di Coca quando hai sete, noia la domenica pomeriggio, manifestazione sindacale, studio di un libro, parlare a un amico per dirgli una cosa spiacevole o piacevole, fare una doccia calda, acquistare al supermarket, correre per prendere un tram - che non cadano in quella super-metafora.
Tutto questo potrebbe sembrare un delirio personale di chi scrive. Se non fosse che il libro di Desiati compie esattamente questo gesto iscritto nella super-metafora, continuamente, da capo ogni volta, il che è proprio della poesia: a capo ogni volta, da capo ogni volta.
Se con i testi interni a Le luci gialle della contraerea si compie il medesimo esercizio di ricognizione (che prescinde dalle parole ma sente le immagini da cui le parole emergono), i risultati saranno i medesimi. Ecco per esempio una poesia dalla sezione Poesia alla fermata del Tram. Si badi che la situazione è di attesa. Che cosa si fa alla fermata del tram? Si attende, non si sa quando arriva il tram, c'è paura che non arrivi, questa paura è ridicola ma ciò non toglie che ci sia paura, particolarmente se il tram è scritto con la maiuscola. E' una situazione quotidiana e banale (il titolo è apparentemente, per stare alle etichette di alcuni, minimalista), però lì si annida il tremendo. In realtà, questa attesa che sembra normale è tremenda. Ecco il testo:


Claudia è soffice con il viso pallido del chiaro d'uovo.
S'impossessava dello spazio alla fermata
oscillando sulle gambe lunghe, con le dita che sanno
di tabacco, occhi freddi come compresse effervescenti
il collo che sale come ortica e i capelli che scendono
come la barba del papavero, profumata di gelo
i seni ingombranti sotto il giubbotto come incubatrici
le riaffiorano some residuo di civiltà babelica
è l'altro rosso dell'implosione, forma inopponibile
è l'incastro, il barbaglio della retromarcia
Rita Hayworth, frenetica che annuncia il finale.

Davvero, non me la sento di esercitare nulla su questa poesia. Questa poesia è per me semplicemente memorabile. Ci possono essere tantissimi approcci a questo testo (le ingenuità di un'ideologia stilistica espressionista, i treni fonici che strutturano la durata del testo, i tentativi volontaristici di eiezione immaginale, la grammatica degli spostamenti di sguardo, l'esplorazione del dissonante), però questi possibili approcci nulla hanno a che fare realmente con quanto io sento e io sento che questo testo è memorabile quanto l'ultimo verso del testo è memorabile. O la poesia mi dà questa memorabilità, che mi interroga e mi interroga e mi interroga e ogni risposta non va bene e io sono messo nella posizione di attesa senza accorgermene facendomi domande all'indefinito, oppure la poesia non è.
Le luci gialle della contraerea finisce con un testo incredibile, il quale a sua volta finisce con due versi altrettanto incredibili:

Accanto al tuo cielo non c'è posto per il mio.
E domani l'80 ripassa ancora di qui.

O la si sente o non la si sente. Non so che farci, è così. Saranno cavoli dei critici, nell'80 che domani ripassa di qui (l'anno, il Tram). Non sono cavoli miei. Io mi limito a sentire se c'è, per me, poesia. Qui c'è poesia, cioè, come sempre, c'è la poesia.

Mario Desiati - Le luci gialle della contraerea - LietoColle - 10 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 15 Dicembre 2004

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