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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Pincio: su Oblio di Foster Wallace

pinciodfw.jpgRiprendo la stupenda recensione che Tommaso Pincio ha pubblicato su Alias, supplemento letterario del Manifesto, a proposito di Oblio, la raccolta di racconti di David Foster Wallace appena uscita per i tipi Einaudi Stile Libero [nella foto a destra, due immagini di difficile reperibilità: Tommaso Pincio e un giovanissimo Foster Wallace]. E' talmente denso di nuclei per me importanti, questo pezzo, che domani dedicherò un ragionamento che lo costeggia e tenterà di complicarlo. [gg]

WALLACE NON È «WALLACE»
di Tommaso Pincio
David Foster Wallace è un fenomeno che non ha eguali nella letteratura statunitense. Al di là delle innegabili doti di scrittore, ciò che lo rende davvero unico è come il suo nome sia ormai diventato sinonimo pressoché indiscusso di talento. È ormai impossibile leggere una recensione di un suo libro che non contenga preamboli in cui si rammenta al lettore quale mago della prosa sia David Foster Wallace e di cosa egli sia capace di fare con le parole e come sappia affrontare qualunque argomento con assoluta proprietà di linguaggio e virtuosismo. Il fenomeno si è puntualmente verificato anche in occasione di Oblio (Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, pp. 410, €15), l’ultima raccolta di otto racconti o «romanzi brevi», stando alla definizione che ne dà l’editore nella quarta di copertina.
Ma c’è un fatto ancor più unico se non strano.

Più un recensore cova l’intenzione di stroncare o avanzare riserve, più sembra avvertire l’irrefrenabile impulso di rendere formale omaggio al talento di questo scrittore. È un fatto che dà da pensare. Perché mai tanto insistere sul talento? È perché proprio con Wallace? Si tratta di una semplice coincidenza o c’è invece qualcosa di più problematico nella sua scrittura?
dfwposter2.gifEbbene, si potrebbe cominciare notando che i personaggi di Wallace sono a loro volta talenti. Ognuno ha una qualche dote che li rende speciali, che li eleva molto al di sopra della media nei campi più disparati, dal tennis alla trigonometria e a tante altre cose divertenti che sarebbe però meglio smettere di fare.
Unitamente a una straordinaria abilità in un qualche campo specifico, questi personaggi sono poi accomunati da una vivacità affabulatoria. Parlano più complicato e forbito di un libro stampato, usano in tutta tranquillità termini così tecnici e oscuri da non comparire nemmeno nei dizionari enciclopedici e citano con solenne noncuranza pensieri di Kant e Schopenhauer, manco fossero frasi estratte dai dolcetti della fortuna.
Altra particolarità è che, quantunque estremamente dotati e superbi oratori, sul piano dell’esistenza i personaggi di Wallace si rivelano inetti fatti e mangiati, esseri incapaci di vivere nel mondo reale o meglio in quella esigua porzione di mondo reale non ancora fagocitata dalla gigantesca, onnivora sfera della rappresentazione mediatica. In parole povere, sono il ritratto stereotipato, seppure altamente sofisticato, del genio come mentecatto o depresso e non di rado anche del genio come entrambi ovvero depresso e mentecatto. E dal momento che il tono ellittico e amfetaminico con cui questi personaggi si esprimono è lo stesso usato a profusione da Wallace nei suoi saggi è difficile non vedere in essi tanti autoritratti dello scrittore come genio depresso e forse mentecatto, l’immagine riflessa dell’autore che si fa vittima dei propri talenti e in particolare del più luminoso e tortuoso fra questi: il linguaggio.
Manco a farlo apposta in Caro vecchio neon, una delle otto storie di Oblio, troviamo un personaggio di nome David Wallace il quale preferirebbe non essere infastidito da una vocina interiore che mai manca di ricordagli come ci sia «qualcosa di profondamente sbagliato in lui», in uno che deve perdere un sacco di tempo ed energie per mettere a fuoco «cosa fare e cosa dire per impersonare un maschio americano accettabile o anche solo marginalmente normale», un individuo in bilico tra l’argento vivo dell’apparenza e la zona morta della coscienza, incapace o comunque impossibilitato a conciliare il tipo brillante che sembrava dall’esterno con ciò che dall’interno lo ha indotto a suicidarsi in modo «teatrale».
Il fatto che questo «David Wallace» si tolga la vita e che lo faccia proprio per via del suo talento — per via di una strabiliante capacità di attorcigliarsi con estrema eleganza attorno alle parole, un dono che è la prova provata di come nessuna normalità sia realmente perseguibile — può essere preso alla lettera, vale a dire come il suicidio letterario di uno scrittore che non regge al dolore di non poter raccontare una storia «vera». Oppure lo si può interpretare in chiave allegorica, il suicidio messo lì a rappresentare l’inanità di tutte quelle filosofie, e sono tante, nelle quali il limite tra linguaggio e menzogna è oltremodo sfumato.
Pensare che il suicidio di «David Wallace» abbia implicazioni più terrene, che parli del dolore della gente reale e magari di eventuali suicidi altrettanto reali, è pura illusione. Certo, con la gente comune, «David Wallace» qualcosa la spartisce. Ma se ciò avviene è più che altro per un accidente, perché lo scrittore ci presenta il suo «Wallace» nei panni di un essere umano anziché di un titolo quotato in borsa o una macchia d’unto su una camicia o un qualunque dettaglio inanimato tra le decine e decine che egli classifica in ogni suo racconto. E poco ci manca che «David Wallace» non li vesta davvero, i panni del dettaglio inanimato.
A guardarlo bene in faccia, infatti, questo «David Wallace» non è soltanto un essere umano altamente improbabile. È qualcosa di più: semplicemente non è umano. E non per quello che pensa e che sente, bensì per come pensa e come sente. Se davvero fossero vivi e umani, «Wallace» e gli altri personaggi di Wallace dovrebbero avere un processore di ultima generazione al posto del cervello. La loro umoralità è volatile come quella dei mercati e il dolore che provano implode immancabilmente alla maniera indecifrabile di una bolla speculativa. In questo, non lo si può negare, sono un prodotto del proprio del tempo. Molto new economy, per così dire. Quanto al resto, a un’umanità vagamente credibile, è meglio lasciar perdere.
Le menti dei personaggi di Wallace incarnano la fallimentare apoteosi di un linguaggio che si muove a velocità vertiginose e impossibili da sostenere per un normale cervello umano, fosse anche quello estremamente dotato di uno scrittore di talento. Sostenere che i lunghi, tiratissimi monologhi interiori in cui Wallace eccelle siano flussi di coscienza è un’aberrazione. Nessuno essere umano nel chiuso della propria scatola cranica è in grado di pensare a quel modo. Questi sono piuttosto riflussi, diagrammi di una coscienza che si ripiega totalmente sul linguaggio, linee guida sulle quali impostare un ipotetico software per la simulazione di collegamenti neuronali geneticamente modificati.
Per ciò che rappresentano e per come si manifestano, tanto il talento di David Foster Wallace quanto quello dei suoi «David Wallace» esprimono disagio, ma soprattutto mettono a disagio. L’ossessione con cui i recensori si predispongono a criticarlo e analizzarlo ha un po’ il sapore dell’esorcismo rituale, quasi ce lo si dovrebbe scrollare di dosso il più presto possibile. Ma perché? Cosa c’è di tanto disturbante nel talento?
Wallace è un digressivo, uno che divaga, quindi non è escluso che una delle ragioni sia il timore che un vero «cosa» manchi all’appello. Se così fosse il disagio nasconderebbe il seguente dubbio: tanto talento per nulla? E il vuoto, si sa, non è mai piacevole da accettare. Ancor meno lo è quando ti viene propinato in forma di pieno ridondante. L’autore non fa molto per fugare il dubbio. Anzi, spesso si crogiola proprio nell’esatto contrario. In un modo che è troppo esplicito per non essere premeditato, Wallace predica bene e razzola male. Per esempio, nei suoi saggi ci spiega che l’ironia è il sintomo della disperante stasi in cui versa la cultura americana ma quando «narra» — un narrare tra molte virgolette — non si fa scrupolo di attingervi a piene mani.
A nessuno piace passare per scemo, tantomeno ai critici letterari americani, e siccome è oggettivamente arduo stabilire una volta per tutte se David Foster Wallace «ci fa o ci è» nonché se sia davvero rivelante stabilirlo, i critici mettono le mani avanti. La liquidazione preventiva del talento vorrebbe suonare un po’ come un avvertimento: «Abbiamo capito che a parole sei bravo ma non sperare di incantarci in eterno. Se hai qualcosa da dire, diccela». La verità è che sotto sotto i critici hanno paura di essere incantati se non addirittura imbrogliati, e questo non lo mandano giù.
Purtroppo per loro lo scrittore si è messo in una botte di ferro. Il racconto che ha per protagonista «David Wallace» comincia infatti così: «La mia vita è stata tutta un imbroglio. Non sto esagerando. Moltissimo di tutto ciò che fatto è stato di cercare di creare tutto il tempo una certa impressione di me nella gente. Quasi sempre per piacere agli altri o essere ammirato».
Cosa si può volere di più dalla letteratura? Se un giorno qualcuno dimostrasse che sotto il talento c’è davvero il nulla, Wallace potrà sempre dire che lo aveva già scritto lui a chiare lettere: sono soltanto un imbroglio. Diversamente, si riuscisse a provare che è effettivamente quel genio di cui tutti favoleggiano, simili ammissioni farebbero all’istante ritorno nei ranghi della finzione. Comunque facciano i critici, sono condannati a sbagliare e perciò relegano in un preambolo l’incomodo del talento, poi si vedrà. Del resto queste sono le regole del gioco postmoderno. C’è della sublime ironia in tutto ciò. È così smaccatamente wallaciano.
Esiste tuttavia un modo più obliquo di affrontare il problema. Spesso si sottolinea come i prodromi della prosa digressiva e ironica di Wallace siano da ricercare in un capolavoro della letteratura inglese del Settecento, Vita e opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne. I legami sono in effetti tanti, evidenti, innegabili. Sterne era scrittore maniacale e nevrotico, animato da un’immaginazione a dir poco ondivaga ed errante. Tra le altre cose nutriva una certa propensione a decorare la sua prosa con effetti visivi speciali: pagine nere, scarabocchi, composizioni grafiche e tipografiche — pratiche bene note all’autore di Infinite Jest. Altro dato rivelante, Tristam Shandy è stata la lettura preferita di molti filosofi, primo fra tutti Wittgenstein, al quale Wallace fa ostinatamente riferimento.
Quantunque inacidito dalla malinconia e incline alle iperboli, Tristam Shandy è però un conversatore amabile, uno che nel parlare non dimentica mai le buone maniere. Non per nulla è un gentiluomo. I personaggi di Wallace, specie quelli degli ultimi due libri, sono invece esseri di gran lunga più abbietti, «uomini schifosi» volendo usare una definizione dell’autore. A ben guardare il loro modo di esprimersi ricorda più da vicino il Dostoevskij di Memorie dal sottosuolo, e qui c’è un fatto da non sottovalutare.
Quando era alle prese con la stesura di quella fulminante discesa negli inferi, Dostoevskij era alquanto provato. A quarant’anni da poco suonati, aveva patito il carcere e scampato una condanna a morte, era sommerso dai debiti e stava perdendo la prima moglie affetta da un male incurabile. In quel periodo scrive una lettera al fratello dove racconta in quale stato di disperazione versasse. Dopo essersi soffermato — non molto per la verità — sul dolore per la moglie, con un brusco cambiamento di tono, passa a precisare che tutte le mattina si mette al lavoro, per dedicarsi anima e corpo al «sottosuolo» definendolo una «porcheria» salvo ripensarci dopo manco un paio di righe. Quella lettera è un strabiliante concentrato di ciniche contraddizioni e dimostra quanta poca differenza ci fosse tra ciò che egli era e ciò che stava scrivendo.
Il ruolo della finzione è davvero minimo nelle Memorie delle sottosuolo, non c’è alcun imbroglio. Se qualcuno dei critici così spaventati dal talento di Wallace avesse incontrato quell’uomo girare per le strade di Pietroburgo con lo sguardo rabbioso e allucinato dalla fame, il probabile commento sarebbe stato: «È ormai bello che andato. Ci siamo giocati Dostoevskij». Ebbene, l’uomo sull’orlo del baratro, colui che si riteneva ormai nella «più fonda vecchiaia» e perciò «indecoroso, volgare, immorale», doveva ancora scrivere Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov. Non male per uno che si rende conto che «la situazione è senza via d’uscita».
Ora, ciò che è interessante notare non è che David Foster Wallace non è Fedor Michajlovič Dostoevskij — chi mai potrebbe esserlo in questi tempi? — quanto che «Wallace» non è Wallace. Il sottosuolo da cui parlano i personaggi dei «romanzi brevi» di Oblio, con buona pace di Freud, non è l’inconscio; sono gli scantinati del testo ovvero le divagazioni, gli incisi, i simboli astrusi, i termini tecnici ignoti ai più, le note a piè di pagina. I vari «Wallace» parlano di una disperazione e di un dolore ostentati, sono l’ostentazione della disperazione e del dolore di Wallace, il quale, però, è sì una persona nevrotica e piena di idiosincrasie ma anche amabile, spiritosa ed educata quanto basta. Insomma un gentiluomo dei nostri tempi o meglio di un momento specifico e ben delimitato dei nostri tempi.
Si giunge così al motivo per cui vale la pena di leggere i libri di questo scrittore, talento o non talento. Wallace è un uomo che non può fare a meno di guardare il mondo con gli occhi di un decennio fa. Il che non lo rende meno attuale, tutt’altro. Gli anni Novanta rappresentano il paradiso perduto dell’America di oggi, di quell’America che non si capacita di come Bush abbia vinto ancora una volta, di un’America democratica, politicamente corretta ed esteticamente sofisticata ma comunque perdente.
Tutto era così chic in quel decennio che Stiglitz avrebbe forse fatto meglio a definire «struggente» anziché ruggente. Perfino l’eroina era chic, e ci sono voluti un bel po’ di morti per overdose e un famoso discorso agli stilisti di moda tenuto da un Clinton ormai in procinto di lasciare la Casa Bianca — «Non avete bisogno di rendere glamour la tossicodipendenza per vendere i vostri vestiti» — perché si cominciasse a capire che la festa stava per finire. Poi è arrivato l’11 settembre, il giorno dopo il quale mondo non avrebbe dovuto mai più essere lo stesso.
Sarà, ma nel 1991 un presidente di nome Bush guidava gli Stati Uniti in guerra con un paese chiamato Iraq. Più o meno il punto in cui ci troviamo ancora oggi. Purtroppo la verità non è che Kerry sia uscito sconfitto dalle ultime elezioni, ma che Nixon sia risultato l’inatteso vincitore di quelle del 1968. Da quel momento è infatti iniziata una lenta e metodica opera di erosione di tutto ciò che la controcultura sembrava aver definitivamente abbattuto negli anni Sessanta. La voce di Wallace — seppur nel suo modo cervellotico e un po’ compiaciuto, così letterariamente chic e corretta — ci ricorda che nel nostro modo di opporci al riflusso, di essere dissociati e addirittura di provare dolore c’è qualcosa che non va, così come c’era qualcosa che non andava nell’illusoria parentesi dell’era Clinton. Non è poco fintantoché il sottosuolo non tornerà a farsi sentire come si deve.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 29 Novembre 2004

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