Questa è una recensione che è anche un'intervista. Si può dire che, per me, è un'esperienza. Io non sono un divoratore di libri, ma un divoratore di uomini. Io sono un antropofago assoluto: divoro, degli umani, non soltanto la presenza fisica, mentale e spirituale, ma anche e soprattutto gli universi paralleli che sono l'aura e la quintessenza degli uomini. Per me, questa cosa, detta molto rozzamente, è la letteratura. Per cui ieri ho fatto un'esperienza letteraria. Sono andato da ShaKe Edizioni e ho incontrato Marco Philopat, l'autore di questo capolavoro che è I viaggi di Mel, appena uscito in tutte le librerie. Un romanzo esploso in storie e sguardi tragici e comici, in prospettive esaltanti e preoccupanti, con un'appendice documentale su Mondo Beat, curata direttamente da quello che è il protagonista del romanzo di Philopat: l'anarco-opportunista Melchiorre Gerbino, colonna storica dell'underground sessantino, uno dei creatori della contestazione.
Questo è un libro fondamentale, bellissimo. E lo è perché lo si divora e perché divora: divora tutto, storie aneddoti, imprese epiche, paranoie, finte cospirazioni, amore, sesso, festa, lotta, viaggio, morte, vita, sogno, incubo, liberazione, potere...
Questo libro è mio fratello perché esso stesso, come me, è un divoratore di uomini che si dispone a essere divorato.
Qui inizia l'avventura del signor...
Per intervistare Marco Philopat, io non faccio quello che ha fatto e continua a fare il leggendario, mitologico, paradossale e insopportabile Melchiorre Gerbino, l'absolute character de I viaggi di Mel. Gerbino, detto Ri-ri, detto Paolo, detto Mel, per tutta la vita ha viaggiato. Ha fatto il giro del mondo tre volte. E' un nomade il cui nomadismo coincide con il dominio dell'uomo sul pianeta: ovunque ci sia l'uomo, lì Gerbino c'è stato.
Le Shake stanno a quarantotto metri di distanza in linea d'aria da casa mia. Io non ho dovuto munirmi del necessaire di Mel, il quale si porta sempre dietro un marsupio in cui "chiaramente c'è il passaporto - spazzolino dentifricio e una piccola saponetta per la pulizia delle mani e del corpo che deve essere sempre eseguita con scrupolo - un limone per disinfettare cibi posate e bicchieri - un pennello e tre boccettine con i colori base per dipingere e vendere qualche acquerello... Infine un mazzo di tarocchi - utile per le emergenze - un infallibile sistema per attrarre femmine perplesse... Le donne vanno pazze per gli arcani responsi dell'indovino".
Per fare i quarantotto metri che mi separano da ShaKe, non ho bisogno di questa scialuppa di emergenza esistenziale.
Quindi, trafelato, con in testa i problemi economici, in stato mezzo confusionale, preoccupatissimo e allarmato, esco, svolto in viale Bligny e già vedo il portone dove le gloriose edizioni ShaKe hanno asilo da molti anni.
Vado.
A -46 metri, alla fermata del tram 9 e 29, una signora all'improvviso crolla e tutti l'aiutano, le chiedono direttamente del femore, lei è in stato confusionale, allarmata, ma sta bene.
A -40 metri c'è Punto Caldo, una specie di McDonald's della panetteria, che fa solo certe pizze e certe focacce con la crescenza untissima e, dentro, c'è un tunisino con una latta stracolma di grasso nero e un pennello lunghissimo, e chiede per favore se è possibile ungere la clerque.
A -30 metri incrocio il matto che urla femmineo, urla tantissimo, fa mosse da checca isterica, dice "Bà-bà-bà-bà", stridulo, e una donna è confusa e allarmata, altri ridono.
A -20 metri c'è un gruppo di bocconiani indistinguibili da un gruppo di liceali, con le gote arrossate dal freddo e la pelle liscia e vellutata e gli zaini dell'Invicta, tranne una che ha uno zaino floscio, enorme, con sopra la faccia di Costantino.
A -15 metri incrocio uno che non vedevo da dieci anni e che mi parla di Servizi Segreti (ne faceva parte).
A -5 metri c'è un geyser orizzontale di vapori puteolenti di carne di capra in decomposizione, perché c'è una macelleria islamica.
A 0 metri, nel portone, c'è una donna bionda che mi guarda.
Il cortile è immenso e vuoto, pura decadenza architettonica di una Milano che è stata e che, renitente, continua a essere. Sulle scale, in un ammezzato, vedo, una ragazza bruna spia nella casella della posta e poi in un'altra.
Alla porta delle ShaKe, suono.
Entro.
Esplodono le storie, esplodono gli uomini.
Marco Philopat è altissimo e magro e indossa strani occhiali con la cordicina che mi ricordano Umberto Saba. I capelli arruffati, l'aria di chi ha dormito pochissimo o moltissimo. Se fosse un animale sarebbe un incrocio tra una giraffa e una gazzella. Deve però esserci anche un qualcosa del ghepardo, però, perché gli scrittori sono belve temibili, anche quelli che appaiono pacifici e/o inermi, gli scrittori rubano le storie, le trasformano, ti violentano davanti agli occhi di tutti, poi violentano tutti quelli che guardavano.
La situazione è questa: io ancora non ho letto I viaggi di Mel. Sono stato occupatissimo, in questi giorni, agitato, scosso dal sisma della mancanza di euro, ho l'angoscia. Però ho sempre letto tutto di Philopat. Si può dire che sono preparato. Non si può dire che io e lui siamo amici, perché per anni mi dicevano ossessivamente che "Philopat ti odia perché sei un fascista", lo dicevano continuamente, ossessivamente, capitava questa cosa di continuo, ovunque andassi mi dicevano che Philopat mi odiava, io non sapevo nemmeno che faccia avesse Philopat.
Però leggevo i suoi libri, mi pareva sconvolgente il progetto di parlare in quel modo degli anni Ottanta e della fine del punk (Costretti a sanguinare) e degli anni Settanta (ma anche prima e oltre: La banda Bellini).
Questo per dire che non devo niente a nessuno, io. Se dico che un libro è bello è perché sento che è bello. Non lo dico perché lo scrittore è un amico. Io poi, nel caso, divento amico di scrittori che stimo. Ma non c'è alcuna malizia. Excusatio petita: vi garantisco.
Comunque c'è qui davanti a me Philopat che non si sconvolge affatto perché gli dico: vorrei farti delle domande su questo libro, I viaggi di Mel, ma non l'ho letto. Tanto lo vado a comperare dopo (è un atto fondamentalmente politico: certi libri si comprano, sempre e comunque, e quello di Philopat è tra questi) e lo leggo stasera (in realtà, la notte: finisco di leggerlo alle quattro del mattino: impossibile rimandare di un minuto la discesa infernale e paradisiaca nella vicenda epica di Melchiorre Gerbino, avendo per guida quest'uomo qui, Philopat, con la sua scrittura che sembra affannata e invece è calmissima, al limite del sapienziale).
Chi ti ha fatto conoscere Gerbino?
"Primo Moroni. Comunque già sapevo molto di Melchiorre. Era stato al Murizio Costanzo Show una settantina di volte. Aveva fondato Mondo Beat, io da sempre ho studiato le controculture, l'underground, e mi ero imbattuto in questo personaggio. Lo definirei un anarco-opportunista. E' trascinato da una libido che non ha requie, asserisce che l'erotismo, ormai, è l'unica dimensione in cui, passati i sessant'anni, riesce a vivere. Dice che la passione è finita, resta soltanto l'erotismo. Domenica c'è stata una presentazione del libro, è stata pazzesca..."
Perché?
"C'era una folla di gente... Abbiamo fatto vedere il video... Un video con Melchiorre... Io l'ho detto: il libro è uno slow food, a confronto del video. Tu non immagini: Gerbino è un personaggio di una potenza incredibile, urla, urla tantissimo. Litiga con tutti. L'ho ospitato a casa mia, ha litigato con i miei conviventi. Dopo il video, la gente era entusiasta e incazzata. C'erano persone dei Sessanta, erano furibonde. Gerbino è un mistificatore, un cialtrone. Certi lo odiano, molti ne rimangono incantati. Per lui l'approccio è fondamentale. Mi vede e attacca: 'Graaande Marco... Subliiiime Marco' - quante volte l'ho sentito".
Quante volte l'hai sentito?
"Moltissime. Ho sbobinato ore e ore di conversazione con Gerbino. Questa è una storia immensa, strutturata per derive, salti, fantasmagorie. E' un racconto picaresco [è un'epica, in realtà. ndr]. Lui stava lì sull'amaca, io ero sui miei fogli, che gli leggevo cos'avevo scritto, e lui si inalberava, urlava: 'Ma io sono moooolto peggio di quello che scrivi!'. Lui è così, è un incantatore, è uno che usa la lingua per aprire spazi dove si infila, è sinuoso e insidioso come un serpente, è pazzo. Crede che il Mossad e il Vaticano lo perseguitino, crede che ci sia un complotto ai suoi danni, lo vogliono fare fuori perché lui è quello che ha inventato la Contestazione. Questo dice: 'La contestazione l'ho inventata io!'. Io, io, io..."
E tu?
"Io l'ho decostruito, questo 'io'. Insieme a Mel, che è davvero Mel ma solo in parte, perché ho dovuto tagliare tantissimo, parla una miriade di personaggi, nel libro. C'è questo papà di Gerbino, fascistissimo, notabile democristiano siculo, lo mandò a fare gli elettroschock quando era bambino, perché Gerbino secondo lui era pazzo. Melchiorre era scappato di casa a otto anni, ha iniziato a viaggiare a otto anni. Ha attraversato tutto. Parlano la madre di Gerbino, la moglie svedese di Gerbino, i fondatori di Mondo Beat, i preti, gli amici, un omosessuale svedese che se ne era innamorato. Lui andò a Stoccolma prima del Sessantotto, a Gamla Stan, zona frequentata da jazzisti, donne liberate sessualmente. Gerbino ha un organo genitale enorme. Dice: 'Il capo emana un potere che fa paura... Io devo superare questa paura...'".
Questa è la letteratura che è la vita: è tutto, tutto l'umano...
"Questo libro è una tragedia. Una parabola esistenziale totale, che attraversa l'euforia vera, quella del naufragio, e poi la delusione. Uno che inventa Mondo Beat e finisce al Maurizio Costanzo Show... Vedi la copertina? C'è una riga bianca, a metà: è il discrimine vuoto tra realtà (la zona grigia) e follia (la zona colorata). Questa è la tragedia totale di Melchiorre Gerbino. E' il carnevale: grottesco e doloroso. Tu apri Notre-Dame di Hugo: inizia con un carnevale, il re è nudo, c'è un folle al posto del re, mostri, storie che esplodono..."
E' la festa.
"La festa è anche la fine della festa. Alla fine del libro, Gerbino mi dice: 'è sfumata la passione, resta solo l'erotismo, ma quello dei Veda, dove le dee fanno l'amore con i pony'. Qualcosa resta. Dopo la fine, si scopre che non è finita. Non c'è fine".
La tua trilogia non è semplicemente una mappatura di tre decenni di underground: è una mappatura allegorica dell'umano, tu scegli i personaggi emblematici, totali...
Ci lasciamo, devo andare, anche Philopat deve andare, mette su un cappotto strano, che mi sembra uscito dal Pasto nudo.
E non sbaglio.
Perché I viaggi di Mel è uno dei romanzi più alla Burroughs che io abbia letto. C'è la parentesi nordafricana, dove Gerbino incappa in una sorta di thriller che più burroughsiano non si può. E' uno dei molti buchi neri del libro di Philopat: un sospetto diffuso e aereo, colloso, stupefacente, lisergico, intossicato e tossico. E' il punto da cui irradia la paranoia di Melchiorre Gerbino: lì inizia il sentimento della cospirazione che ha al centro Mel - una cospirazione immaginaria e vacua, ma anche, evidentemente, autentica, e quindi vera, verificabile.
Una folla di caratteri che sono maschere (maschere anche e soprattutto linguistiche) popola questo delirio che è l'avventura esistenziale di Mel. Momenti straordinari: le testimonianze della madre di Gerbino, con quell'intercalare, "Ehh... Tutte 'e cose", tipicamente trapanese; le testimonianze del padre, con quel suo lessico notarile e carabiniere, angosciante; l'apparizione del pre-freak romano, in un idioletto transteverino irresistibile; il mélange meneghino e italiota dell'amico Clelio, che si occupa della "ialografia dipinta", degli acidi di pittura; Don Salvador, guardia carceraria messicana, che parla come il tenente Garcia di Zorro; Giogi, giovane viaggiatore giapponese, a Tonga.
E' impressionante questa galleria coordinata e impazzita di maschere che sono vere, sono persone, sono cumuli di storie che derivano e confluiscono e divergono. Che si tratti della Sicilia dei Cinquanta o della Stoccolma dei Sessanta o della Sterlizia settantina, tutti i luoghi sono uomini e tutti gli uomini sono luoghi: da attraversare, da perforare, da visitare, da sopravviverci dentro, attraverso sequenze ingloriose e adamantine, autentici flash più che flashback.
Va rilevata la consonanza tra le strutture del libro di Philopat e New Thing di Wu Ming 1. Uno sguardo frammentato in molti sguardi, una voce diffranta in molte voci, convergenti e separantisi, tic del racconto che compongono una storia in divenire eppure già divenuta.
A me questo libro, I viaggi di Mel, ha esaltato.
Sono restato attonito, dicendomi: ma quando mai io riuscirò a raccontare una storia così?, un personaggio così?
Quando dico "un personaggio così", desidero che si senta. Ecco come inizia il libro di Philopat:
"Esistono uomini che diventano famosi... Altri nascono famosi! Sono Melchiorre Gerbino - il direttore di 'Mondo Beat' - io - ho inventato la contestazione... Vi dirò di più... Due sono i personaggi italiani che hanno influenzato la storia del xx secolo... Benito Mussolini e Melchiorre Gerbino che ne è l'antidoto..." Ecco ti ho preso... Con la stessa forza di una sberla... L'approccio è la cosa più importante... Colpisco di taglio - un bel pallonetto di parole con l'effetto - e mentre segui la strana traiettoria - io ti prendo la nuca con le mani e fisso il tuo sguardo nel mio - con i pollici ti apro le palpebre - con i mignoli ti allargo i timpani... Non puoi scappare... Mi piace raccontare storie - sono siciliano - ho viaggiato tutta la vita - conosco bene gli uomini e le donne... Dinamitardo della natura umana - detonatore di contraddizioni inesplose... Tre giri completi del pianeta... Ho visto - respirato - mangiato frontiere - continenti e mari - a colazione - pranzo e cena... Attingo a piene mani l'acqua di sorgente orale - scaturita senza regole di sintassi tra le genti e i popoli del mondo - memorizzata alla rinfusa e restituita poi nelle valanghe dei miei racconti... Di materiale ne ho abbastanza da inchiodarti per giorni - o forse settimane...
E poi l'appendice di documenti, la storia dei capelloni, e spunta anche una foto di Eros Alesi, l'autore del poema sull'eroina, che il mio maestro Antonio Porta inserì nell'antologia della poesia degli anni Settanta: una poesia lunga, una preghiera all'eroina che, quand'ero ragazzino, mi incantò... E me lo vedo adesso, 2004, Eros Alesi, che sapevo morto, ed è lì, detto "Pasticca", nella storia di Mondo Beat stesa da Melchiorre Gerbino medesimo! Un'appendice straordinaria, una fantasmagoria della storia, una memoria che dura e si perpetua, sempre in divenire, come se io stesso non fossi altro che uno di quelli lì, soltanto sono nato due anni dopo che loro avevano già fatto quelle cose lì.
Essere delocalizzato è sempre un'esperienza esaltante.
E' il mio viaggio.
E Mel mi inchioda. Io non viaggio, lui accusa, io mi sento in colpa. Mi sento una merda, uno yogouth borghesino che strapensa tutto il giorno al fatto che non ha un euro, io stesso di origine trapanese e pallido e verdastro come Mel dice che sono gli stronzi. Con così poca vita, con così poca generosità. Questo Gerbino mi inchioda, mi fa stare male. Un libro mi fa stare male...
E mi diverte. La lingua (meglio: le lingue) di Philopat: è l'esilarante, il naif, è il pittore Ligabue della lingua, questo.
E mentre mi parlava, Philopat, gli occhi gli si accendevano, le braccia magre si spalancavano in un'apertura alare continuamente in movimento, le grandi mani giovani e ossute: sognava...
Che esperienza! Ho viaggiato con Mel, io, stanotte!