|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   HOME
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
Atlas: Vita di Saul Bellow

di Charles Simic
[da la Rivista dei Libri]

- JAMES ATLAS, Vita di Saul Bellow, trad. di Adriana Bottini, Milano, Mondadori, pp. 628, € 32,00 -
È la voce piuttosto che le trame, nei romanzi di Saul Bellow, a restarmi ben impressa nella mente. I suoi personaggi non agiscono molto. Parlano a non finire, soprattutto a se stessi. In lunghi, divaganti e buffi monologhi si scaricano dei loro guai in un misto di rude linguaggio da trivio e libresco filosofare. Al pari di quegli oratori improvvisati – che ascoltavo da giovane, a Chicago, in Bughouse Square – essi danno sfogo a centinaia di lagnanze ed esprimono stravaganti opinioni su ogni cosa, dalle donne alla politica del governo. Sono cervellotici, egocentrici, perpetuamente fissati su qualche torto da loro subito, e in costante stato d'agitazione. Alla base dello humour di Bellow c'è che il protagonista è, di solito, uno che ha fatto un enorme pastrocchio della propria vita. Questa è sempre stata la comica concezione che l'autore ha dell'umanità. Gli eroi tragici se la prendono solo con gli dèi, quelli comici bisticciano in famiglia e sognano di pareggiare i conti con i loro nemici, reali o immaginari.

obellos002p3.jpgIn Bellow, la sensazione di essere un capro espiatorio, indubbiamente deriva, fra l'altro, dalla sua esperienza di immigrato: è piuttosto comune che questi individui abbiano avuto una vita più assurda di qualsiasi trama di romanzo picaresco. Della madre di Herzog, Bellow scrive: «Mamma Herzog aveva un suo modo di affrontare il presente voltando un po' il viso da una parte. Gli andava incontro con il lato sinistro, ma a volte sembrava evitarlo con il destro. Su questo lato schivo ella aveva spesso un'espressione sognante, malinconica, e sembrava rivedesse il Vecchio Mondo – suo padre, famoso mishnàghed, la sua tragica madre, i fratelli vivi e morti, la sorella, e la biancheria e i domestici della casa di Pietroburgo, la dacia in Finlandia (tutto fondato sulle cipolle egiziane). Adesso in Napoleon Street, nel più infimo dei quartieri, faceva da cuoca, lavandaia, sarta. I capelli le erano diventati grigi, e aveva perso i denti, persino le unghie le si erano aggrinzite. Le sue mani puzzavano d'acquaio».[1]
Nessuno che sia stato mandato in malora da uno scherzo di cattivo gusto della Storia sarà mai un credente nella Ragione. Si può dire di tutto della Storia, tranne che gliene importi un fico di quel che capita a questa o quella singola persona. È arduo per chiunque stabilire per quali motivi la sua vita abbia preso la piega che ha preso. Per un immigrato, poi, si tratta quasi di un problema metafisico. L'assurdo è l'unica realtà che ci sia, quindi, per un individuo; la vita è alla mercé della fortuna.

Saul Bellow era nato nel 1915 a Lachine, un sobborgo di Montreal, dove – ci fa sapere James Atlas nella sua biografia – numerosi erano gli operai russi, ucraini, greci e italiani. Era il quarto figlio di genitori ebrei, emigrati dalla Russia due anni prima della sua nascita. «I bauli che i miei genitori si erano portati dietro erano esotici: le sottogonne di taffettà, le piume di struzzo, i guanti lunghi, le polacchine e tutti gli altri tesori di famiglia», ricorda Bellow, «accentuavano la mia impressione di provenire da un altro mondo». Al pari di altre migliaia di nuovi immigrati, stentavano a sbarcare il lunario. «Di salute cagionevole, soggetto a bronchiti, era il preferito della madre, che lo trattava da invalido», scrive Atlas. Dopo che il padre – divenuto contrabbandiere di alcolici – ebbe subìto una rapina a mano armata e fu lasciato semivivo in un fosso, la famiglia si mise in contatto con un cugino di Chicago. Qui si recò in avanscoperta il padre, quindi moglie e figli varcarono clandestinamente la frontiera con gli Stati Uniti, nel luglio del 1924, guidati da uno dei suoi colleghi contrabbandieri.
All'epoca della sua gioventù, Chicago era – e sarebbe stata per molti anni ancora – una città avvolta nel fumo delle fabbriche, nei cui quartieri poveri aleggiava l'odore delle cucine d'oltreoceano e il puzzo dei recinti per bestiame, ove i buoi e le pecore attendevano di essere condotti al mattatoio. Lungo il lago Michigan, dove abitava la gente facoltosa, Chicago era invece una città accogliente, con alberghi e negozi di lusso, case e spiagge eleganti. Solo a pochi isolati di distanza, nell'entroterra, cominciavano gli slums, i bassifondi, con le loro taverne, sale da biliardo, cimiciai. Raskolnikov si sentirebbe di casa, qui, ricordo che pensavo quando anch'io ci abitavo.
Il contrasto fra i quartieri di Chicago avrebbe potuto fornire materiale adeguato per un'edizione illustrata del Manifesto comunista: i favolosamente ricchi da una parte e, dall'altra, proletari mezzo morti di fame. Uomini di varie nazionalità lavoravano fianco a fianco, nelle fabbriche, chiacchierando in una tal mistura di linguaggi che avrebbe messo in difficoltà il glottologo che cercasse di trascriverli. L'identità, che gli americani autoctoni davano per scontata, gli immigrati dovevano inventarsela da cima a fondo. Occorreva del tempo per capacitarsi che uno poteva farsi strada, diventare un altro, lì in America. Gli immigrati, pur rendendosi conto di essere considerati feccia, nondimeno sapevano che "libertà" e "opportunità" non erano mere parole prive di senso, dal momento che vedevano le loro condizioni materiali migliorare, via via, e per molti di loro quello era ciò che contava realmente, soprattutto.
obellos002p4.jpgTuttavia, fra i figli degli immigrati, c'erano anche dei lettori seri. Quando Bellow frequentava le superiori – apprendiamo da Atlas – la Società letteraria russa tenne una riunione in un retrobottega di Division Street. Ricordo che vi incontrai alcuni autodidatti – impiegatucci e operai – i quali asserivano di aver letto tutti i libri e, in effetti, ne avevano letti parecchi. Bellow trascorse gli anni della grande depressione chino sui libri. Le biblioteche circolanti erano ben fornite e molto frequentate, all'epoca. Anni dopo, Bellow ne ha rievocato l'atmosfera: «La succursale di North Avenue offriva, come una chiesa o una scuola, un ambiente molto speciale. I libri erano rilegati in tela marrone. Le pagine erano macchiate di minestra, cioccolato, salsa di pomodoro o forse di lacrime o sangue dal naso e inoltre erano furiosamente annotate lungo i margini dai lettori, che insultavano o lodavano l'autore, controbattevano ad altri lettori: profeti autodidatti, poeti a pieno titolo, patrioti, sovversivi, filosofi, storiografi di quartiere, tutti impegnati ad analizzare la Guerra civile o la Rivoluzione russa. Si imparavano un mucchio di cose sulla vita intellettuale di una democrazia, da quelle annotazioni. A volte trasparivano strani esempi di originalità, forme molto particolari di intelligenza, di passione, di follia».
All'Università di Chicago, che Bellow frequentò prima di passare alla Northwestern per laurearsi in antropologia, si privilegiavano i classici della civiltà occidentale. Quanto al cambiamento di facoltà, Atlas scrive: «Era lui stesso un selvaggio, diceva scherzando, dunque perché non studiare i suoi simili?». In effetti, ciò che realmente desiderava era di fare lo scrittore. La sua famiglia, come spesso accade, era contraria. Se scrive libri, caccialo a calci, quel fannullone: un consiglio vecchio quanto l'invenzione della scrittura. Anche alla Northwestern, da laureando, il preside del dipartimento di Lettere gli consigliava di lasciar perdere gli studi di letteratura. «Nessun ebreo è in grado di assimilare davvero la tradizione letteraria inglese», gli spiegava. Occorre qui ricordare quanto anglofili fossero, all'epoca, i dipartimenti di Lettere delle università americane. Se uno parlava con ammirazione di Dreiser o di Frank Norris, ai miei tempi, correva il rischio di venir compatito, passare per uno zotico.
Perfino Lionel Trilling asseriva che gli Stati Uniti non offrivano «al romanziere alcuna possibilità di fare il suo mestiere di esploratore della realtà». A me, un professore di Chicago consigliò di non perdere tempo con Walt Whitman e leggere, piuttosto, Thomas Hardy. I miei colleghi poeti, dal canto loro, mi esortavano a lasciar perdere Robert Lowell e tutti i "fasulli" suoi pari, di Boston e New York. Era in corso una polemica fra due schiere di provinciali: quelli che ritenevano che la "vera" America potesse reperirsi solo a Chicago e coloro che invece la consideravano tuttora, culturalmente, una colonia britannica. Bellow, che si legava al dito ogni stroncatura, seguiterà per tutta la vita a non fidarsi dell'accademia e dell'establishment letterario americano, come se lui fosse sempre uno sconosciuto, un outsider.
Gli immigrati possono risultare, alla fin fine, dei sovversivi. Non stupisce che i nazionalisti, dovunque, si scatenino contro di loro, quando non li ammazzino addirittura. Con l'andare del tempo, gli immigrati possono pure inserire le loro specialità culinarie e il loro nativo umorismo nella mainstream della cultura. Possono arricchire la lingua. È stato detto e ripetuto che Saul Bellow ha infuso nuova linfa nella narrativa americana introducendovi l'esperienza ebraica e la verve degli ebrei. Vale la pena di seguitare a ripeterlo. Il critico Philip Rahv parla al riguardo di «europeizzazione della letteratura americana» e ciò non ha niente a che spartire con la consueta adulazione accademica di Londra e Parigi. Bellow ha impresso al romanzo realistico di Dreiser e Farrell una svolta, amalgamandovi Cechov, Babel', Joyce e persino Céline. Lui voleva un romanzo che fosse molte cose al tempo stesso, terragnolo e filosofico, colloquiale e letterario, concedendo ampio spazio alla comicità, strada facendo.

Anche la migliore delle biografie può essere al tempo stesso godibile ed esasperante. La regola generale sembrerebbe essere: più se ne sa sulla vita di qualcuno, più si è severi e meno si ha pazienza nei suoi confronti. Poiché tutti abbiamo i nostri guai, i difetti altrui, snocciolati minuziosamente, a lungo andare tendono ad annoiarci. Mi rendo conto che questo non è universalmente vero. I patiti delle telenovela possono seguitare per venti anni ad appassionarsi agli incessanti alti e bassi di qualche personaggio. Per me, è una questione estetica. A me piacciono quelle opere letterarie la cui economia è ben controllata e alto il valore formale, laddove in fatto di biografie l'ideale sembra essere un melodramma in dieci atti. Non vorrei dare l'impressione che il libro di Atlas non valga la pena di essere letto. È senza meno pregevole, ma gli avrebbero certo giovato cospicui tagli. Come accade sovente, la ricostruzione del periodo storico finisce per essere più interessante della vicenda narrata. Quando si tratta di descrizioni e aneddoti, più si abbonda nei dettagli, meglio è. Le prime settanta pagina del libro, con la stupenda rievocazione della Montreal e della Chicago di quando Bellow era ragazzo e giovanetto, nonché altri brani descrittivi della New York postbellica e dei suoi circoli intellettuali sono affascinanti alla lettura.

Bellow d'altronde non è, certo, un soggetto facile a trattarsi. Un carattere così complesso è più adatto forse alla narrativa che non alla biografia. Come dice una vecchia canzone, ha avuto più donne di quante possa contenerne un treno. Per un biografo, questa può essere una trappola poiché lo induce a smistare colpevoli e innocenti fra tutte quelle relazioni erotiche. Sposato cinque volte, quattro volte divorziato, con contorno di innumerevoli infedeltà, Bellow – nei suoi romanzi – trova un mucchio di attenuanti per se stesso mentre denigra sempre le sue donne. Questo è il guaio in cui incappa chi basa i personaggi dei suoi libri su persone reali. Il biografo, per quante cautele adotti contro una siffatta lettura semplicistica, nondimeno tende a leggere i romanzi come fossero, non già fiction, bensì memorialistica. Quelle mogli non possono essere state, dalla prima all'ultima, tanto cattive quanto Bellow le dipinge, ritiene Atlas – e chi può non essere d'accordo?
Purtroppo, egli arriva a trarre una conclusione di comodo. Nessun biografo alzerà semplicemente le mani e dirà: non so cosa pensarne, di costui. Per quanto mi riguarda, spesso vorrei che dicesse proprio così. Invece, Atlas psicanalizza Bellow e ritiene di aver scoperto cos'è che questi ha represso in sé per tutta la vita: vale a dire, il senso di colpa per aver trascurato la madre in punto di morte. C'è dell'altro, ed è peggio che andar di notte. Bellow, stando a come Atlas lo descrive, è un infido amico; è un pessimo amante; potrebbe essere addirittura un omosessuale latente e un razzista. È un magistrale apologeta di sé, bravissimo a discolparsi. Credulo di fronte all'adulazione, fino a far la figura del fesso. Nei suoi libri ci propina idealizzate versioni di sé a costo di eludere verità più profonde sul suo conto.
Secondo me, la questione non è tanto se Atlas abbia torto o ragione nei vari giudizi che dà, quanto, piuttosto, se vi sia un essere umano sulla faccia della terra che uscirebbe intemerato da un esame così approfondito di ogni aspetto della sua vita. La chiesa cattolica ci va molto cauta quando si tratta di proclamare santo qualcuno, a volte impiega secoli a dirimere tutte le prove pro e contro. Il suo messaggio è chiaro: tutti siamo peccatori, differiamo soltanto in gradazione. Allorché un biografo non tiene presente questa verità e, con suo stupore e sgomento, scopre ripetutamente nuove pecche sul conto del biografato, buona parte del suo racconto diventa un'accozzaglia di futilità. Alla fine i difetti del soggetto inducono il ritrattista a sentirsi moralmente superiore, e questa è una situazione ridicola in cui andare a cacciarsi. A mio parere, quei difetti non sono pertinenti, alla fin fine. Insigni opere letterarie sono state scritte per motivi vilissimi, da spregevoli esseri umani. Quante biografie, mi chiedo, hanno trasformato gli ammiratori di questo o quell'autore in suoi detrattori?
Ho altre lagnanze da fare. Per esempio: Bellow si interessa a ogni sorta di idee, il suo biografo assai meno. Anzi, Atlas considera la presenza di idee nei romanzi ne più né meno che uno sfoggio da parte dell'autore, ossia degli orpelli aventi lo scopo di far colpo sull'ingenuo lettore: «In Bellow la filosofia costituì sempre uno dei lasciti negativi della cultura dei Grandi Libri, dominante alla University of Chicago, in cui era stato immerso. I suoi personaggi, tutti con una spiccata tendenza a elucubrare idee, nascevano dal bisogno del ragazzo di provincia di dimostrare che non era provinciale, che si sapeva muovere con agio tra i grandi del pensiero occidentale; a livello inconscio esprimevano, forse, l'impulso a tenere a distanza un materiale più doloroso ma più vero, più suo: una fuga nell'astrazione. Nei casi migliori, l'attitudine filosofeggiante dei personaggi belloviani diventa uno straordinario strumento satirico. Le complicate disquisizioni di Moses Herzog sul romanticismo e sulla fenomenologia così come le meditazioni di Charlie Citrine [nel Dono di Humboldt] sulla morte e sull'immortalità dell'anima miravano a un effetto comico, ribatteva Bellow stesso ai critici che lo prendevano troppo alla lettera (benché quei voli filosofici fossero anche uno sfoggio di erudizione)».
Certo, la satira fa parte dell'intento, ma le idee di Bellow non mirano solo a far ridere. «Uno dei tratti dell'opera di Bellow che più colpisce», osserva giustamente Atlas, «è la sua refrattarietà a essere circoscritta dalle definizioni convenzionali di ciò che si debba intendere per serietà letteraria». A Bellow piace la miscela di alti e bassi sentimenti. Nondimeno, ha buon fiuto per le idee che contano. Uno dei piaceri che i suoi romanzi offrono è la compagnia di una mente irrequieta che saltabecca da un argomento all'altro, acutamente consapevole della storia intellettuale contemporanea, aggiornata sulle ultime voghe e tendenze di essa, e perfettamente capace, di tanto in tanto, di proporre una sua originale intuizione. I suoi occhi funzionano bene e così pure il suo intelletto. In effetti, l'uno non può separarsi dagli altri. Se le idee fossero solo orpelli, addobbi di vetrine, i romanzi non avrebbero alcun drammatico impatto e non sarebbero neppure buffi. Ecco come Bellow descrive la difficile situazione in cui versa il protagonista di Herzog: «La descrizione sarebbe potuta cominciare coll'immenso disordine interiore che provava, o addirittura col fatto che stava tremando. E perché? Perché lasciava che il mondo intero premesse su di lui. Per esempio? Be', per esempio, che cosa significa essere un uomo. In una città. In un secolo. In transizione? In una massa. Trasformato dalla scienza. Sotto il potere organizzato. Soggetto a tremendi controlli. In una condizione determinata dalla meccanizzazione. Dopo il recente fallimento di radicali speranze. In una società che non aveva nulla della comunità e che svalutava la persona. Per la moltiplicata potenza delle cifre che rendevano il "sé" trascurabile. Che spendeva miliardi in armamenti contro nemici stranieri ma che non era disposta a pagare niente per un po' d'ordine in casa propria. Che permetteva crudeltà e barbarie fin nelle proprie grandi città. Allo stesso tempo, la pressione esercitata da milioni di esseri umani che hanno scoperto cosa possano sforzi e pensieri concertati insieme … Gli negheresti, tu, il diritto di esistere? Gli chiederesti di faticare e morire di fame mentre tu ti godi deliziosi Valori Vecchio Stampo?».[2]
Il genio di Bellow consiste nel far sì che ci si riconosca anche nei suoi più stravaganti personaggi. Possiamo immedesimarci con alcuni suoi "eroi" una volta resici conto che, intellettualmente, siamo affini a loro, immersi, per così dire, nella stessa salamoia. Penso alle difficoltà che ogni persona incontra in un mondo come il nostro, che non sa che farsene del pensiero indipendente. Quando a ciò si aggiunge che i suoi protagonisti appartengono di solito a questa o quella minoranza oppressa, ecco che la loro innata sospettosità e il loro spirito caustico rendono ancor più difficile decidere in che cosa aver fede. In Bellow, che concepisce la narrativa come una forma, più alta, di autobiografia, tutto si riduce a un paio di interrogativi di fondo: Chi sono io? Che cosa vivo a fare? Come egli ha detto in una conferenza, «il presupposto, tuttora valido, del romanticismo era che l'uomo può trovare il vero significato della vita e del suo essere unico separandosi dalla società e dalle sue attività e collettive illusioni. Se camminare per le montagne come un solitario Rousseau non bastava, potevi allora procedere allo sregolamento di tutti i sensi artificialmente, come raccomandato da Rimbaud».
Non Bellow. Egli conosce a menadito tutte le maniere che medici della mente e dello spirito hanno escogitato per gettar fumo negli occhi di tutti. I suoi protagonisti soffrono per molte ragioni, ma, soprattutto, perché la sanno troppo lunga. Non riescono a indursi a prestar fede a una singola idea molto a lungo, quindi si arrabattano come meglio possono in mezzo a mostruose contraddizioni. È come essere un ateo inveterato e, al tempo stesso, credere in ogni superstizione. Sanno che è assurdo, quindi farneticano. Basta un esame di coscienza, in qualsiasi momento, per mettere in non cale qualsiasi ideale concezione degli esseri umani. Questo è il dato di fatto ch'egli bada a rammentare ai lettori.
Un minuto sprecato dietro a qualche inezia, il minuto successivo dedicato a un'elevata questione di etica: se la voce che udiamo nei suoi libri ha un precursore letterario, questi è il narratore senza nome di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. Il quale, al pari degli eroi di Bellow, è acutamente consapevole di essere alla mercé di costanti rovelli e tumulti all'interno di sé. Ovunque si giri e si volti egli incontra se stesso, mentalmente, quindi possiamo dire poco o nulla, su di lui, che non sia stato già previsto, anticipato. È perché sospetta che gli altri lo sorveglino e pensino a lui ch'egli tenta di tenersi a rispettosa di distanza da loro, immaginando come questo possa darsi.
Nel frattempo, cerca di spiegarsi se stesso, di giustificare le proprie azioni, di trovare scappatoie per eludere, giocando d'astuzia, la dura condanna che si è già inflitto. Il suo è uno stato mentale di pervasiva indignazione verso tutti e tutto. È lacerato, in bilico fra la convinzione che è il tuo carattere a determinare le tue azioni, che non sei libero e mai lo sei stato, e, al contempo, la sensazione che ogni scelta è ancora possibile, dentro di te, nulla è stato già decretato. Alla fine, riesce a fare ben poco. È bloccato dal paralizzante pensiero che un uomo intelligente non può attingere, seriamente, ad alcunché; soltanto l'imbecille e il criminale possono realizzare qualcosa. Anche Bellow è convinto che avere coscienza di sé equivale, dopo una certa età, a vivere permanentemente in un inferno epistemologico. Il motivo per cui i suoi personaggi, e quelli di Dostoevskij, non riescono mai ad arrivare a qualche risultato conclusivo, liberatorio, è che amano, al di sopra di ogni altra cosa, la propria sofferenza. Si rifiutano di scambiare il loro tormento interiore con quella pace mentale che può solo donarti una qualsiasi fede religiosa, oppure il decoro dei borghesi benpensanti. Anzi, vedono forse nella loro sofferenza l'ultimo avamposto dell'eroismo, ai giorni nostri.

Rileggendo svariati romanzi di Bellow, come ho fatto accingendomi a scrivere questa recensione, sono tornato a constatare quanto siano eccellenti i migliori fra loro. Bellow è uno scrittore supremamente avvincente: ti "intrattiene" non solo perché scrive benissimo ma anche perché è sempre in sintonia con l'attualità. Qualsiasi moda intellettuale vada per la maggiore all'epoca in cui scrive, lui la viviseziona nei romanzi. Inoltre è uno straordinario osservatore. Nei suoi libri abbondano luminosi dettagli del mondo fisico. Vedere, per Bellow, è il supremo piacere sensuale. Chi desideri sapere che effetto facesse camminare per le strade di Chicago e New York nella seconda metà del XX secolo, li legga. I suoi migliori brani descrittivi hanno quell'insieme di chiarezza e mistero che è proprio delle grandi fotografie in bianco-e-nero degli anni '30 e '40: ti ricordano Walker Evans, Helen Levitt, David Vestal e Louis Stettner – tranne che le foto sono mute. Ecco un brano dal suo ultimo romanzo, Ravelstein, che si legge come un poemetto in prosa di Baudelaire: «In Roy Street, a Montreal, un cavallo da tiro è caduto sulla strada ghiacciata. L'aria è scura come la bigia fodera di un cappotto. Forse un animale più piccino si sarebbe rimesso in piedi, ma quella bestia con i suoi fianchi enormi poteva solo agitare gli zoccoli nell'aria. Il peloso percheron con gli occhi sbarrati e le vene sporgenti avrà bisogno di un gigante per salvarsi, mentre all'angolo una folla di ometti grida i suoi suggerimenti. Dicono al poliziotto che è fortunato che il cavallo sia caduto in Roy Street: è più facile da scrivere, nel verbale, di Lagauchettierre. Poi c'è una strana e interminabile processione di scolarette in divisa nera che marciano a due a due. Facce abbastanza bianche per essere tubercolotiche. Le suore che le sorvegliano si scaldano le mani nelle maniche lunghe e larghe. In questa strada in terra battuta le pozzanghere sono profonde e hanno un sottile strato di ghiaccio».[3]

Se c'è in Bellow un tema ricorrente – e ve ne sono – è quello della famiglia infelice. La famiglia – questa istituzione sulla quale i nostri conservatori sciolgono panegirici – è senz'altro il luogo sia delle nostre più grandi gioie, sia dei nostri duraturi tormenti. Genitori e figli litigano e così pure mariti e mogli. I romanzi di Bellow ci offrono innumerevoli esempi di come persone che si amano finiscono per franare nell'odio. C'è di solito una zia altruista o un nonno che si eleva al di sopra degli interminabili battibecchi ed è una figura che si ricorda e ama a lungo, ma il resto di quello che avviene nelle famiglie è tutto zanne e artigli. I protagonisti di Bellow in genere non vanno d'accordo con le donne. Sono convinti che le loro mogli fan di tutto per distruggerli. «La saggezza, la bellezza, la gloria, il coraggio negli uomini non sono che vanità, e quindi è compito [della donna] abbattere la leggenda che l'uomo s'è costruito di se stesso», scrive nel Pianeta di Mr Sammler.[4] Benché i suoi libri siano pieni di risvolti comici, Bellow ha una concezione tragica della vita. Tipico è, al riguardo, il breve capolavoro La resa dei conti:[5] c'è un padre avarissimo e spietato che non solo nega al figlio un prestito ma non gli concede neppure una parola gentile, di commiserazione, ora che la sua vita è un mucchio di rovine, mentre la moglie da cui è separato si mostra altrettanto indifferente. Come sempre, Bellow si adopra per concedere a ogni personaggio un equo processo, affinché faccia udire la sua campana.

A rendere così possente la visione di Bellow, e qui devo pormi di nuovo in disaccordo con il biografo, che lo accusa di non provare simpatia, empatia, per gli altri, è il fatto che, invece, la prova. È pur vero ch'egli è duro con le donne ma, anche qui, non è giusto accusarlo di farne delle caricature. I loro difetti sono umani agli occhi dell'autore. È raro che venga a mancare la sua compassione, anche quando mette in scena personaggi nefandi, nei suoi romanzi. Non si può dubitare dell'affetto che perlopiù esprime quando scrive di vecchi o bambini. Se si accettasse quel che sostiene Atlas, si dovrebbe anche concludere che un bastardo senza cuore può scrivere un grande libro.
La compassione è molto importante nella visione che del mondo ha Bellow poiché, senza di essa, i suoi vinti, i suoi cuori solitari, sarebbero inchiodati al loro solipsismo. «Un uomo vale quanto le cose che ama»,[6] ricorda di aver sentito dire un suo personaggio. La compassione ha anche un lato mistico: fa parte della ricerca del "sé" essenziale: la ricerca di quella verità che sta celata nel profondo del nostro essere. Nel discorso per il Nobel, Bellow ha citato Joseph Conrad là dove questi parla di «quella vaga ma invincibile convinzione di solidarietà che unisce insieme la solitudine di innumerevoli cuori… che vincola l'intera umanità: i morti ai vivi e i viventi ai nascituri». Il più alto compito della letteratura è quello di adoprarsi a tal fine. Le più belle pagine di essa – secondo Bellow – possono immetterti in quelli ch'egli chiamava stati d'animo sacri. Chiunque sia stato profondamente commosso da un suo romanzo o racconto dovrebbe convenire che tale esperienza è, effettivamente, possibile.

(Traduzione di P.F. Paolini)

[1] . S. Bellow, Herzog, Milano, Feltrinelli, 1965 (ed. orig. 1961), p. 183.
[2] . Ivi, pp. 261-62.
[3] . S. Bellow, Ravelstein, Milano, Mondadori, 2000 (ed. orig. 2000), p. 113.
[4] . Id., Il pianeta di Mr Sammler, Milano, Feltrinelli, 1971 (ed. orig. 1970), p. 165.
[5] . Id., La resa dei conti, Torino, Einaudi, 1960 (ed. orig. 1956).
[6] . Ivi, p. 18.

CHARLES SIMIC insegna Letteratura inglese presso l'Università del New Hampshire a Durham negli Stati Uniti. È autore tra l'altro di Jackstraws (Harcourt Brace, 1999), A Wedding in Hell (Harcourt Brace , 1994) e di The World Doesn't End (Harcourt Brace Jovanovich, 1989), con cui, nel 1990, ha vinto il premio Pulitzer per la poesia.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 11 Novembre 2004

stacco.gif
blogsnation.gif Questo sito, privo di qualunque finalità di lucro, è ospitato gratuitamente sui server di BLOGSNATION, grazie all'opera di pietà tecnica e di umana comprensione di Gianluca Neri. I contenuti della e-zine I Miserabili non sono soggetti a copyright. I Miserabili non è una testata registrata. Per proposte, richieste ed eventuali lamentele, contattare il responsabile di questo sito, Giuseppe Genna. Non si accettano invii di manoscritti (anche in forma digitale) e nemmeno proposte di recensione.
RSS 1.0RSS 2.0Listed on BlogSharesThis blog is listed in BlogBarThis blog is listed in BlogNewsGNU FDL LincensePowered by Movable Type 2.64