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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Una lettura sapienziale da Carducci:
"Sul Monte Mario"

carducci.gifSul Monte Mario

Solenni in vetta a Monte Mario stanno
nel luminoso cheto aere i cipressi,
e scorrer muto per i grigi campi
mirano il Tebro,
mirano al basso nel silenzio Roma
stendersi, e, in atto di pastor gigante
su grande armento vigile, davanti
sorger San Pietro.
Mescete in vetta al luminoso colle,
mescete, amici, il biondo vino, e il sole
vi si rifranga: sorridete, o belle:
diman morremo.

Lalage, intatto a l'odorato bosco
lascia l'alloro che si gloria eterno,
o a te passando per la bruna chioma
splenda minore.
A me tra 'l verso che pensoso vola
venga l'allegra coppa ed il soave
fior de la rosa che fugace il verno
consola e muore.
Diman morremo, come ier moriro
quelli che amammo: via da le memorie,
via da gli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo.
Morremo; e sempre faticosa intorno
de l'almo sole volgerà la terra,
mille sprizzando ad ogni istante vite
come scintille;
vite in cui nuovi fremeranno amori,
vite che a pugne nuove fremeranno,
e a nuovi numi canteranno gl'inni
de l'avvenire.
E voi non nati, a le cui man' la face
verrà che scorse da le nostre, e voi
disparirete, radiose schiere,
ne l'infinito.
Addio, tu madre del pensier mio breve,
terra, e de l'alma fuggitiva! quanta
d'intorno al sole aggirerai perenne
gloria e dolore!
fin che ristretta sotto l'equatore
dietro i richiami del calor fuggente
l'estenuata prole abbia una sola
femina, un uomo,
che ritti in mezzo a' ruderi de' monti,
tra i morti boschi, lividi, con gli occhi
vitrei te veggan su l'immane ghiaccia,
sole, calare.


Lasciamo perdere lo stile, l'incredibile sapienza metrico-prosodica di quello che è uno dei massimi poeti italiani di sempre, svilito dall'idea trombonesca che ci ha conculcato la scuola elementare media e superiore. Lasciamo perdere l'impressionante abilità nella variazione delle strutture poetiche tradizionali, che Carducci perpetra con ineguagliata maestria. Lasciamo perdere il testo poetico e cerchiamo sparsi nuclei di poesia.

Solenni, dunque, stanno a vedere la Città Eterna (l'Eternità che viene tradotta nella forma di una Città) i cipressi. Nella lettura sull'allegoria del Cervo Sapienziale, è stata narrata la favola di Ciparisso, da Ovidio [nella foto qui accanto, cliccabile, un'allegoria del mito di Cipresso]. Ciparisso è il Cipresso. Albero della morte o, meglio, dell'affrontamento negativo della morte: la morte come perdita, come ostacolo che non permette di verificare che, oltre ogni morte, il senso di essere e di presenza rimane intatto, continua. Il biblico "Io sono colui che io sono" riassume questa verità enunciata da ogni sapienza in ogni luogo in ogni tempo. E' l'indicazione fondamentale verso il centro di sé stessi, che è il senso di essere, la sostanza non linguificabile dell'"io", il senza forma che assume forme. Non divina sostanza e nemmeno individuale, indifferentemente mondana o sottomondana o sopramondana.
Carducci apre una porta: una porta funebre, quella che inaugura la morte come perdita della vita, come lutto inconsolabile. I versi finali della poesia, addirittura, inscenano un apocalisse che, per esempio, abbiamo visto nel Palahniuk stravolto da Fincher in Fight Club: un uomo e una donna, gli ultimi rimasti, davanti alle rovine del mondo, nell'aria glaciale, nella rovina delle ère.
Davanti ai cipressi, verdeneri alberi del pianto, c'è il gigantesco pastore, San Pietro, figura del Pastore. Il Pastore guida il Grande Armento. Notiamo questo velocissimo movimento praticato da Carducci: dai cipressi al gregge al pastore, cioè dal vegetale all'animale all'umano. Sono le stazioni di una trasformazione che, come osservato nella lettura sul Cervo Sapienziale, costituiscono tappe del superamento dell'"io".
Lo stacco strofico è poi violento:

Mescete in vetta al luminoso colle,
mescete, amici, il biondo vino, e il sole
vi si rifranga

Il colle luminoso: un posto alto, ma non certo un monte e nemmeno il cielo. Il colle è terra e vegetazione: neroverde (Carducci è ricordato nei manuali scolastici per l'abissale accostamento "terra negra"). Qui, però, il colle non è verdenero, non è cupaggine: è un luogo luminoso. Non è la sorgenza della luce, sia chiaro, poiché la luminosità è dovuta al fatto che i raggi del sole vi si rifrangono - cioè, qui noi godiamo del riflesso della Luce e, per continuità, siamo riflessi della Luce (si veda attentamente l'immagine che illustra la fine di questo articolo, quella dell'Androgino). Una collina, si sa, verrà affrontata da Dante poco dopo l'enunciazione dello smarrimento nella "selva oscura". Il colle è un luogo che dunque può essere luminoso e/o funebre: dipende da come si sta nel colle. Ci sono i cipressi, ma il sole illumina. Morte e vita sono prospettive legate alla percezione dello stare qui e ora, del connettere esperienzialmente ogni qui e ora con i succcessivi qui e ora e con quelli trascorsi. Carducci, dopo la svolta strofica, sta parlando del medesimo luogo, però in maniera radicalmente opposta a come ne ha trattato disegnandolo a inizio della poesia.

Appare Lalage, di colpo: chi è? Da un'ode di Orazio, però ripresa altrove, e centralmente, in Carducci:

Primavere

Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi
ed ancor trema nuda al rigid'aere
la primavera: il sol tra le sue lacrime
limpido brilla, o Lalage.

Da lor culle di neve i fior si svegliano
e curïosi al ciel gli occhietti levano:
il quelli sguardi vagola una tremula
ombra di sogno, o Lalage.

Nel sonno de l'inverno sotto il candido
lenzuolo de la neve i fior sognarono;
sognaron l'albe roride ed i tepidi
soli e il tuo viso, o Lalage.

Ne l'addormito spirito che sognano
i miei pensieri? A tua bellezza candida
perché mesta sorride tra le lacrime
la primavera, o Lalage?

Notiamo la coincidenza con la poesia Sul Monte Mario: aria d'inverno che muta, aria rigida (si ricordi l'excurus sul rigor, i.e. il rigor mortis, nella lettura sul Cervo Sapienziale), ombre, sole e neve (si riprenda ciò che fu detto del Petrarca e di Mario Benedetti a proposito del verso "vidi ogni nostra gloria al sol di neve", in questo intervento). C'è l'inverno enunciato come sonno e c'è il poeta che si domanda che cosa sognano i suoi pensieri mentre lo spirito è in sonno. Essere "in sonno", come è noto, è un'espressione alchemica che la Massoneria (vera erede dell'Ermetismo) ha divulgato. Il massone in sonno è colui che non pratica la sapienza massonica e, per sineddoche, è fuori dal gruppo massonico restando però in rapporto con esso. E', in pratica, una fase: si dorme prima del risveglio. L'azione interiore, detta risveglio, non è l'agire comune, bensì il percorrere una certa strada, che porta alla dissoluzione di tutte le strade. Di notte, quando è buio, si staziona a dormire: si è in sonno. Si elabora nel buio, nel segreto seno di se stessi, si sviluppa misteriosamente una nuova forza che, il mattino dopo, ci permetterà di riprendere la strada.
Questa fase è Lalage, colei a cui si consiglia di non badare all'alloro, che simbolizza l'"io": corona di foglie morte che si ricordano vive quand'erano attaccate all'albero, corona messa a ricordo sulla testa (perché il rito prescrive la testa e non, per esempio, il polso?), segno dell'arte raggiunta al suo massimo livello e superata (tra l'altro lalage significa "colei che parla" o, più chiaramente, la facoltà connessa a ogni linguaggio.
(Un breve inciso: nella poesia Corona di Paul Celan, il titolo allude esattamente alla Corona di alloro a cui si riferisce Carducci. Si leggano i seguenti versi, considerando i due elementi fondamentali del fare brucare la foglia alla stagione dell'autunno e alla pietra che deve trasformarsi in un fiore:

Dalla mia mano l’autunno bruca la sua foglia: siamo amici
Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:
il tempo ritorna nel guscio [...]
E’ tempo che la pietra si decida a fiorire,
che l’inquietudine abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

Qui lo speciale su Paul Celan e Corona).

Ignoriamo, nella prospettiva allegorica, il centro del testo poetico: esaminiamone solo l'inizio e la fine.
Andiamo all'esito finale: una donna, anzitutto; e un uomo; lividi fantasmi, ultimi rimasti, gli occhi vitrei fissi nel crepuscolo, un sole freddissimo che cala su una landa immane e ghiacciata.
Questa è una sintesi suprema, dal punto di vista sapienziale, della fase estrema (iniziale e finale) della composizione dell'Androgino Alchemico. Sottolineo alcune suggestioni: la prole dell'uomo è estenuata, cioè stanca; sono anzitutto una donna e poi un uomo, di fronte alla possibilità di unirsi e di ridare vita alla specie; stanno "ritti", cioè in piedi, verticali, su una landa immensa, cioè un'immensa orizzontalità (verticale/orizzontale: il simbolo qui evocato, intendo, è la Croce); l'immagine, che enuncia la presenza del sole, è buia. Prendiamo un passo analogo da William Blake:

"Io squarcio il Velo che avvolge i Morti:
lo stanco Uomo, entrando nella sua Caverna
incontra il suo Salvatore nella Tomba.
Colà alcuni trovano un Abito Femminile,
altri un Abito Maschile, tessuti con cura".

Risulta chiara la connessione di luce e ombra, oltre che di generi sessuali simbolici, tra il testo di Blake e quello di Carducci.
Per comprendere a pieno la supervalenza della figura allegorica dell'Androgino, qui sistemato da Carducci nella sua fase negativa (cioè nell'opera al nero), occorrono ben più di dieci righe. Mi preme tuttavia qui evidenziare il movimento temporale a cui e Carducci e Blake alludono: la fine potrebbe essere un nuovo inizio (l'ultima donna e l'ultimo uomo possono unirsi per ridare la vita nello scenario apocalittico di morte imminente e totale della specie) e viceversa, l'inizio è una fine; e così in Blake il velo, cioè la veste, dei Morti viene squarciata e si vede che l'uomo quintessenziale, che è estenuato, si veste assumendo parvenze maschili e femminili. Blake, cioè, mostra come dopo la fine si inanelli un nuovo inizio, che sarebbe prendere vita (cioè venire al mondo in forma o di maschio o di femmina) ma che in realtà significa entrare nuovamente nel regno di morte che è l'universo della dualità.
Una fase nerissima, che genialmente Carducci sintetizza con un quinario impressionante: "sole, calare" - ritmicamente il verso mortuario, come già specificato a proposito dell'utilizzo dei quinari nella poesia di Antonio Riccardi.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 15 Ottobre 2004

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