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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Ovidio, Petrarca e il Cervo Sapienziale: un'interpretazione allegorica

ovidiopetrarca.jpgcervosapienziale.jpgTrame auree corrono nel gran fiume della letteratura, sapienziali correnti, forme nuove in nuovi corpi (ma sempre le medesime forme, in realtà, corpi rinnovati ma riconoscibili). Immagini che saettano a distanza di secoli, di millenni, intercettate prima da un'intuizione suprema e poi codificate in stantii saperi, in immagini che, cristallizzate, non esistono più, perdono potenza, cadono nell'oblio - non sono più memorabili: poiché i corpi sono abitati e muoiono, hanno solo una porzione di breve tempo per conservare in sé la vita dell'unica forma che si frange in una miriade abbagliante di forme apparentemente diverse e invece sempre identiche a quella forma primaria, basale, sorgiva - che non ha nulla a che fare col pensiero.
E' il caso del Cervo Sapienziale. Appare sempre, ovunque. In occidente, lasciando perdere le incredibili manifestazioni nell'epica, prima forma letteraria dopo l'esplosione delle Scritture Sacre, appare per esempio in Ovidio e poi in Petrarca. Linea, questa, eminentemente formalista, uno si dice. Invece, profondamente allegorica, il che significa sapienziale. Prima presento i due testi: quello di Ovidio, dalle Metamorfosi, laddove Orfeo, dopo avere perduto Euridice, si ritira in un bosco, frequentato da un misterioso e gigantesco cervo; e quello di Petrarca (sonetto CXC del Canzoniere), in cui appare non un cervo maschio, bensì una cerva dalle corna d'oro, esattamente come d'oro sono quelle dell'animale ovidiano. Dopo i testi, un'interpretazione allegorica: qualche riga sull'emblema del Cervo secondo le sapienzialità occidentali.

OVIDIO

Nelle campagne di Cartea, sacro alle ninfe di quel luogo,
viveva un cervo gigantesco, che con le sue corna
smisurate velava d'ombra profonda il suo stesso capo.
D'oro splendevano le corna, e monili di gemme,
appesi al collo tornito, gli scendevano lungo il petto.
Sulla fronte, legata a un laccetto, gli ciondolava
una borchia d'argento, e sin dalla nascita sulle tempie,
pendendo dalle orecchie, luccicavano due perle.
Rinunciando all'innata timidezza, senza alcun timore
entrava nelle case di chiunque, porgendo il suo collo,
per farsi accarezzare, anche alle mani degli sconosciuti.
Ma più che ad altri era caro a te, Ciparisso, a te,
il più bello della gente di Ceo. Tu lo menavi a sempre nuovi
pascoli, agli specchi d'acqua delle fonti più pure;
tu fra le corna gli intessevi ghirlande di fiori variopinti
oppure, salendogli in groppa, lo cavalcavi pieno di gioia
qua e là, frenando la sua bocca compiacente con briglie di porpora.
C'era una grand'afa sul far del mezzogiorno; alla vampa del sole
ardevano le curve chele del Cancro che ama le spiagge.
Stanco, il cervo adagiò il suo corpo sul terreno erboso,
godendosi la frescura che gli veniva dall'ombra degli alberi.
E qui, senza volere, Ciparisso lo trafisse con la punta
del giavellotto: come lo vide morente per l'aspra ferita,
decise di lasciarsi morire. Quante parole di conforto
non gli disse Febo, esortandolo a non disperarsi in questo modo
per l'accaduto! Ma lui non smette di gemere e agli dei,
come dono supremo, mendica di poter piangere in eterno.
Così, esangui ormai per quel pianto dirotto,
le sue membra cominciarono a tingersi di verde
e i capelli, che gli spiovevano sulla candida fronte,
a mutarsi in ispida chioma che, sempre più rigida,
svetta, assottigliandosi in cima, verso il cielo trapunto di stelle.
Mandò un gemito il nume e sconsolato disse: «Da me sarai pianto
e tu, accanto a chi soffre, piangerai gli altri».

PETRARCA

Una candida cerva sopra l'erba
verde m'apparve, con duo corna d'oro,
fra due riviere, all'ombra d'un alloro,
levando 'l sole a la stagione acerba.

Era sua vista sí dolce superba,
ch'i' lasciai per seguirla ogni lavoro:
come l'avaro che 'n cercar tesoro
con diletto l'affanno disacerba.

"Nessun mi tocchi - al bel collo d'intorno
scritto avea di diamanti et di topazi - :
libera farmi al mio Cesare parve".

Et era 'l sol già vòlto al mezzo giorno,
gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
quand'io caddi ne l'acqua, et ella sparve.


IL CERVO SAPIENZALE E L'INCROCIO OVIDIO-PETRARCA

Nel celebre Breve trattato sulla Pietra Filosofale, uno dei testi perfetti con cui si è inizati all'ascesi alchemica, l'autore (o gli autori), sotto lo pseudonimo di Lambspritick, presenta diciassette figure allegoriche, di cui quindici commentate. La terza (che rimanda alla simbologia ternaria, cioè trinitaria o della perfezione) raffigura un Cervo accostato all'Unicorno [immagine a destra]. E' la sintesi più precisa da cui è possibile indurre il significato allegorico del Cervo: avendo il Cervo due corna e l'Unicorno uno - spiega Lambspritick -, il Cervo viene a rappresentare la Dualità, mentre l'Unicorno è simbolo dell'Unità.
Dualità - molto in breve - significa essenzialmente, se riferita all'uomo o al senziente, il rapporto mediato che esiste tra soggetto e oggetto, tra chi percepisce il mondo e il mondo stesso. E' la grande illusione (la Maya induista) da cui l'asceta alchemico - in realtà non solo quello alchemico - deve sottrarsi per comprenderla e integrarla in una più ampia visione. Questa visione più ampia non è nemmeno una visione: una visione più ampia della duale, cioè una visione che integri soggetto e oggetto, è una visione dell'unità; ed è esattamente la visione-nonvisione che l'Unicorno allegorizza.
E' dunque, il Cervo, una rappresentazione dei Piccoli Misteri contrapposti a quelli Grandi - per usare, e non a sproposito, una terminologia orfica. I Piccoli Misteri sono il raggiungimento della comprensione della Dualità, i Grandi Misteri indicano la realizzazione dell'Unità perfetta, o Zero Metafisico. Possiamo volgarizzare: i Piccoli Misteri sono la realizzazione dell'Essere (tutto ciò che è, è o, biblicamente, Io Sono Colui Che Sono); i Grandi Misteri superano perfino la conquista dell'Essere, poiché l'Essere è comunque, per quanto altissima, una qualificazione - e da qualche parte questa qualificazione deve pur venire.
Che il Cervo simbolizzi la Dualità, ripetto all'Unità emblematizzata dall'Unicorno è dovuto, per logica allegorica, alle due corna del Cervo: sembrano alberi, rami, il che rimanda all'Albero della Vita, mentre il corno dell'Unicorno è astratto, puramente geometrico, privo di divagazioni, essenziale cioè. Non a caso il Cervo ha a che fare con una fase arborea, silvestre - come si vedrà. Si noti la perfetta rappresentazione che di questa medesima situazione allegorica dà il Botticelli nella sua Allegoria d'Amore, riprodotta qui a fianco e visibile meglio cliccandola.
Conquistare l'Essere implica alcune fasi, che sono anzitutto psichiche. Integrate le sovrapposizioni psichiche, che sembrano essere qualcosa di diverso dal semplice Essere e invece sono soltanto modalità di una sostanza che è per l'appunto Essere, si entra in una fase ultrapsichica, come se la mente fosse più ampia della psiche.
La prima fase, quella di affrontamento e integrazione della psiche nell'Essere, è parzialmente, in alchimia, l'opera cosiddetta al nero. Esiste una simbologia aformale che definisce questo momento di profonda introspezione, e si tratta di una simbologia coloristica: è il momento in cui il verde è buio, nerastro, marcio.
Già si è parlato, sui Miserabili, della simbologia della "selva oscura" a proposito di Dante. In Ovidio e in Petrarca assistiamo alla medesima fase: in Ovidio il Cervo "con le sue corna / smisurate velava d'ombra profonda il suo stesso capo"; in Petrarca, lo stesso Cervo appare "fra due riviere, all'ombra d'un alloro, / levando 'l sole a la stagione acerba". Fase oscura, viridiana, e, grazie alla specifica petrarchesca, detta anche invernale, cioè acerba, in cui si vede sì, ma solo grazie a un freddo e pallido sole. In Ovidio, si sviluppa addirittura un tema diverso: le corna del Cervo, che sono luminose in quanto d'oro, fanno ombra - è il Cervo, cioè, che ovunque vada è nell'ombra grazie alle sue corna, cioè a una parte di se stesso che non può vedere e che, paradossalmente, è d'oro e irradierebbe luce.
Una stanchezza insopportabile che non è della stessa natura della gioia che dà la visione del Cervo Sapienziale conquista l'"io" di Petrarca: la beatitudine che dà il lavoro di integrazione psichica è troppo per le facoltà dell'"io" - e l'"io" si addormenta, cioè muore alla consapevolezza psichica. In Ovidio, a Ciparisso accade una cosa consimile: l'uccisione di quel Cervo, non voluta pensata ma ugualmente accaduta, imprime un dolore insopportabile, fino a portarlo alla trasformazione in "rigido" vegetale, in qualcosa di verde che esprime rigidità, cioè rigor, come si dice del rigor mortis.
Petrarca e Ovidio stanno istruendo la coscienza all'attraversamento della selva oscura, nella quale non può non accadere che un sonno, cioè una morte iniziatica, cioè un apparente decesso psichico, non prenda il sopravvento. Stadio peraltro non finale: dal sonno ci si risveglia, la fase verdenera verrà comunque superata in qualche modo, in ogni caso estremamente difficoltoso: una reale discesa nel proprio inferno.
Tuttavia prima o poi si vedrà l'oro e non l'ombra di quelle corna e di quella selva. L'opera al nero diventerà un'opera a un altro tipo di verde: non rigido o invernale, ma germogliante, sintomo della rinascita primaverile, capovolgimento del medesimo verde in altro verde, di segno opposto.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 6 Ottobre 2004

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