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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Nicola Lagioia e Occidente per principianti

di Piero Sorrentino
[da Stilos, inserto letterario de 'La Sicilia', diretto da Gianni Bonina]

lagioia21.jpg“In quanto indispensabile ornamentazione degli oggetti attualmente prodotti (…) e in quanto settore economico avanzato che foggia direttamente una moltitudine crescente di oggetti–immagine, lo spettacolo è la principale produzione della società attuale”: così gli anni ’60 nella Tesi numero 15 della Società dello spettacolo di Guy Debord. Inchiodata una volta e per sempre alla sua responsabilità seminale, la “decade bassa e disonesta” del celebre verso di Auden si avvierà a diventare la matrice di quella realtà corrotta che lo stesso Debord ripenserà – in chiave ancora più apocalittica – vent’anni dopo nei Commentari, poco tempo prima di tirarsi un colpo di fucile alla testa. Dalla “divisione mondiale dei compiti spettacolari” si è passati in una manciata di anni alla compiuta saldatura tra vita e spettacolo: “lo spettacolare integrato”, lo chiama Debord nella Quarta tesi dei Commentari.

È appoggiandosi su questa saldatura che Nicola Lagioia costruisce con Occidente per principianti (Einaudi, pp. 297, 17 euro) un romanzo sfrenato che segna una virata inaspettata e piacevolissima nel mare aperto della nostra letteratura recente. L’io narrante (che resterà, non a caso, senza nome fino alla fine) è un “giornalista invisibile”, un esponente di quello che da qualche anno si è cominciato a definire “cognitariato intellettuale”. Nell’estate del 2001 - a cavallo tra il G-8 di Genova e l’11 settembre, tra un articolo sui presunti intrecci erotici di Ferruccio Parri con un’attrice fascista e un servizio sulle vacanze estive dei parlamentari – al protagonista viene assegnato l’incarico di trovare, sulla base di una notizia che il resto delle redazioni ancora non ha, la prima amante di Rodolfo Valentino, nascosta da qualche parte in Italia. La prima metà del romanzo si snoda tra feste sulle terrazze di Campo de’ Fiori e riunioni di addetti stampa capaci di riscrivere la Storia, “un manipolo di druidi che cenavano insieme il sabato sera e poi assistevano allo spettacolo sfregandosi le estremità artigliate”. In compagnia di un irresistibile regista paranoico e complottista e di una ragazza amata come una rediviva Zelda Fitzgerald, il giovane cronista attraversa mezza Italia alla ricerca della donna, fino al colpo di scena finale (che qui naturalmente si tace).
Dopo l’anti-romanzo di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, Lagioia si affida questa volta a una struttura classica nell’impianto, impreziosita da un impasto narrativo rocambolesco. La scrittura di Lagioia fornisce al lettore accostamenti sempre inattesi e sorprendenti, sequenze d’immagini in cui alla concretezza dei particolari si affiancano – in un montaggio che deve molto ai giri di frase dei primi libri di Aldo Busi – visioni d’insieme che a guardarle a ritroso, partendo dall’ultimo punto del paragrafo, non sono la semplice addizione algebrica dei singoli elementi, ma idee sull’amore, l’amicizia, il lavoro, il sesso: visioni del mondo e della vita al tempo dello “spettacolare integrato”. Stilos ha intervistato Lagioia.

Vorrei soffermarmi prima di tutto sulla struttura del romanzo: due parti perfettamente divise a metà più un epilogo. Il primo libro del romanzo (Il contesto) trabocca di personaggi ascrivibili a vario titolo al mondo dell’editoria e del giornalismo: i ricatti, le intimidazioni e le macchinazioni sotterranee si sprecano. Il riferimento sciasciano del titolo è voluto?

nlg.jpgNo, è casuale. La struttura che avevo in mente operando questa divisione, per quanto possa sembrare strano, è quella dell’Isola del tesoro. Nel romanzo di Stevenson c’è una prima parte molto bella ambientata sulla terraferma in cui l’autore gioca tutto sull’accumulo (presentazione dei personaggi, nascita dei primi conflitti, scoperta della mappa, preparativi del viaggio ecc.). In questo modo si crea la giusta tensione perché il giovane Hawkins, il dottor Liversey, Long John Silver e compagnia prendano la via del mare sollevando gli ormeggi con la forza di un atto liberatorio. I personaggi di Occidente per principianti invece di una mappa del tesoro raccolgono una diceria (la presunta esistenza della prima amante di Rodolfo Valentino) e con questa “salpano” per l’Italia abbandonando Roma oltre le luci di un casello autostradale.

La seconda parte, Il viaggio, rimanda invece ad altri modelli letterari: Arbasino, Ceronetti, Goethe e tutta la tradizione europea settecentesca del Grand tour…

Arbasino e Ceronetti li porto spesso con me. Ogni scrittore che voglia raccontare di un viaggio in Italia farebbe bene ad accumulare qualche debito nei confronti di questi due giganti atipici della nostra recente letteratura.
Estinto il debito semplicemente denunciandolo c’è però una profonda differenza tra il mio attraversamento del paese e quello che si può leggere in Fratelli d’Italia o in Un viaggio in Italia. Arbasino e Ceronetti non partecipano mai dello sfascio che raccontano. Si sentono (o effettivamente sono) al di qua della mutazione antropologica a cui hanno avuro la ventura di assistere. Il protagonista del mio romanzo – nonché l’autore – è compromesso fino alla punta dei capelli. È nato dopo il 1970. La sbracatura morale, l’immaginario devastato, le contraddizioni impossibili dell’Italia sono anche le sue. Tuttavia, per amare a pieno Arbasino, Ceronetti e Lagioia bisogna compiere il pericoloso equilibrismo di essere nello stesso tempo antiprovinciali e arciitaliani.

È impressionante la quantità dei riferimenti cinematografici nel romanzo. Secondo te quanta importanza va data al cinema nella formazione della generazione nata dopo gli anni ’70? La tua educazione cinematografica come è stata?

Il cinema d’autore l’ho scoperto tardi, a Roma, frequentando cineforum e sale d’essai con la stessa ostinazione che mi portava a calcare i campetti di calcio quando avevo quindici anni. Mi sono formato sui b-movie degli anni Settanta (tutti visti rigorosamente al cinema). Ho però capito che esiste una terza via capace di superare a piè pari le avventure di Andrei Rubilov e quelle di Oronzo Canà quando mi è capitato di assistere per la prima volta a Nostra signora dei turchi.

Sembra che l’11 settembre debba in qualche modo essere l’Evento col quale i romanzieri devono confrontarsi. Tu hai scelto una strada diversa. In Occidente è l’ombra di Hiroshima che si allunga minacciosa, con qualche eco lontana del G-8 a Genova.

L’11 settembre però arriva alla fine, e stride con la frivolezza della vicenda raccontata gettando su ogni cosa una sorta di luce purgatoriale. Un po’ come in Cabaret di Bob Fosse, dove la Minelli continua a ballare il foxtrot mentre il mondo si prepara a diventare un mattatoio.
Hiroshima – come l’abbattimento delle due torri – è stato un terribile attentato, e quindi può essere considerato un doppio rispetto all’11 settembre in un romanzo che, se ci pensi, è pieno di doppi (Patrick Scholl è lo speculare di Francesco Giustiniani, l’omicidio Pecorelli richiama a un certo punto quello di Carlo Giuliani, la peste manzoniana diventa Tangentopoli, e così via). I fatti di New York mi sono sembrati insomma il degno epilogo per un romanzo che è anche una riflessione sulla società dello spettacolo: è proprio in quella occasione che – sconfessando gli apologeti di Fukuyama – la ruota della Storia ha ripreso a macinare carne umana sospinta proprio da un evento spettacolare.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 20 Ottobre 2004

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