[A questo mio intervento sull'articolo di Davide Malesi, l'autore ha replicato qui]

Tra i molteplici segnali di cambiamento che si possono verificare con mano nella postsocietà postculturale italiana, uno dei più interessanti è la pubblicazione on line di MEDICINE-SHOW, rivista musicale creata da Leonardo Colombati, Alessandro Piperno, Giulio Mozzi e altri. Colombati è l'autore del Capolavoro misterioso di cui qui si è parlato e che apparirà a febbraio per Sironi; Piperno sta per uscire con un formidabile romanzo à la Roth per Mondadori; Mozzi è uno dei migliori scrittori italiani. MEDICINE-SHOW, nome che deriva dall'atto sciamanico dei prodigiosi guaritori itineranti nel West, si occupa di musica davvero? Non soltanto. Direi che si occupa di poetiche. E' per questo motivo che desidero rispondere qui, in un e-zine dedicato a letteratura e mondo, a un articolo apparso sul primo numero di MEDICINE-SHOW: Che noia, Philip! di Davide Malesi - poiché in questo pezzo si affronta Glass come esecutore di poetiche, certo musicali, ma parecchio significative anche riguardo alla fiction narrativa.
La tesi, molto molto in breve (per chi voglia leggersi la versione integrale dell'articolo di Malesi, mi sono permesso di riprodurla qui), è che la colonna sonora del film The Hours, composta per l'appunto da Philip Glass, sarebbe un "coso": inascoltabile e noiosa, distante milla miglia dalle opere con cui Glass, etichettato col brand di "minimalista", ha in parte contribuito al rinnovo dei canoni musicali contemporanei. Precisazione: il termine "minimalismo" non tocca i contenuti emotivi, ma solo quelli formali, e quindi si distanzia radicalmente dall'accezione letteraria con cui si sono classificati gli scrittori "minimalisti" (Malesi spiega molto bene, nell'articolo di MEDICINE-SHOW, il lavoro formale che cade sotto questa ambigua categoria).
Altra osservazione di passaggio, che giustifica in parte il fatto che si parli di Glass sui Miserabili: The Hours è un romanzo che è in parte un romanzo su una romanziera e la sua opera (Virginia Woolf), traslato in film a cui si sovrappone la colonna sonora dell'autore di Einstein on the Beach.
Non sono un esperto di musica. Intrattengo un rapporto ambiguo con la musica, soprattutto quella classica: non ne so niente, sono un bon sauvage che segue la pancia e l'orecchio senza detenere alcun titolo di conoscenza dei meccanismi che presiedono alla composizione né dei principi dell'armonia né tantomeno della tradizione musicale occidentale. Sono un naif dell'ascolto, dunque. Per me questo è un punto estremamente importante. Conosco molto bene quale irritazione mi prende quando vengo approcciato da chi non sa niente di letteratura e mi dice che la sua poesia o il suo racconto sono belli, oppure mi comunica che un dato libro gli è piaciuto e basta. Quest'emotività momentanea, completamente sganciata dalla tradizione della letteratura, mi fa inalberare, soprattutto perché in cuor mio io non so mai chi dei due ha ragione: ho ragione io che mi siedo tronfio sul trono del sapere pregresso o ha ragione chi coglie a suo modo e direttamente il bello? Il bello sarebbe giustificabile attraverso un sapere? Ed è vero che quel bello lì è davvero bello? Se devo accostarmi alla musica, sono io quello che arriva coi brividi e l'ignoranza a dire: questo mi piace. (Se c'è una cosa che tollero ancora di meno, è la distinzione tra "è bello" e "mi piace": mi viene da consigliare subito la lettura approfondita di Platone, Aristotele, San Tommaso, Ficino, Spinoza, Kant, Hegel, Schlegel, Nietzsche, Derrida...).
Comunque, eccomi qui: il cugino di campagna si avventura in città - parlo di musica.
Non concordo in nulla con la tesi di Malesi. The Hours è una colonna sonora che, nelle modalità parasinfoniche, può apparire facilona e maliziosa, data la sua collocazione in un film - ma non è questo il punto. Sottolineo che almeno tre pezzi della colonna sonora sono adattamenti da opere precedenti, e parecchio memorabili, composte da Philip Glass: la prima sezione del sesto pezzo ("I'm Going to Make a Cake") è un calco dal tema dell'atto secondo scena terza di Protest, nella leggendaria opera di Glass su Gandhi e l'induismo, Satyagraha; l'undicesimo pezzo (Tearing Herself Away) è basato su Island, da Glassworks; infine il dodicesimo pezzo (Escape) è un rifacimento di Metamorphosis Two, dall'album Solo Piano.
E' dunque un movimento di riprese che Glass accoglie in The Hours: in sintonia con il metalivello narrativo del testo di Cunnigham (la Woolf), egli propone un metalivello ulteriore, che però si traduce in summa (la summa di Glass). La ripresa di motivi consimili ad altri precedentemente composti da Glass è continua: corre per tutto l'album. Un'operazione simile permette a Glass, che l'ha compiuta altre volte, di creare opere che sviluppano su strutture e tempi più ampi temi che appartenevano a microcontesti. Diciamo un "minimalismo" alla seconda potenza.
Per quanto possa apparire azzardato, è possibile sapere da dove mutua Glass questa struttura, il cui senso suona familiare: nel piccolo come nel grande, e viceversa. Si tratta della struttura dei raga. I raga, musica tradizionale e, soprattutto, sapienziale indiana, hanno una struttura che all'orecchio di un occidentale potrebbe apparire minimalista, esattamente come Beethoven potrebbe apparire estremamente rumoroso all'orecchio di un brahmino. I raga, nella loro struttura semplice e ripetitiva, hanno la funzione di rappresentare la creazione del molteplice (universo) e il suo riassorbimento nell'Uno silenzioso. Tecnica incantatoria, ipnotica che in retorica letteraria si chiama "anafora". Il fine del raga è fare sprofondare nell'incantato silenzio chi pratica quella musica, eseguendola o ascoltandola in meditazione.
Dai raga, che Glass ha molto studiato, arrivando a pubblicare opere con il massimo interprete contemporaneo di raga, Ravi Shankar, viene essenzialmente mutuata la tecnica tautologica, a spirale, con cui Glass compone.
Il punto è dunque la struttura e la direzione di The Hours.
Estremo ritorno di vortici su se stessi, mediante allargamento di temi sempreuguali e semprediversi, la musica di Glass guarda all'occhio del vortice: dove tutto è perfettamente calmo e da dove origina il vortice stesso, che è l'opposto della calma immobile. Antico rito simbolico: il centro nemmeno fa parte dello spazio e non lo si può conquistare con categorie spaziali, poiché il punto non è un'entità geometrica pur originando lo spazio; la circonferenza, originata dal centro, è invece spaziale. E' il Tao, ma secondo l'interpretazione metafisicamente ultradimensionale (e corretta) che gli dà Mat-Gioi, l'importatore di Lao-Tzu in occidente.
Non sarà, dunque, l'esecuzione casinosa o melensa a determinare il valore nemmeno estetico, ma superfisico, della musica di Glass o dei raga. Il brahmino che sente lo Shankar occidentalizzato riconosce la struttura e l'esito del raga stravolto: l'effetto è uguale, al di là della modalità esecutoria e dell'esito estetico. Proprio perché qui l'effetto non è un dato estetico: è supermentale.
The Hours potrà non piacere. Però non è questione di piacere o meno. E' come chiedere a un'automobile di avere il frigobar: alcune ce l'hanno, altre no, ma il punto è se l'auto cammina e dove ci porta.