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Gattostanco su GMR
di Gattostanco
Louie in un commento al post precedente mi chiede cosa posso dirgli a proposito di "Grande Madre Rossa" di Giuseppe Genna.
È una richiesta difficile per me. Ho scritto poco dei libri acquistati e letti. In rete o altrove si possono trovare recensioni e pareri ben più significativi di quel che ho voglia di scrivere io.
Ho fatto alcune eccezioni giusto per confermare la regola. E anche in questi casi ho tentato di tracciare le mie impressioni di lettore, senza addentrarmi in apologie astratte, accennando alle sensazioni provate durante e dopo la lettura.
Nel mio post precedente ho inserito il link alla pagina che raccoglie recensioni e interviste e note dello stesso autore riguardo al libro. In un certo senso, stancamente, pensavo di essermi svicolato da ogni possibile palese parere.
Ma il condominio Diludovico raccoglie blogger curiosi (sia curiosi loro stessi e sia curiosi per i visitatori) e come portiere appena rientrato dalle ferie non posso esimermi dal raccogliere la richiesta di un cortese condomino.
In copertina leggo due commenti entusiasti su Genna tratti da Der Spiegel e The New Yorker. Quel genere di stimoli pubblicitari che istintivamente allontanano un buon lettore da un qualsiasi libro.
Come altri romanzi della collana Strade Blu di Mondadori recentemente usciti (penso a "Antracite" di Valerio Evangelisti) ha alcune pagine leggermente più larghe, più sporgenti delle altre. Non me ne intendo. Forse un problema di taglio o di assemblaggio. Due pagine ogni dieci sporgono un poco rendendo di fatto impossibile sfogliare il libro. Prima pensavo fosse un difetto relativo solo alle copie destinate ai supermercati, invece anche nelle librerie a Pavia e a Desenzano del Garda l'ho riscontrato. È ben poca cosa, è vero, ma è indisponente.
Il romanzo mi è piaciuto. La polvere fisica di calcinacci è ovunque, fuori e dentro le persone. Ma non basta, Genna vuole descrivere un letamaio e porta la merd* nelle bocche dei protagonisti spesso e volentieri.
A lettura ormai fredda, Grande Madre Rossa mi sembra un romanzo sulla polvere e sulla merd*. La polvere serve a coprire l'attualità, le ragioni e i fatti stessi, sia veri sia romanzati e questo accade da sempre nella storia umana. La merd* serve a deformare, a trafficare, a tramare e sgorga copiosa, vera o falsa o verosimile, da molte bocche e mi ha coinvolto, quasi infastidito a volte, in una visione indotta dall'autore di com'è e come gira il mondo, o una parte di esso.
Milano la conosco poco. Anzi, la conosco per niente. E quando mi capita un passaggio irrinunciabile, mi costringo a dimenticarla prima possibile. Non respiro. Per andare a Milano voglio essere sempre accompagnato da un milanese o da uno che la conosce. Mi faccio trasportare e mi guardo intorno quasi fossi in gita, senza per forza dovermi assuefare.
Il romanzo mi ha trasportato nella stessa maniera attraverso alcuni luoghi di Milano. Sono per me luoghi mai visti o dimenticati o "televisivi" da Tg3. Eppure ero tra la folla o a un balcone a godermi le "scene" narrate, malgrado la mia ritrosia a sentirmi, a essere, in Milano. Forse è stupido l'aver scritto la frase precedente, ma è importante per me come lettore con le mie sciocche manie in quanto persona.
Ho apprezzato il modo di Genna di descrivere alcune situazioni o sensazioni. Una parola e punto a capo. Un paio di parole e punto a capo. E così via. Senza descrivere apertamente l'emozione da suscitare la coglie direttamente nel lettore preparandola prima indirettamente. Non è una novità stilistica, ma viene proposta bene e con effetto.
Non è un libro veloce. Mia moglie mi rimproverà per via del mio leggere troppo rapido i romanzi o dei libri letti per diletto. Ha ragione, rischio di perdere parti anche importanti della struttura emozionale imbastita in un libro. Non è un libro veloce da leggere. Con questo non voglio intendere che sia lento. È quasi il contrario, il ritmo polveroso c'è. Intendo la mia impossibilità di abbeverarmi della storia leggendo rapidamente, pur mantenendo il pieno contatto con gli eventi e con i personaggi. In molti casi la mia lettura ha rallentato, spinta a gustarsi appieno la storia e i personaggi e l'ambiente costruito di fatti, persone e sensazioni.
La scrittura di Genna non mi ha permesso di leggere tanto per finire il capitolo e spegnere la luce. Non ne sono stato capace. Il libro prende troppo dall'animo e dalle esperienze del lettore (foss'anche l'ultimo telgiornale visto) per accontentarsi di farsi solo leggere senza essere completamente vissuto. Forse questo mio parere rispecchia la vaga impressione che ho dell'autore come persona. In un certo senso anche questo suo ultimo romanzo è un poco intransigente nei confronti del lettore e si ostina a farsi apprezzare pagina dopo pagina, senza mezze misure. Sembra quasi amorevolmente ripetere: o mi leggi per benino o tanto vale mettimi sopra uno scaffale a prender polvere, ma non t'azzardare a leggiucchiarmi come fossi un libretto ferragostiano qualsiasi.
La trama è avvincente. O magari no. Forse ci saranno gli sviluppi nel seguito. O magari no.
Il romanzo si apre con la polvere su Milano. L'inzio è grandioso, quasi affascinante nella ricostruzione in presa diretta. Attinge a piene mani dai ricordi del lettore, li riassembla per creare una solida base nel proseguo delle pagine. Il romanzo termina con la polvere sulle persone, sui personaggi. La fine è finita, ma pur sempre polverosa, indistinta. È certo migliore di moltre altre lette altrove.
Traspaiono alcune interessanti tesi sul Paese passato e futuro. Chi ha già letto dell'autore qualcosa di carta o in rete può immaginarsele.
Sul fatto che sia o no un libro da comprare (Euro 15) ho poco da suggerire. Il valore di un libro è soggettivo e quello dei quindici euro è oggettivo. Per quanto sia personalmente restio a spendere soldi, se non nella mia salumeria di fiducia, sono felice dell'investimento fatto.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 23 Agosto 2004
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