|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   HOME
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
Alfred Döblin, 'Berlin Alexanderplatz'

doblin1.jpgdoblinba.jpgDisse Fassbinder: "Senza Berlin Alexanderplatz la mia vita sarebbe stata diversa. E peggiore". Anche la mia. E tuttavia resta inindagato il centro oscuro che permette ad Alfred Döblin di strutturare uno degli iper-romanzi più allucinati ed epici di un secolo altrettanto epico e allucinato quale è stato il Novecento. Mi riferisco all'esplicito sistema simbolico, di natura alchemica, che aveva permesso a Trakl e a Celan di collazionare testi la cui comprensibilità slitta sottotraccia, si strappa alla comprensione strutturale e stilistca del singolo testo. In Döblin accade lo stesso: solo che il sisma è più potente, perché qui siamo alle latitudini narrative, inadatte per natura a tollerare un simile scotimento, mentre la poesia offre àncore sperimentate. L'epica richiede una rivolta, una rivoluzione: la sempiterna, l'affondo nel cuore del tronco di quell'albero della vita che fa fruttare simboli sempre nuovi e sempre identici. La personalità rinascimentale di Alfred Döblin - psichiatra, cultore di scienze matematiche, esoterista occulto e scrittore gigantesco, autore tra l'altro de La fiaba del materialismo - spicca nel secolo e lo travolge di immagini, come accade col brano sul macello e l'interrogatorio a Giobbe che qui di seguito propongo.


continua.gifALFRED DÖBLIN

Doblin2.jpgAlfred Döblin nacque a Stettino nel 1878 e morì a Friburgo nel 1957. Di origine ebraica, fu attratto dagli studi psichiatrici ed esercitò la professione di medico e frenologo fino all'avvento del nazismo, quando fu costretto a emigrare prima in Francia e poi, nel '40, in America, per sottrarsi alle persecuzioni del regime. Rientrò in Germania nel 1955, due anni prima di morire. Da poco si era convertito al cattolicesimo.
Le sue opere: Die Ermordung einer Butterblume (1913, Assassinio di un ranuncolo), Die drei Sprünge des Wang-Iun (1915, I tre salti di Wang-Iun), Berge, Meere und Giganten (1924, Monti, mari, giganti; apparso col titolo Giganten nel 1932, Berlin Alexanderplatz (1929), Pardon wird nicht gegeben (1935, Senza quartiere), Der unsterbliche Mensch (1946, L'uomo immortale).

continua.gifDA 'BERLIN ALEXANDERPLATZ': IL MATTATOIO E GIOBBE

Doblin3.jpgPOICHE' L'UOMO E LA BESTIA HANNO UGUALE DESTINO, ALLO STESSO MODO CHE MUORE L'UNO, MUORE ANCHE L'ALTRO

Il mattatoio a Berlino. A nord-est della città fra la Eldenaer Strasse oltre la Thaerstrasse e la Landsberger Allee fino alla Cotheniusstrasse lungo la ferrovia circolare, si stendono le case, i depositi, le stalle del mattatoio. Esso ricopre una superficie di 47,88 ha, pari a 187,50 jugeri, e senza tener conto delle costruzioni al di là della Landsberger Allee, esso ha ingoiato 27.083.492 marchi, di cui 7 milioni e 682.844 cadono sul grande deposito centrale e 19 milioni e 400.648 sul mattatoio vero e proprio. Deposito, mattatoio, mercato all'ingrosso della carne formano un tutto economicamente inseparabile. L'organo amministrativo è costituito dalla deputazione del mattatoio che si compone di due membri del magistrato, un membro dell'ufficio distrettuale, 11 consiglieri comunali e 3 deputati cittadini. Nell'azienda sono occupate 258 persone, tra cui veterinari, ispettori, bollatori, aiuto veterinari, aiuto ispettori, impiegati in pianta stabile, operai. Ordine per il funzionamento del 4 ottobre 1900, prescrizioni generali, regole per il movimento bestiame, fornitura dei foraggi. Tariffario delle tasse: tasse di mercato, tasse di deposito, tasse di macellazione, tasse per la pulizia dei trogoli nelle stalle dei maiali.
Lungo la Eldenaer Strasse si stendono i muri grigio-sporchi ricoperti in alto di fil di ferro spinato. Gli alberi sono spogli, è inverno, gli alberi hanno mandato i loro succhi nelle radici e attendono la primavera. Carrettoni di macellai traballano in un rapido galoppo, ruote rosse, e gialle, davanti cavalli leggeri. Dietro un carro trotta un cavallo magro, dal marciapiede qualcuno grida Emil; contrattano il cavallo, 50 marchi e una mancia per noi otto, il cavallo si volta, trema, rode al tronco di un albero, il cocchiere lo tira indietro, 50 marchi e la mancia, Otto, se no ce ne andiamo. Quello a piedi tasta a manate il cavallo: fatto.
Edifici gialli dell'amministrazione, un obelisco per i caduti in guerra. A destra e a sinistra lunghi capannoni ricoperti di tetti di vetro, sono le stalle, le sale d'aspetto. Fuori sono appese lavagne nere: proprietà della Società dei macellai all'ingrosso di Berlino e d. Su questa lavagna possono essere fatte comunicazioni solo con l'autorizzazione superiore. La Direzione.
Nei lunghi capannoni ci sono delle porte, aperture nere per l'ingresso degli animali, numerate, 26, 27, 28. Stalle per bovini, stalle per maiali, locali del mattatoio, esecuzione capitale degli animali, asce vibrate in alto, tu non esci più vivo di qui. Strade tranquille sboccano qui, Strassmannstrasse, Liebigstrasse, Proskauer, giardini in cui passeggia la gente. Abitano vicino uno all'altro, ben caldi, e se uno si ammala e ha il mal di gola viene di corsa il medico.
Dall'altra parte corrono i binari della circolare, 15 chilometri. Dalle provincie arriva il bestiame, esemplari della famiglia degli ovini, dei suini, dei bovini, dalla Prussia orientale, Pomerania, Brandeburgo, Prussia occidentale. Dalle rampe belano, muggiscono, i maiali grugniscono e grufolano per terra, non vedono dove vanno e i guardiani dietro, col bastone. Poi nelle stalle si sdraiano per terra, tutti bianchi, uno pigiato accanto all'altro, russano, dormono. Li hanno spinti per lunghe vie, poi scaraventati nei carri e ora finalmente non c'è più niente che vibra sotto a loro, solo le piastrelle sono fredde e loro si svegliano e si pigiano uno contro l'altro. Sdraiati uno sopra l'altro. Due si azzuffano, c'è posto nell'angolo, testa contro testa, cercano di morsicarsi il collo, gli orecchi, girano in cerchio, rantolano, ogni tanto rimangono fermi e silenziosi, si mordono soltanto. Impaurito, uno si arrampica sui corpi degli altri, l'altro dietro, cerca di mordere, quelli di sotto si rivoltano, i due rotolano giù e si cercano.
Per il corridoio cammina un uomo con una tunica di lino, apre la stalla, entra con un bastone in mezzo a loro, la porta è aperta, le bestie si pigiano per uscir fuori, strillano, non si sentono che urla e grugniti. Adesso tutti per i corridoi. Vengono spinti per i cortili, fra i capannoni, bestie bianche e ridicole, coi fianchi grassi e lucenti, e quelle allegre codine attorcigliate e strisce verdi rosse sulla schiena. Questa è luce, questa è terra, maialini cari, fiutate ancora una volta, per quanti minuti ancora? No, avete ragione, non si deve lavorare con l'orologio alla mano, ma annusare e grufolare. Sarete ammazzati, ecco, guardate il mattatoio, il mattatoio dei maiali. Ci sono vecchi edifici, ma a voi tocca il modello nuovo. Pieno di luce, tutto di mattoni rossi, a vederlo di fuori si potrebbe prenderlo per l'officina di un fabbro, un'officina o un ufficio o una sala di montaggio. Io entrerò da un'altra parte, cari maialini, perché sono un uomo, io, entrerò da quella porta; ci ritroviamo dentro fra poco.
Un colpo alla porta, sbatte, si apre, seguita a dondolare. Puah, che vapore! Cosa cuociono. C'è vapore come in un bagno, forse i maiali fanno un bagno turco o la sauna. Si va avanti, non si sa nemmeno dove, gli occhiali si appannano, forse la gente è nuda e si fa passare col sudore i reumatismi, il cognac non basta e si sente trascinar le pantofole. Il fumo è troppo fitto, non si vede niente. Ma questo stridio, questo rantolio, queste urla di uomini, questo cadere di arnesi, questo battere di coperchi. E qui, da qualche parte, ci devono pur essere i maiali, devono essere arrivati dall'altro lato. E questo fumo denso e bianco. Ma quelli là sono maiali, penzoloni, già morti, già squartati, quasi pronti per esser mangiati. Uno con un tubo in mano bagna i quarti bianchi. Stanno appesi a stanghe di ferro, con la testa all'ingiù, alcuni ancora interi, le gambe anteriori traversate da un legno, una bestia morta non può far niente, nemmeno correre. In un mucchio, tante zampe tagliate. Dalla nebbia vengono fuori due uomini che portano qualcosa a una sbarra: un animale sventrato e senza budella: sollevano la sbarra sino all'anello che corre in alto intorno al capannone. Là pendono già molti colleghi che guardano con aria assente le piastrelle.
Nella nebbia tu traversi la sala, le pietre sono a scanalature, umide, insanguinate anche. Fra una colonna e l'altra, file di bestie bianche sventrate. Là dietro ci deve essere il mattatoio, si sentono colpi, schianti, urla, grugniti. Qui ci sono tante pentole fumanti, botticelle da cui esce il fumo. Alcuni uomini fan scendere nell'acqua bollente gli animali uccisi, li scottano, li tirano fuori tutti bianchi, uno con un coltello raschia la pelle e l'animale si fa ancora più bianco, liscio liscio. Tutti morbidi e bianchi e calmi come dopo un bagno affaticante o una operazione ben riuscita, o un massaggio, i maiali, in tante file, stanno stesi su banchi e assi; non si muovono nella loro calma sazia e nelle loro camicie bianche. Tutti su un fianco; alcuni mostrano la doppia fila delle mammelle, quante ne ha un maiale, che bestie feconde che devono essere! Ma hanno tutti un taglio rosso netto sul collo, proprio nella linea di mezzo. E' una cosa molto sospetta.
Si sente di nuovo rumore, in fondo aprono una porta, il fumo esce, spingono dentro una nuova schiera di maiali e voi correte là, bestiole buffe e rosee, fianchi allegri, codine attorcigliate e ridicole, la schiena segnata di strisce colorate. E nel nuovo stabbio continuano a grufolare; è freddo come quello di prima, ma qui per terra c'è bagnato, è stato versato qualcosa che essi non conoscevano prima, qualcosa di rosso e di viscido e col grugno ripuliscono il pavimento.
Un giovanotto pallido, con i capelli biondi appiccicati, tiene un sigaro in bocca. Ecco l'ultimo essere umano che si occupa di voi. Non pensate male di lui, non fa altro che il suo mestiere. Egli ha da regolare semplicemente con voi un fatto di amministrazione. Indosso ha solo stivali, calzoni, camicia e bretelle, gli stivali gli arrivano oltre il ginocchio, è l'abito che richiede il suo ufficio. Si toglie il sigaro di bocca, lo mette da parte su una scansia appesa alla parete e da un angolo prende su una scure: essa è l'insegna della sua dignità, della sua superiorità su di voi, come la targhetta di latta del poliziotto. Ora ve ne darà subito la prova. E una lunga stanga di legno che il giovane solleva all'altezza della spalla, sui maialini che squittiscono e indisturbati grufolano e grugniscono ai suoi piedi. Con lo sguardo in basso, l'uomo va attorno e cerca, cerca. Si tratta di un processo penale riguardo una certa persona, un processo penale di x contro y. Zac, e uno gli casca davanti ai piedi, zac, ed eccone un altro. L'uomo è svelto, si è già legittimato, ha lasciato piombare giù la scure dalla parte senza lama in mezzo alla calca, su una testa, poi su un'altra. E stato un momento. Ai suoi piedi il colpito si dimena, sgambetta un poco, poi si volta su un fianco e non ha più niente da dire, rimane steso per terra. Ma cosa fanno le gambe, cosa fa la testa? Non è più il maiale che si muove, sono le gambe che si muovono, per così dire, privatamente. Ma già dalla stanza delle caldaie due uomini hanno visto a che punto sono le cose, aprono uno sportello nella parete del mattatoio, tirando fuori la bestia, e, in ginocchio, zic, zic, gli ficcano il coltello nel collo, riss, gli fanno un lungo taglio, tutto il collo è aperto, come la bocca di un sacco, con altri tagli profondi gli penetrano nel corpo, l'animale sussulta, zampetta, si dibatte, è senza coscienza, per ora senza coscienza e basta, tra poco avrà di peggio, squittisce, ed ecco che gli aprono le vene del collo. Ormai ha perduto completamente coscienza, siamo nella metafisica, è cominciata la teologia, bestiola mia, tu non sei più in terra, ma ormai spaziamo al disopra delle nubi. Svelti, portate qua la catinella, il sangue nero e caldo ci spilla dentro, spumeggia, forma bolle, sù, bisogna agitano. Nel corpo il sangue si coagula, bisogna fare dei tappi, chiudere le ferite. Ormai è già fuori del corpo e vorrebbe sempre coagularsi. Come un bambino grida mamma mamma, mentre sta disteso sul letto d'operazione, e non è ormai il caso di parlare della mamma e la mamma non vuol venire, ma lì sotto la maschera con l'etere c'è da soffocare e il bimbo grida ancora mamma, fin che non può più. E il sangue scorre, le vene di destra, le vene di sinistra. Bisogna agitarlo subito. Così va bene. Alla fine cessa il crampo convulso. E tu giaci là immobile. Finita la fisiologia e la teologia, comincia la fisica.
L'uomo inginocchiato si alza. Le ginocchia gli fanno male. Bisogna scottare il maiale, sventrarlo, tagliarlo, una cosa dopo l'altra. Il capo, ben pasciuto, va in giro in mezzo al fumo con la sua pipa in bocca e di tanto in tanto getta un' occhiata dentro una pancia aperta. Alla parete vicino alla porta c'è un manifesto: Festa da ballo dei primi speditori del Mattatoio, Saalbau, Friedrichshain, orchestra Kermbach. Fuori sono annunziati incontri di boxe. Sala Germania, Chausseestrasse 110, ingresso da un marco e cinquanta fino a dieci marchi. Quattro gare di qualificazione.

Movimento del mercato: 1399 buoi, 2700 vitelli, 4654 ovini, 18.864 suini. Situazione del mercato: buoi di buona qualità, fermo, il resto calmo. Vitelli fermo, pecore calmo, maiali da principio sostenuto, poi debole; poca richiesta di bestie grasse.

Sulle strade rigurgitanti di bestie soffia il vento, piove. I buoi muggiscono, degli uomini sospingono una grande mandria cornuta e fragorosa. Gli animali si rinserrano uno all'altro, si fermano, corrono dove non dovrebbero e i guardiani corrono attorno con il bastone. In mezzo al mucchio un toro vuol coprire una vacca, la vacca corre a destra e a sinistra, il toro dietro continua a saltarle addosso, poderoso.
Un gran bue bianco è introdotto nel mattatoio. Niente fumo qui, niente stabbiolo come per gl'inquieti maiali. La grande bestia entra sola per la porta in mezzo ai guardiani. Dinanzi a lui la stanza sanguinosa con i quarti di bovi appesi, e le ossa spaccate. Il grande bove ha una fronte larga. I guardiani lo sospingono con bastoni e colpi. Uno, perché stia più saldo, gli dà un leggero colpo sulla gamba di dietro con la parte piatta della scure. Un altro, dal basso, lo abbraccia al collo. L'animale cede, cede in modo straordinariamente mansueto, quasi fosse d'accordo e non volesse ribellarsi, ora che ha visto tutto e sa tutto e che questa è la sua sorte e non c'è niente da fare. O forse anche quel gesto del guardiano gli pare una carezza. E segue il braccio del guardiano che lo attira a sé, piega da un lato il capo, la bocca rivolta verso l'alto.
Ma dietro a lui sta quell'altro, il boia, colla mazza alzata. Non ti voltare indietro. Il martello sollevato in aria dai due robusti pugni dell'uomo gli sta dietro, gli sta sopra, poi: bum, giù. La forza muscolare di un uomo vigoroso, come una clava ferrea sulla nuca. E nello stesso momento, il martello non si è ancora rialzato, che le quattro gambe dell'animale scattano in alto e sembra che il corpo pesante voglia volare in su. Poi, come se fosse senza gambe, l'animale strapiomba giù al suolo, sulle gambe rattrappite e intirizzite, resta un momento così; poi si ripiega da un lato. Da sinistra e da destra lo assale il boia, con nuovi benigni mezzi di stordimento sulla testa, sulle tempie, dormi, dormi, non ti sveglierai più. Allora l'altro, lì accanto, si toglie il sigaro di bocca, si soffia il naso, trae fuori un coltello lungo come un mezza spada e s'inginocchia dietro la testa dell'animale, le cui gambe si sono ormai liberate dal crampo convulso. Ormai non ha che piccole scosse convulse, mentre la parte posteriore si agita di qua e di là. L'uomo cerca qualcosa per terra, chiede la bacinella per il sangue. Dentro circola ancora il sangue calmo, poco agitato, sotto i battiti di un cuore potente La spina dorsale è fracassata, ma il sangue continua a scorrere calmo per le vene, i polmoni respirano, gli intestini si muovono. Ora gli ficcheranno dentro il coltello e il sangue sgorgherà fuori, me lo posso immaginare, uno zampillo grosso quanto un braccio, sangue nero, bello e giubilante. E allora tutto il giubilo festoso lascerà la casa, e gli ospiti usciranno fuori a danzare, tutto un tumulto, lontani i dolci pascoli, la stalla calda, il fieno profumato, tutto via, tutto soffiato via un buco vuoto, tenebra, ecco che viene un nuovo mondo. Ehi è comparso tutt' ad un tratto il signore che ha comprata la casa, sventramento di strade, migliori comunicazioni, lui demolirà tutto. Portano una grande bacinella, l'appressano all'animale ed esso manda in alto le gambe di dietro. Il coltello gli penetra nel collo accanto alla gola, bisogna cercare con cautela le vene, quelle vene lì hanno una pelle molto forte, e la vena sta bene al sicuro. Ma eccola, tutto un torrente rosso-nero, spumeggia il sangue sotto il coltello, al di sopra del braccio del macellaio, sangue giubilante, sangue caldo, gli ospiti vengono, è questo l'atto della trasformazione, dal sole è venuto il tuo sangue, il sole si è nascosto nel tuo corpo ed ora riviene fuori. L'animale ha degli enormi respiri, come un soffocamento, rantola, respira a raganella. L'ossatura scricchiola. Mentre i fianchi si alzano così paurosamente, un uomo dà un aiuto alla bestia. Se una pietra vuol cadere, dàlle un colpo. Un uomo salta sopra l'animale, sul ventre, sulle gambe, lassù preme ora con un piede, ora coll'altro, passa sopra gl'intestini, fa l'altalena di qua e di là, più svelto deve uscire il sangue, tutto fuori, tutto. Il rantolo si fa più potente, come un ansare prolungato, con brevi mosse respingenti delle gambe di dietro. Ormai le gambe non hanno che brevi moti. La vita scompare in un rantolo, il respiro cede. Pesantemente gira la parte posteriore e piomba giù. E' la terra, è la forza di gravitazione. Sopra di lui l'uomo fa l'altalena. L'altro di sotto scosta già la pelle del collo.
Lieti pascoli, stalla calda e raccolta.
La bottega del macellaio bene illuminata. L'illuminazione della bottega e quella delle vetrine devono essere armonizzate. Prevalentemente si usa luce diretta o semidiretta. In genere danno buon risultato lampade a luce prevalentemente diretta, perché soprattutto sono il banco e il ceppo per tagliare la carne che devono essere bene illuminati. Luce solare artificiale, prodotta con filtri blu, non può essere usata per negozi di macellaio, perché le carni richiedono sempre un'illuminazione per cui il colore naturale non debba soffrire.
Ossobuco ripieno: quando gli stinchi sono stati ben puliti, si spacchino nel senso della lunghezza in modo che la cotenna li tenga ancora insieme, poi si richiudano e si leghino con un filo.
Franz, sono due settimane che te ne stai rintanato nella tua misera stanza. Presto la padrona ti butterà fuori. Tu non puoi pagarla e lei non affitta per divertimento. Se non metti la testa a posto, finirai all'asilo. E poi cosa succederà? Non pensi nemmeno a pagare la tua stanza, non vai dal barbiere, t'è cresciuta una barba piena, castana, i 15 pfennig li troverai bene.

CONVERSAZIONE CON GIOBBE, DIPENDE DA TE, GIOBBE,
SEI TU CHE NON VUOI

Quando Giobbe ebbe perso tutto, tutto quello che un uomo può perdere, né di più né di meno, eccolo là steso nell'orto dei cavoli.
"Giobbe, tu stai nell'orto, vicino alla cuccia del cane, abbastanza lontano perché il cane non ti possa mordere. Senti però come digrigna i denti. Il cane abbaia, se solo ci si avvicina di un passo. Se tu ti volti e fai per alzarti, ringhia, balza in avanti, tenta di strappare la catena, salta, sbava, fa per mordere.
"Giobbe, questo è il palazzo e questi i giardini e i campi che tu stesso un giorno hai posseduto. Questo cane da guardia una volta tu non lo conoscevi nemmeno, non conoscevi nemmeno l'orto in cui ti hanno gettato e nemmeno le capre che al mattino ti passano davanti e ti strisciano, brucano l'erba, ruminano e s'empiono la bocca. Esse ti appartenevano.
"Giobbe, adesso hai perduto tutto. A sera puoi rintanarti soltanto sotto il capanno. La gente ha paura della tua lebbra. Baldanzoso, tu passavi a cavallo per le tue terre, e la gente ti si affollava attorno. Adesso ci hai un cancello di legno davanti al naso, e ci si arrampicano su le chiocciole. Sei anche padrone di studiare i lombrichi. Sono gli unici esseri che non han paura di te.
"Ma apri una buona volta i tuoi occhi scabbiosi, mucchio di miseria, letame vivente.
"Giobbe, cosa è che ti tormenta di più? Aver perduto i tuoi figli e le tue figlie, non posseder niente, tremare nella notte, o le piaghe nella gola e nel naso? Che cosa, Giobbe? "

"Chi mi interroga? "

"Sono solo una voce."

"Una voce viene da una gola."

"Vuoi dire che devo essere un uomo?"

"Sì, e per questo non ti voglio vedere. Va' via."

" Io non sono che una voce, Giobbe, apri gli occhi quanto più puoi e mi vedrai."

"Ah, farnetico. La mia testa, il mio cervello, mi faranno anche impazzire adesso, adesso mi porteranno via anche i pensieri."

" E se così fosse, sarebbe peccato?"

"Ma non voglio."

" Sebbene tu soffra così e tu soffra per i tuoi pensieri, non vuoi perderli?"

"Non chieder niente. Va' via."

"Ma io non te li porto via. Voglio solo sapere qual è la cosa che fra tutte ti tormenta di più."

"Questo non importa a nessuno."

"A nessuno all'infuori di te?"

"Sì! e quindi nemmeno a te."

Il cane abbaia, ringhia, tenta di mordere. Dopo un po' la voce ricompare.

"E' per i tuoi figli che piangi?"

"Nessuno pregherà per me quando sarò morto. Io sono veleno per la terra, dietro di me la gente deve sputare. Giobbe deve essere dimenticato."

"Le tue figliole?"

"Ah, le mie figliole! Anche loro sono morte. Ora stanno bene. Erano meraviglie di donne. Avrebbero potuto darmi dei nipoti, ma mi sono state portate via. Una dopo l'altra, sparite, come se Dio le avesse prese per i capelli, alzate in aria e scaraventate in terra per fracassarle."

"Giobbe, tu non puoi aprire gli occhi, ti si sono tutti incollati, sì, tutti incollati. Tu ti lamenti perché giaci qui in un orto e la cuccia del cane è l'unica cosa che ti è rimasta insieme alla tua malattia. "

"La voce, la voce, di chi sei la voce tu? Dove ti nascondi?"

"Io non so perché ti lamenti."

"Oh, oh."

"Tu ti lamenti, Giobbe, e non sai perché. "

"No, non ho..."

"Non hai?"

"Non ho la forza. Ecco. "

"E vorresti averla."

"Nessuna forza più per sperare, nessun desiderio. Non ho più denti, sono tutto molle, mi vergogno. "

"Ecco che l'hai detto."

"E è vero."

"Già, e tu lo sai. E questa è la cosa più terribile."

"Dunque mi si legge già in fronte. Ecco che straccio sono diventato. "

"Questa, dunque, Giobbe, è la cosa per cui soffri di più. Vorresti non essere debole, vorresti poterti ribellare o se no esser completamente finito, via il cervello, via i pensieri, già, tutto bestia. Abbi qualche desiderio."

"Già tante cose mi hai domandato, o voce, ch'io credo ormai che tu abbia il diritto di interrogarmi. E allora guariscimi se lo puoi. Satana o Dio, angelo o uomo che tu sia, guariscimi."

"Accetti la guarigione da chiunque?"

"Guariscimi."

"Giobbe, pensaci bene, tu non mi puoi vedere. E se tu aprissi gli occhi forse avresti paura di me. Forse io potrei farmi pagare un prezzo molto alto e terribile."

"Vedremo. Tu parli come uno che prende la cosa sul serio."

"E se io fossi Satana o il Male?"

"Guariscimi."

"Io sono Satana."

"Guariscimi."

E la voce cominciò a ritrarsi, più debole, sempre più debole. Il cane abbaiava. Giobbe aspettò pieno d'ansia: se ne è. andato, se nessuno mi guarisce, dovrò morire. Urlava. Sopraggiunse una notte orribile. Ancora una volta ricomparve la voce:

"E se io fossi Satana, come potresti poi saldare i conti con me?"

Giobbe urlò: "Tu non mi vuoi guarire. Nessuno mi vuole aiutare, né Dio, né Satana, né gli angeli, né gli uomini".

"E tu stesso?"

"Cosa c'entro io?"

"Sei tu che non vuoi!"

"Cosa?"

"Chi può aiutarti, se tu stesso non vuoi?"

"No, no!" balbettava Giobbe.

La voce dinanzi a lui: "Dio e Satana, angeli e uomini, tutti vorrebbero aiutarti, ma tu non vuoi. Dio per amore, Satana per portarti via più tardi, gli angeli e gli uomini perché sono gli aiuti di Dio e di Satana, ma tu non vuoi."

"No, no" balbettava, gemeva Giobbe e si lasciava cadere.

Per tutta la notte urlò. Ininterrotta la voce gli diceva: "Dio e Satana, gli angeli e gli uomini vorrebbero aiutarti, ma tu non vuoi". E Giobbe ininterrottamente: "No, no!" Egli cercava di soffocare la voce, ma la voce montava sempre più, sempre più, precedendolo sempre di un tono. Tutta la notte. Verso il mattino Giobbe cadde riverso sul viso. Là giacque muto.

In quel giorno guarirono le sue prime piaghe.


E TUTTI HANNO LO STESSO RESPIRO, E L'UOMO NON HA PROPRIO NIENTE PIÙ DELLA BESTIA

Movimento del mercato del bestiame: maiali 11543, buoi 2016, vitelli 1920, montoni 4450.
Ma cosa fa quell'uomo con quel bel vitellino? Lo tira per una corda, se lo trascina dentro un'enorme stanza, in cui altri animali muggiscono, e porta la bestiola davanti a un banco. Tanti banchi, l'uno accanto all'altro, e accanto ad ognuno di essi una clava di legno: con tutte e due le braccia solleva la tenera bestiola, la depone sul banco, distesa, poi afferra ancora la bestia di dietro, le tiene ferma con la sinistra una gamba perché non scalci. Poi fissa a una parete la corda con cui l'ha trascinata dentro. L'animale s'è messo là calmo, non sa cosa succeda, lì sul legno si sente un po' scomodo e col capo dà un cozzo contro una mazza e non sa che cosa è: è la punta della clava che sta per terra e con cui fra poco gli daranno un colpo. Sarà questo il suo ultimo incontro col mondo. E difatti l'uomo, il vecchio semplice che se ne sta tutto solo, un uomo dall'aria mite e dalla voce dolce - parla perfino con l'animale, prende la mazza, la solleva un poco, non c'è bisogno di troppa forza per una bestia così tenera, e gli dà il colpo sulla nuca. Con la stessa tranquillità con cui ha portato qui l'animale e gli ha detto: buono, fermo - ora gli dà la mazzata, senza ferocia, senza eccitamento, ma anche senza tristezza, no, tu lo sai, non può essere altrimenti, sei una brava bestiola e sai che questo deve succedere per forza.
E il vitellino: prrr-prrr, eccolo già irrigidito, le gambe tese. I neri occhi di velluto si son fatti d'un tratto grandi grandi, immobili, tutti cerchiati di bianco e adesso si volgono da una parte. L'uomo lo sa, tutte le bestie guardano così; ma oggi c'è tanto da fare, bisogna andare avanti ed egli cerca qualcosa che è rimasto sul banco sotto il vitellino, è il suo coltello, poi con un piede mette a posto per terra la bacinella per il sangue. Poi, risss, il coltello s'affonda nel collo, nella gola, nell'esofago, l'aria sfugge, il capo pende ciondoloni e sbatte contro il banco. Il sangue spruzza, un fluido denso rosso e nero, con tante bolle d'aria. Ecco fatto. Calmo e col suo viso pacifico e inalterato l'uomo continua a tagliare, a frugare tra due vertebre, è un tessuto tenero e giovane. Poi la sua mano abbandona l'animale e sul tavolo tinnisce il coltello. L'uomo si lava le mani in un secchio e se ne va.
E ora la bestia giace là sola su un fianco, tutta triste, così come c'è stata legata. Attorno c'è un chiasso allegro, tutti lavorano, portano roba, urlano. Il capo tagliato pende orribilmente, attaccato alla pelle, tra le due gambe del tavolo, ricoperto di sangue e di bava. Tra i denti s'intravede la lingua paonazza. E lì, sul banco, l'animale rantola orribilmente, orribilmente rantola. Il capo attaccato alla pelle trema. Le gambe hanno crampi convulsi, gambe di adolescente esili e nodose. Ma gli occhi sono rigidi, ciechi. Occhi morti.
E' una bestia morta. Presso il pilastro sta in piedi l'uomo vecchio e tranquillo e tiene in mano un librettino nero d'appunti, alza gli occhi verso il banco e segna qualcosa. Tempi cari, è difficile calcolare, è difficile tener fronte alla concorrenza.

continua.gifFASSBINDER: BERLIN ALEXANDERPLATZ
di Davide Ferrario
[da Cineforum, n. 222, marzo 1983]

Berlin Alexanderplatz è il romanzo della grande città, del frastuono del traffico, del concitato pulsare della metropoli. È solo in un contesto del genere che la storia di Franz Biberkopf è concepibile; non solo, diventa addirittura epica ed esemplare.
Per Rainer Werner Fassbinder il problema si pone in maniera diversa. Da tempo abbiamo dimenticato gli ambigui entusiasmi degli intellettuali degli anni trenta per la vita delle megalopoli e ci siamo piuttosto concentrati sulla solitudine dell'individuo nella grande città. I mass media hanno perso il pittoresco fascino dei primordi dell'industria culturale per assumere un ruolo standardizzato e alienante. Fassbinder arriva a Berlin Alexanderplatz dopo decine di film in cui questa condizione dell'uomo contemporaneo è stata descritta, sezionata, drammatizzata. Nella sua trasposizione del romanzo abbandona perciò tutto l'aspetto corale della storia, principalmente modificandone alla radice il ritmo. Il convulso flusso narrativo di Döblin diventa una costruzione lineare, solo contrappuntata qua e là dall'intervento di un narratore (anche se poi il carattere visionario di molta della prosa di Döblin verrà assunto e reinventato da Fassbinder nello sconvolgente epilogo). Fassbinder raccoglie dal romanzo un tema che gli è caro e lo mette in primo piano. Berlin Alexanderplatz è un film sull'amore.
(...) Franz è un uomo semplice e testardo. E anche, a suo modo, un uomo buono. Sì, tutto sommato non è che un ruffiano, ma nella sua insondabile innocenza crede che l'intero genere umano sia buono come lui. Come tanti altri protagonisti di Fassbinder è segnato dal destino come la vittima da immolare (è interessante notare che, secondo il regista stesso, i suoi film precedenti grondano citazioni inconscie dal romanzo, cosicché Berlin Alexanderplatz viene ad essere una vera e propria summa della filosofia esistenziale di Fassbinder). Ma Franz è caparbio e lottatore: non soccomberà facilmente. Già alla prima delusione, però, la sua fede nell'umanità vacilla pericolosamente. Quando il suo amico Liüders lo tradisce, ricattando la vedova con la quale Franz ha avuto un'avventura, non reagisce ma si lascia andare fatalisticamente: beve, finisce nei bassifondi, ha perso la voglia di vivere. La grandezza drammatica di Franz Biberkopf sta in questa sorta di santità disinteressata che lo anima nei confronti degli altri, nell'offrire evangelicamente l'altra guancia agli affronti del destino. Tanto più forte risalta questo suo carattere perché sappiamo che, se vuole, può essere violento fino all'omicidio.
Quando, dopo il tradimento di Lüders, incontra Reinhold sente che gli si arrenderà come un fanciullo. Reinhold gli passa le sue donne e lui le accoglie per farlo contento. L'incontro in cui i due stabiliscono la loro complicità è uno dei momenti più intensi del film. Fassbinder lo fa avvenire nel pisciatoio della taverna (nel romanzo il luogo è imprecisato), un posto anomalo per una storia d'amore. È il simbolo di un'intimità cameratesca, fisica, ma non per questo meno «alta» di quella propria dei personaggi di una tragedia. I primi piani dei loro due volti in campo/controcampo si alternano insistentemente e l'uso melodrammatico delle luci ci suggerisce che da questo momento, nonostante l'apparente casualità del loro accordo, Franz e Reinhold sono uniti per sempre. Ma non potranno mai essere felici insieme: resteranno condannati a una solidarietà da retrobottega.
«Quello che c'è tra Franz e Reinhold non è niente di più e niente di meno che un amore puro, non minacciato dalla società. Ed è proprio questo che caratterizza il loro legame. Ma naturalmente entrambi, Reinhold ancora più di Franz, sono esseri sociali e in quanto tali non sono nella condizione neppure di capire questo amore, di accettarlo, di accoglierlo semplicemente per arricchirsi dentro e diventare più felici attraverso questo amore che così di rado capita fra gli uomini.
E infatti si capisce che significato potrebbe avere per una creatura allevata come lo siamo stati noi o in modo similare, un amore che non conduce a risultati visibili, che non porta a nulla di evidente, di sfruttabile, di utile? Un simile amore, ed è questa la cosa triste e terribile dell'amore, un amore così a coloro che hanno imparato che l'amore è utilizzabile, per lo meno utile, sia in positivo che in negativo - perfino della sofferenza noi abbiamo imparato a godere - un amore così deve fare paura, semplicemente paura e queste persone, si intende, siamo noi». Ecco che allora anche questo amore, capace di salvare l'anima degli uomini, viene pervertito dal meccanismo sociale. Diventa una questione di interesse e l'immediato, diretto amore tra Franz e Reinhold si trasforma in un groviglio di relazioni. Le donne sono le pedine di questo gioco omicida. Il triangolo sentimentale è uno schema che percorre ossessivamente tutto il cinema di Fassbinder, dal primo lungometraggio Liebe ist kälter als der Tod (1969) fino a Il matrimonio di Maria Braun. In questo schema spesso la figura della moglie (o amante) e quella della prostituta coincidono. Berlin Alexanderplatz non fa eccezione. La tenera, gentile Mieze vuole bene a Franz. Anche Franz gliene vuole, ma sappiamo che il suo vero e inconfessato compagno è Reinhold. Reinhold desidera Mieze, forse più per capriccio che altro. Mieze è cortese con lui per far piacere a Franz. Un equilibrio dei sentimenti di questo genere è destinato alla dissoluzione. Si conclude addirittura con la morte di Mieze, la condanna di Reinhold e la distruzione morale di Franz. Ancora una volta si intuisce che l'amore è insieme impossibile e necessario. E l'amore è un rito che reclama le sue vittime.
C'è una sequenza chiave che bisogna ricordare. Franz vuole dimostrare a Reinnold l'amore che Mieze gli porta. Lo nasconde nel letto e aspetta il ritorno della ragazza. Ma lei gli dice che proprio quel giorno ha avuto un'avventura con un altro uomo. Il mite, bonario Franz si trasforma in un cieco e bestiale bruto. Picchia Mieze fino a farla sanguinare. Ma questo è niente. Dopo averla pestata chiama Reinhold fuori dal letto. Mieze ha resistito alle botte, ma non può sopportare questa vergogna. Il suo immenso dolore di fronte ai suoi sentimenti calpestati, sviliti e svenduti al voyeurismo di un estraneo esplode in un agghiacciante, interminabile grido di orrore impietrito. Questa scena, le cui premesse sono di un grottesco da pochade, è stata realizzata da Fassbinder con un rigore e una glacialità impressionanti. L'inquadratura fissa di Mieze che urla irrigidita in mezzo alla stanza, stordita di fronte all'abuso che gli uomini fanno dei propri sentimenti, è forse il simbolo definitivo del cinema di Fassbinder.
Richiama l'altro grido di paura impotente («lungo tre giorni e tre notti») che Franz emette sul letto del manicomio, atterrito dai fantasmi della sua vita che vengono a visitarlo. Alla fine di quel grido il vecchio Franz muore e uno nuovo, più malleabile e utilizzabile, nasce per sostituirlo.
Ma Berlin Alexanderplatz non è solo un film sull'amore. Perché, lo si sarà capito, l'amore riguarda individui che hanno il loro posto nella Storia.
Nel film di Fassbinder la Storia non è percepita come progresso o come sviluppo. Coerentemente con la sua ispirazione artistica, per il regista tedesco la Storia è il compimento di un incubo. Un immane melodramma che ha bisogno di sacrifici umani. Per quanto possiamo intuire come Franz Biberkopf si trasformi da outsider in acquiescente cittadino del Terzo Reich, ce ne sfugge però la esemplarità dimostrativa in quanto personaggio.
La ragione sta in una caratteristica del romanzo che non era sfuggita a Benjamin: la dimensione di Franz Biberkopf in Berlin Alexanderplatz non è «tipica» (in senso lukacsiano) ma epica. In quanto tale il suo rapporto con la Storia è fatale e segnato dal destino. I suoi ex-amici sono di sinistra e certamente Biberkopf li ama: ma a un certo punto si mette a portare la croce uncinata. Poi diventa qualcosa di simile a un qualunquista. Il fatto è che il suo avversario è il mondo intiero, non un nemico politico. La metafora più pertinente (sfruttata infatti da Fassbinder in modo più ampio e più reiterato che nel romanzo) è quella di Babilonia, la Grande Puttana, il cui profeta è l'enigmatico uomo con la testa calva - un po' ufficiale prussiano, un po' SS, un po' mostro di Düsseldorf (Fassbinder non deve essersi dimenticato di La tenerezza del lupo). Questo personaggio riappare costantemente a proferire la medesima minaccia di sventura e di spargimento di sangue.
La Weimar di Fassbinder si tinge dei colori apocalittici del caos. Nella colonna sonora si rincorrono canzoni patriottiche, l'Internazionale e romanze d'opera fino a che questi motivi si sovrappongono confusamente nell'ultima inquadratura di Franz Biberkopf, lo sconfitto. Biberkopf sfugge a qualsiasi tipologia sociale che lo definisca fino in fondo. Se è vero che, come dice Benjamin a proposito del romanzo, è un «briccone» (il «negativo sociologico» della piccola borghesia), è altrettanto vero che per tre quarti della storia è un furfante disperatamente e pateticamente deciso a vivere onestamente (una decisione che gli costa anche un braccio). Contrariamente ai film sull'«era Adenauer», Berlin Alexanderplatz non trascrive dialetticamente la Storia, ma la annuncia con cupi accenti da incubo - quali possono essere percepiti nel microcosmo della Alexanderplatz («Mille metri... la vita di Biberkopf non ha un raggio maggiore») gli echi degli eventi del mondo esterno. Nell'epilogo la annulla nel delirio. L'unico progresso che Fassbinder ha voluto descrivere in questo film è quello, inesorabile, della Morte.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 24 Giugno 2004

stacco.gif
blogsnation.gif Questo sito, privo di qualunque finalità di lucro, è ospitato gratuitamente sui server di BLOGSNATION, grazie all'opera di pietà tecnica e di umana comprensione di Gianluca Neri. I contenuti della e-zine I Miserabili non sono soggetti a copyright. I Miserabili non è una testata registrata. Per proposte, richieste ed eventuali lamentele, contattare il responsabile di questo sito, Giuseppe Genna. Non si accettano invii di manoscritti (anche in forma digitale) e nemmeno proposte di recensione.
RSS 1.0RSS 2.0Listed on BlogSharesThis blog is listed in BlogBarThis blog is listed in BlogNewsGNU FDL LincensePowered by Movable Type 2.64