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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Villalta: sulla poesia di Mario Benedetti

di Gian Mario Villalta
[E' da oggi in tutte le librerie Umana gloria, il libro di Mario Benedetti pubblicato nella storica collana di poesia Lo Specchio, da Mondadori. Come annunciato con largo anticipo, i Miserabili dedicheranno, a più riprese, ampio spazio a questa raccolta di versi e al suo autore. Cominciamo riprendendo, dalle pagine di Pordenonelegge (uno dei siti letterari che invitiamo a visitare regolarmente), un saggio di Gian Mario Villalta sulla poesia di Benedetti]

Questa intensa sequenza di "luoghi", che nell'insieme mostrano di condividere un medesimo orizzonte, porta nuova e coerente materia all'opera che Mario Benedetti sta costruendo dopo I secoli della primavera (Sestante 1992), dove già sono presenti i tratti inconfondibili di una poesia forte e originale, e che ha le sue prime importanti anticipazioni nelle due sillogi.
Una terra che non sembra vera (Campanotto 1997) e Il parco del Triglav (Stampa 1999). Non è necessario, del resto, compiere uno sforzo particolare per convincere sulla qualità di un poeta che sa mantenere limpido il dettato dei versi in una sintassi difficile e rarefatta, mentre porta un'intonazione così profondamente sentita e sofferta entro lo spazio della vita di un uomo e una donna, nella loro casa di ogni giorno:

Ma d'aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.


borgolocanda.gifOppure l'avvio netto, ampio, che stacca dal semplice presente una dimensione del tempo ricca di profondità e risonanze, nella poesia di apertura Borgo con locanda, che dà il titolo alla plaquette:


"Come in un volo la corriera mi ha dato lo spiazzo con la facciata."


O, ancora, un'altra apertura verticale nella poesia Immaginare vuoto:


"L'alto sono gli occhi che vengono a guardare
sul cielo che resta fermo ogni sera, sparso di alberi davanti."


Il movimento incessante del cielo, del mare, dei pensieri, nella prima strofa di Pas-de-Calais:


"È unito per tutto il cielo alto l'asfalto. Alcune sopra le altre le nuvole
sono la paura delle case lucenti per le lamiere del mare.
Si sta dentro con la paura che il corpo è strano che non faccia male,
povere e care le dita che danno alla bocca queste ore immense di noi."


Non sarebbe difficile trovare altri esempi notevoli, con i quali mostrare che la caratteristica principale di questa poesia è soprattutto quella di costituire un "luogo" (faccio uso una seconda volta delle virgolette per sospendere questa parola, dedicarle l'attenzione che merita, scorgervi non soltanto un rinvio generico nel flusso delle informazioni o nella mappa che sovrappone estetica e turismo, ma lo spazio di cielo e terra in cui avviene l'incontro reale del corpo e del cosmo, lo spazio di una parola e di uno sguardo condivisi). Perché esistano ancora i luoghi è necessario salvare i referenti della loro unicità, ovvero la dimensione stratificata e plurale del tempo che li caratterizza, ciò che ha distanza e differenza, e chiama in causa quel gioco complesso della mente per cui il vedere, l'immaginare e il ricordare si intrecciano e intersecano di continuo. Leggere dentro lo schermo in cui appaiono già compiute le informazioni su noi stessi e sul mondo fa spesso dimenticare l'apertura che viene dalla forza del percepire, dalla capacità di esporsi a quel sentire "fuori di sé" che dà intonazione alla giornata, alla stagione, alle epoche della vita.
Benedetti sa che la luce ha il suo tempo, sa che una luce viene dalle cose, e mostra come "fuori di sé" si offre la qualità di un giorno, la sua unicità, perché il tempo preferisce ciò che è semplice, nudo, immediato, e nel cuore del tempo vissuto c'è una contrazione, un punto cieco che assomiglia all'eternità.
La scansione del verso avviene su una misura lunga che tende a volte a occupare la riga: segue un andamento di suoni, accenti e sintassi che suggerisce movimento, instabilità, provvisorietà, ma che nella strofa appare saldissimo, con il sostegno di una felice naturalezza delle misure brevi. Lungi dall'inclinare verso la prosa d'arte, come potrebbe suggerire un primo sguardo alla pagina, questa poesia è fortemente lirica, e una lettura che bene scandisce il ritmo del verso avrà tutto da guadagnare.
È una poesia che ha qualcosa di disorientante e allo stesso tempo inesorabilmente persuasivo. Quello che riconosciamo del paesaggio friulano al confine sloveno, del paesaggio urbano milanese o di quello della costa settentrionale francese (i tre punti geografici che ricorrono da tempo nella poesia di Benedetti), quello che anche più immediatamente riconosciamo dei gesti, oggetti, forme di vita quotidiana è compreso in questo movimento di estraneazione e di improvvisa, illuminante vicinanza. La materia verbale della composizione permette, del resto, una straordinaria prontezza al cambio di velocità nelle giunture tra le frasi e nella costruzione delle immagini.
Infine, questo sentire che a volte è capace di portare sensi così lontani nel tempo e nello spazio, di muovere memorie remote, offre come corrispettivo, sul piano tecnico, una nuova vicinanza alla realtà percettiva, alla sua innervatura nella corporeità.
La realtà è stata quasi sempre pensata nel corso del secolo come qualcosa che avveniva alla giusta portata di un occhio sostanzialmente cartesiano, dotato di una sua interiore sala di proiezione - di qui il prevalere del concettuale nei problemi dell'arte. Le modalità con cui Benedetti ottiene la sua particolare adesione al reale sono diverse: egli asseconda i punti di cecità della ricezione sensoriale, il sovrapporsi della memoria e dell'immaginazione, gli autoinganni di vedere, le false prospettive dettate dall'emozione, la comunicazione di gesto che fa sentire il respiro nella pronuncia. E le esitazioni, le domande, le negazioni di immagini già date, le imprecisioni che sembrerebbero nuocere alla poesia, qui diventano parte di un procedimento coerente, di una strutturazione inconfondibile di reale:


"Mattina di qualche parte, tra le case veloce,
che fa del cielo qualcosa di fermo, non di profondo,
no, una visita, come l'aria dietro il vetro è densa
nella figura che ci saluta, e uno sparo si raddensa
e l'aeroplano diventa la tua carta ritagliata."


Una poesia che dovremo ancora analizzare per comprenderla più a fondo, e che però non richiede un lettore complice, preventivamente istruito sui suoi valori, ma soltanto la prossimità di uno sguardo, il gesto iniziale di un incontro.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 27 Gennaio 2004

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