Cari Mario Desiati, Christian Raimo, Flavio Santi,
a mio parere voi siete il futuro della letteratura italiana. Lo dico con alcune cautele e con alcune mancanze di tatto. Lo posso fare, anni fa sarebbe stato più problematico. Però oggi dispongo di un blog - uno strumento totalmente idiosincratico, con il quale è possibile sfiorare il ridicolo poiché ci si assume totalmente la responsabilità del ridicolo. Si può anche tentare un esercizio lugubre come quello che qui sto svolgendo: caricarvi, sebbene non in assoluto ma soltanto quoad me, di pesi che sembrano convertirsi in ipocrite prese di posizione, con tutti i pericoli che comporta l'augurio - pericoli essenzialmente riconducibili alla gaffe e all'errore, al portare sfiga, all'allucinare. Io dico con convinzione che voi tre, scrittori diversissimi tra voi, siete il futuro della letteratura italiana, poiché questo tempo che stiamo vivendo, mi pare, riconduce ad alcuni processi di circolazione dell'energia intellettuale e di critica all'esistente che, per me o per quelli nati un decennio prima di me, latitavano. L'aria è cambiata, il tempo è cambiato, è cambiato anche il modo di affrontare tradizioni, linguaggi, tematiche, ritmi e accensioni intuitive. Faccio ancora fatica a dire in pubblico che gli scrittori italiani contemporanei che stimo - anzi, diciamola tutta: che amo - sono grandi scrittori; le modalità che adotto hanno per conseguenza l'esito scontato dell'iperbole che impegno: mi dicono, quindi, o che non sono affidabile, o che sono il solito, o che sono troppo entusiasta o che faccio l'ancella o che, definitivamente, sono un pirla. Non è autocommiserazione: è soltanto l'assenza, ormai trascorsa, di una comunità critica ad avere imposto soluzioni del tutto personali per scavalcare un autentico muro di gomma. Però sto parlando di un tempo già consumato, sia con l'oblio sia con l'apprendimento random e ambientale di lezioni importanti.
Fuori da ogni nichilismo, vorrei ora compiere questo gesto rituale: parlare al futuro, parlare del futuro che preme questo tempo che vivo, parlare del futuro. Che, per me, è sempre un futuro storico, un futuro che è già qui e ora. E, sempre per me, questo futuro siete voi tre.
Vorrei cominciare con quella che io giudico la mente più anarchica e prodigiosamente autodidatta dei tre: quella che, a mio parere, ha dovuto sopportare le prove finora più pesanti, in un'assenza di magistralità che le si opponesse da Nemico, da Papà Da Abbattere, da Insegnante - cioè Christian Raimo. Lo introduco per chi lo conoscesse poco o male. Christian Raimo è, anzitutto, uno scrittore: per ora di un unico libro, Latte, pubblicato per minimum fax. E' un eccelso traduttore ed è uno che sa tutto. Parlate con Christian Raimo dal vivo e stupite. Leggete i riferimenti a cui si appoggia nei suoi interventi e sdilinquite. Se si va in giro, come si va per funghi, per intellettuali, ecco l'aggettivo che viene più spesso utilizzato a proposito di Raimo: è "brillantissimo". L'impegno civile, l'utilizzo di categorie del politico secondo declinazioni storiche che ha assunto la letteratura, costituisce soltanto una delle molte cifre per cui questo giovane scrittore, già oggi, risulta significativo. Non mi frega un cazzo che non sia ancora uscito per una casa editrice che vanta una grossa distribuzione in libreria: poiché a questo si è ridotta la civiltà editoriale italiana. Sono proprio cazzi: cazzi dell'editore, intendo, se Raimo non ha ancora pubblicato presso un brand di largo consumo. Finché l'editoria non dimostra di riprendere in mano la propria funzione e di memoria e di avanguardia, si può tranquillamente parlarne in termini di industria, e nemmeno culturale. A oggi, l'unica editoria di questo tipo la fa Stile Libero Einaudi. Io mi ricordo le polemiche che sorsero, ai tempi in cui Repetti e Cesari approdarono allo Struzzo. Beh, tanto di cappello: Repetti e Cesari hanno fatto il catalogo della contemporaneità italiana. Scarpa, Pincio, Wu Ming, Evangelisti, Mozzi: sono tutti autori Stile Libero. Per dirla con terminologia che mi sta a cuore: il catalogo è questo. Quella che sembrava l'iniziativa trendy dell'ultima metamorfosi del mercato culturale (un abbaglio che io stesso ho preso in anni per me sospetti) si è rivelata un'antica strategia inaugurata da Vittorio Sereni quando stava alla Mondadori: fare cultura di massa per permettersi di pubblicare Lo Specchio. In questa sede lancio l'appello: Raimo è un autore da Stile Libero.
Vengo ora alle ragioni per cui Raimo mi pare così decisivo. Seguo gli scritti di Christian Raimo praticamente da sempre. Ho stroncato, con modalità appunto iperboliche, il suo esordio. Vale la pena stroncare uno che si capisce benissimo che è bravo? Sì, vale la pena. Vale la pena stroncare uno bravissimo, uno giovane. Vale la pena dare un bersaglio alla sua esuberanza emotiva, se questa non viene da lui riconosciuta come tale ed è scambiata per furia intellettuale. Questo è stato il caso di Raimo: io lo so bene, poiché io sono stato come lui. La sua onnivora tendenza a ingurgitare e metabolizzare ogni tipologia di contenuto culturale, la sua meravigliosa (nel senso che meraviglia chiunque) e talentuosa capacità di elettrificare il campo intellettuale: queste scosse continue, queste fibrillazioni, questi spostamenti velocissimi, questa sacca da cui estrae memorie perdute che non può avere vissuto in prima persona: tutto ciò eccita, tutto ciò mette a repentaglio la mente periolosa. Poiché ecco appalesarsi il vuoto che uno come Raimo ha avuto da affrontare: l'emotivo, la perdita, l'errore, la merda, ciò che è mancante, il silenzio. In tre anni, Raimo ha dimostrato di avere attraversato questo vuoto. Passava il tempo e vedevo sempre più incisive le sue parole, sempre più stabili e potenti le strutture retoriche del suo discorso - tutto in lui era sempre più toccante, fremeva di vita, era necessaria stilla di una psichicità completa, non di un sistema nervoso in movimento. Tempo fa, lessi parte di un romanzo inedito di Christian Raimo, e restai a bocca aperta. Tempestata da una gragnuola di scaglie luminose, fatte di intelligenza pura, la Grande Madre Pietà osservava da dentro, da sotto, dall'alto. Leggevo ed ero visto da una pietà. Questo umano che parla ed è la letteratura... Ecco un passo, a mio parere stratosferico, di quella sezione inedita:
"O il fallimento o l’estasi. O l’estasi del fallimento. O il fallimento dell’estasi. Del resto non è così anche da bambini? A scuola non vi insegnano mica a dire “medio”. C’è il grande e c’è il piccolo, altro non esiste. Levi Strauss avrà controllato negli asili di tutto il mondo? Ed era così assolutamente, ormai era un costume mentale che mi apparteneva, immaginarmi scenari folgoranti dietro i luoghi più comuni. Mi capitava di vedere Piranesi dietro ogni scala, dietro ogni porta un arco di trionfo, e bastava una strada in salita a farmi pensare a Pessoa sui tram di Lisbona, o a San Francisco e a una mandria di poeti assetati che corre dietro a una macchina su e giù per le montagnerusse d’asfalto.
Freud. Scrive ne L’attenzione fluttuante che non riesce a tenere il filo di quello che gli dice il paziente analizzato perché viene troppo distratto da una storia o da quell’altra.
Mi sono fatto un giro per i corridoi del teatro, stanze illuminate quasi tutte di lato, come una fiction su Caravaggio. Alle pareti le locandine degli spettacoli storici incorniciati. Una foto bianco e nera appoggiata sul bordo alto di un quadro con colori sparsi a macchie: Rossella Falk seduta in bilico su una sedia ripresa dal basso. Ce vorrebbe n’idea, ce vorrebbe n’idea- nel bagno, andato un secondo nel bagno, non c’erano scritte se non un Il diavolo esiste con una grafia tremolante. Ho pensato a una situazione in cui una scintilla di idee potrebbe fare rivoltare una giornata o un mese".
Vorrei riassumere cripticamente, fedele al precetto evangelico che dispone la costruzione di occhi che sappiano vedere: Raimo diventa potentissimo nel momento in cui supera l'ossessione del presente. Fino a qualche tempo fa, esattamente come capitato a tutti, Raimo entrava nel presente, spaccava il presente con una prosa caleidoscopica e nervosissima, perché di fondo premeva il problema della tradizione, reinterpretato emotivamente, psichicamente, come questione dell'identità: sua e della sua generazione. Non è più così, poiché quella non era una domanda necessaria se non contingentemente. Se Raimo è in grado di scrivere quaranta pagine che mettono me, lettore, nell'abbraccio ottico e testimoniale della Pietà, significa che egli è visto dalla Pietà, si permette la Pietà, ha Pietà di se stesso. Questo addolcimento di un'ansia iniziale, che è tipica di chi ha deboli genitori (non genetici, ma filogenetici), è una distrazione che ha già espresso le sue ragioni, è a molto servita, si è opposta essa stessa come Nemico di una generazione, come nemico di una psiche. Ciò che ti ha portato in salvo, sull'altra sponda, non serve più quando devi iniziare il viaggio in terraferma. Abbandonare la nave, lungi dall'essere un atto di pavidità, diviene una necessità spirituale, una necessità letteraria. Imparate a conoscere Christian Raimo: leggetelo ovunque. Questo, se non vi va di essere sorpresi quando emergerà come figura di riferimento definitivo. Altrimenti attendete: è anche bello essere sorpresi, è una risorsa che la realtà detiene ed esprime con continuità stupenda e allarmante.
Vengo al secondo nome a cui vorrei appellarmi: è quello di Mario Desiati, l'autore del celebrato Neppure quando è notte (pubblicato da peQuod). Devo qui anzitutto rivelare un particolare esistenziale che pertiene a me e Desiati: lo si prenda per un'incursione nei territori incerti del gossip, autentica figurazione contemporanea del tragico popolare. Mario Desiati è la persona che mi ha detto: Genna, sei vecchio, ormai. Venne a trovarmi, in un pomeriggio invaso da luce matura, a due metri dal pavé e dalle rotaie del 30, lui ragazzino scosso da tremiti di timidezza, io scrittore alle prime armi e del tutto ignoto. (Qui vorrei aprire una breve parentesi. Non sto cercando di conferire credito a tre giovani scrittori, a partire da un'improbabile autorità che improbabilmente mi sarei costruito. Se faccio libri di genere letti da diecimila persone, davvero, non posso avanzare alcuna pretesa in quel senso; né, sia chiaro, desidero farlo. Sarebbe per me una sciagura personale pensare in simili termini. Io cerco soltanto un confronto e faccio divulgazione via Web: è diverso. Lo dico a uso degli idioti che continuano a non capire. Io qui sono una forma cazzuta di dépliant pubblicitario. Sto soltanto sostenendo una causa per me basilare, che è questa: dire che esiste un grande presente della letteratura italiana e, con tutta probabilità, un grande futuro).
Detto questo, ritorno a Desiati. Desiati è uno degli scrittori più violenti che io abbia mai conosciuto. Ci sono scrittori violentissimi: non penso tanto a Moresco, quanto a Pincio. Pincio non è efferato: è violento. Non si può pensare alla calma stilistica, al raggelante e piano lallìo con cui Pincio scrive e, poiché si è a latitudini glaciali, pensare che i ghiacci siano efferati: i ghiacci sono violenti. Lo sconvolgente (sempre per me, quoad me) ribaltamento di prospettive intraletterarie, di cui si è fatto portatore Pincio, potrà forse risultare un abbaglio critico, ma è indubbio: la tradizione narrativa della nostra contemporaneità esce scarnificata dal manifestarsi di un romanzo come Lo spazio sfinito. L'aggressione al tempo e allo spazio che Pincio inaugura con Un amore dell'altro mondo riporta direttamente al rapporto che Pavese intrattenne non tanto col mito, quanto col mito del tempo e dello spazio. Va capito questo, per comprendere il grado di violenza che deflagra dai due romanzi di Pincio.
Parlo di Pincio a proposito di Desiati perché, credo, Pincio indica a Desiati uno sviluppo della sua scrittura, a cui non so se Desiati stesso sta pensando. Il genere di violenza in cui milita la scrittura di Desiati è, anzitutto, un genere letterario, appartiene alla tradizione ed è tipicamente una categoria italiana: è una forma che rinnova il genere del neorealismo moralista. La scelta di Desiati, che non è proprio una scelta poiché appartiene a un temperamento letterario, è quanto di più opportuno possa apparire oggi sulla scena letteraria, qui da noi. Il neorealismo a cui mi riferisco, ovviamente, è una distorsione impressionistica dell'oggettività, è un'ermeneusi feroce del reale, che predilige categorie estetiche, immediatamente coincidenti con le categorie del politico narrativo. La specola letteraria di Desiati è un controavantpop, che mette in luce la povertà come dato spirituale, e non soltanto sociologico, di primarietà rispetto a una lettura dell'oggi. Il corollario che ne consegue, immediato, è di carattere: un carattere emotivo: è un'ironia feroce, che a tratti e spesso assume i toni dell'invettiva sarcastica, con tutto quello che ne consegue a livello retorico. Le figure, così, divengono emblematiche di un non-superamento dell'oggi: è così, questa è la realtà che vi spiattello sotto gli occhi, questo è il reale che puzza e che fate finta di non vedere. La passione civile di Desiati, che ha nobili precursori, non è femminea: e questo è un difetto. Si tratta di virulenza, più che di violenza. Si tratta di un'emanazione sacrosanta di un espressionismo contemporaneo (vedi, infatti, il perfetto ricorso al gergale, alla stortura parafolklorica di una lingua che pendola tra il verismo e l'immaginario). Desiati viene dalla poesia, disciplina letteraria che, verso l'espressionismo, qui in Italia, ha sempre nutrito sospetti e posto ostacoli inutilmente faticosi da superarsi. La scelta del misurarsi in prosa e non in versi (questa sì è una scelta) segnala non una debolezza di Desiati, ma dell'intero apparato tradizionale della poesia italiana.
C'è quindi qualcosa che Desiati può fare per sviluppare la penetrazione del suo sguardo. A mio parere, come continuo a ripetere: a mio esclusivo parere. Lo sviluppo di Desiati, che ritengo inatteso, stantibus rebus, perfino da lui, è questo: la femminilizzazione del rapporto che la sua scrittura intrattiene con l'oggi. So che è criptico, ma vado comunque avanti: femminilizzare significa approfondire la fabula. La metto così: cosa accade dopo l'Helter Skelter? E' purissima responsabilità di Desiati cosa raccontare dopo la palingenesi imposta da qualunque esercizio di violenza. Ho parlato di Pincio appositamente. Pincio approfondisce l'eversione che è implicita nella fabula: la sua risposta non è, come altri hanno visto, l'eversione dalla fabula, bensì l'eversione della fabula. Il racconto sospende: Pincio fa entrare nell'effetto fabula, più che nella costruzione di quell'effetto. Pincio salta, poiché lo fa lui per noi internamente, la costruzione ad effetto, e ci presenta lo spazio dell'effetto, lo spazio effettivo: ne ravvisa la sfinitezza che si prova, a stare in quello spazio.
Se potessi riassumere con sloganistica oscura: Desiati può virare al metafisico. Non un metafisico davvero metafisico: ma un metafisico storico, intramondano. Potrebbe occuparsi dell'altitudine del basso. La sua emblematica, che ha avuto nei barboni della Tiburtina una manifestazione potente, potrebbe decollare per narrare (anzi, più che narrare, aprire uno spazio) il vuoto storico che fa da sfondo al costruirsi della storia: è che è umano, è intraumano. Che è la Pietà.
Giungo infine al terzo nome, quello in cui, lo dico apertamente, confido con maggiore ansia d'attesa e certezza d'impresa: è Flavio Santi. Finora autore di mirabili interventi critici, di opere di poesia e narrativa, Flavio Santi è un autore Einaudi fatto e finito e sarebbe uno scialo se lo Struzzo non lo pubblicasse. Flavio Santi è un uomo che non pendola tra una parte e l'altra: pendola sfericamente, a tutto tondo, come certi pendolini di quelli che a Milano chiamiamo 'medegùn'. Ho letto (e ho anche pubblicato: qui) passi dell'enorme ambiziosissima opera a carattere epico a cui Santi sta lavorando da anni. Sarà, a mia detta, un'epifania: nel senso che posso attendermi anche un insuccesso di critica, qui in Italia, per un libro che affronta, tutti contemporaneamente, temi distantissimi tra loro per àmbito e prassi, che l'attuale critica italiana fatica di necessità a intercettare - però sarà un lavoro a tutto tondo, a più-che-tondo. Sarà un lavoro la cui seminalità verrà misurata nel corso del tempo. La questione narrativa, più che quella poetica, è per Santi un'incursione smodata e rigorosa dello spazio esistente: il che esorbita il presente. Se c'è una matrice tradizionale, tra le tante, con cui mi pare di potere approcciare la scrittura narrativa di Santi, è l'esplosione totale del Pynchon di Gravity's Rainbow: non in senso stilistico, però. Dal grottesco all'affabulazione della fondazione (qui secondo tematica picaresca, donchisciottesca), da un'interrogazione profonda sulla teoria dell'unificazione (provenendo però dalla tradizione scientifica del quantismo, più che della relatività) a un ingaggio delle domande più avanzate sul post-psicologismo (e, quindi, della questione neuroscientifica, interpretata spietatamente, come già accadeva nella tradizione bruniana ma anche galileiana, secondo il conflitto riduzionismo/antiriduzionismo), da una tematizzazione allegorica della 'decadenza' (non a caso l'area di provenienza del Santi filologo è la decadenza latina) alla messa in dubbio dell'avvicinamento al narrare in termini di struttura piuttosto che di ritmo: ho elencato soltanto alcune delle direttrici intellettuali su cui si sta muovendo, e si muove da anni, la scrittura di Flavio Santi.
Santi è anche poeta. Dei tre scrittori sui quali sto qui scrivendo, FS è l'unico che ha, a mio parere, la chance per sfondare sia con un romanzo sia con un saggio critico sia con una raccolta di poesie. Raimo è un romanziere atipico fatto e finito e uno strepitoso saggista. Desiati dispone della facoltà di realizzare e superare la fabula. Santi ha una versificazione su cui, se io fossi un critico di poesia, già adesso rifletterei; ha una cultura immensa, che abbraccia campi dello scibile a cui poco eravamo abituati qua in Italia, ma anche campi a cui qui in Italia eravamo abituatissimi, il che ne fa un occhio critico abbastanza impressionante; sul romanzo, ho già detto. Mi trovo, dunque, in imbarazzo a effettuare una scommessa sullo sviluppo delle scritture di Santi. Parlo a braccio, a pelle. L'unica fenditura da cui può entrare un agente esterno corrosivo, per Santi, è l'ironia. L'ironia di Santi è palpabile nelle sue poesie, mentre in prosa viene convertita in 'comico', da interpretarsi come forza equilibratrice del 'tragico'. L'ironia delle sue poesie si manifesta come parlato, come colloquiale, spesso come presupposizione di un 'tu' totalmente antimetafisico (non è, per intendersi, il 'tu' della tradizione celaniana). Santi in poesia procede attraverso rattrappimenti del saputo: ciò che sa viene detto per scaglie, per allusione, pratica quest'ultima che è già ironica e difensiva. L'ironia poetica di Santi è una nota stonata rispetto al suo atteggiamento di costruzione del positivo, più che di riassunzione delle tradizioni: è una difesa psichica, non è un'edificazione disinibita. Santi, come del resto Raimo ma non come Desiati, è totalmente privo di un riferimento interiore di marca presbiteriana: e, infatti, è il meno moralista dei tre. Non che sia un limite, il moralismo: anzi, è a mio parere una forza centripeta fondamentale. Ciò che intendo, piuttosto, è che ravvedo in Santi un interesse a mettere in equilibrio, ed eventualmente in squilibrio, il centripeto con il centrifugo, per fare sbalzare l'osservatore al di fuori (o enormemente al di dentro) delle forze in campo. Santi sa benissimo dove mirare: all'osservatore in sé, che è nel mondo ma non è del mondo, all'umano nella sua apertura ai compossibili, all'empatia e all'assenza di empatia viste contemporaneamente dall'interno e dall'esterno. L'ironia poetica di Santi è una scoria: siccome metterà a rischio la riuscita del tentativo in versi, per quanto credo, verrà abbandonata. Il comico, in poesia, appartiene a una poetica delle cose, più che delle forme. Enfatizzare, per tattica letteraria storica, la poesia delle cose, essendo stremati dalla superfetazione delle 'forme pure': questa forma d'ansia Santi può averla avuta in passato, ma è risolta: è già risolta.
Detto dei tre autori, ecco l'appello.
L'appello è questo: cos'è la letteratura? Cos'è la letteratura italiana?