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Zaccuri: Milano, la città di nessuno
 Che cos'è Milano? Che cos'è la letteratura? Chi è davvero lo scrittore? Che cos'è un sogno? E un incubo? Esiste Dio? La morte si vince? Fuori del cerchio magico dell'amore esiste astio o salvezza? Quali segreti si celano all'umanità? Ecco gli attrattori strani che Alessandro Zaccuri ha posizionato, come altrettanti buchi neri, nel corpo accecante della Milano in cui entra da cronista esoterico o, semplicemente, da romanziere che è pronto alla definitiva consacrazione narrativa: Milano, la città di nessuno è, come esplicita il sottotitolo, un reportage visionario e allucinato che attraversa ventricoli, gomiti, diverticoli, intestini del grande mistero androginico di una metropoli non ascesa allo statuto di metropoli, il contrario esatto del non-luogo à la page qualche anno fa. E' il racconto del pellegrinare impressionante dello spettro di Luciano Bianciardi che torna a Milano: torna e vaga feroce e poetico come controfigura di uno Knut Hamsun italiano. Questo è un romanzo avantpop con le contropalle: Zaccuri da qui spicca il volo - volo che l'Italia sembra faticare a spiccare.
Già l'incipit è pazzesco, tiene in sé il nucleo scottante di uno dei Grandi Dialoghi che questo "reportage allucinato" si permette disinibitamente di affrontare: quello tra l'alto e il basso, tra l'enorme e il microscopico. La scena iniziale è tutta milanese e contemporanea: è, precisamente, l'evento che fa di Milano l'emulazione fallita della Capitale dell'Impero. New York assiste al crollo delle Twin Towers, a Milano un terrone svizzero impazzito e vestito in canottiera e mutande semina il panico andandosi a schiantare con un aeroplanino contro il Pirellone. Era il sogno di Luciano Bianciardi, no? Lo era, viene a concretizzarsi proprio davanti ai suoi occhi di spettro senza pace, eppure stranamente stazzonato, avvilito e tranquillo. Da qui inizia la sua quest priva totalmente di Graal: proprio dal Pirellone deturpato da uno che non si chiamava Luciano Bianciardi, bensì Gino Fasulo.
Bianciardi va per le strade di Milano, che sono proprio le strade di Milano, ma sono anche tutt'altro: non si capisce se sia più metafisico il corpo pranico di un morto stranamente resuscitato oppure quegli snodi pazzeschi che i milanesi sembrano non vedere più. E non è soltanto questione di geografia. Siamo piuttosto nelle magnetiche lande del medianismo più inatteso, quello letterario: tanti spettri vengono convocati da Zaccuri che, con teosofica sapienza e delirante deriva, chiama in causa chiunque. C'è, per esempio, e di questo bisogna ringraziare tantissimo l'autore, il Giovanni Testori de Gli Angeli dello Sterminio, dimenticato romanzo quasi finale dell'autore della Gilda, un testo apocalittico straordinario in cui perfino il Cardinal Martini (un altro spettro implicito del libro di Zaccuri, col suo cattolicesimo di facciata, apparentemente peloso, che cela una sapienza esoterica tuttora inindagata) compare in forma fantasmatica, con femminee mani guantate. C'è il Chuck Palahniuk di Fight Club in versione cinematografica. C'è il Bacchelli del dimenticatissimo Tombone di San Marco (no, tanto per capirci a che altezze letterarie siamo, lo cito testualmente: "Il fondo dà odore. E' un sito luteo di palude, funereo e afoso, che tenta la memoria viziosamente"). C'è Scerbanenco, c'è Santucci. C'è la certezza che Milano non è affatto la città di nessuno: è la città che fu di qualcuno, un qualcuno convertitosi, per cecità di custodi e guardiani della soglia, in fenomeno larvale, in evanescenza spiritica, da interpellare soltanto con sguardo iperlucido, sapienziale - cioè con sguardo testimoniale.
E al di là delle convocazioni oltretombali, che lasciano vuoti i sepolcri, ci sono soprattutto le invenzioni narrative di Alessandro Zaccuri: autentiche visioni che entusiasmerebbero, immagino, gli entusiasti di Moresco, tra le cui file mi schiero. La visione dei morti galleggianti nel vuoto aereo della cappella ottagonale di San Nazaro; la sfilata da Buenos Aires verso piazza Fontana dei morti di Bava Beccaris; i cani che mangiano Sylvia Plath, i cani che divorano vostra madre di colpo materializzati, dai versi di Hughes e prima ancora dal Libro dei re, nel cuore della Milano di Bonvesin. Qui c'è la carne che evapora, lo spirito che ritorna, l'assoluzione dal tempo dei peccati, le odorose magnolie dei paradisi paralleli, tutta quella conoscenza che chi doveva vegliare non ha vegliato e che ora è sepolta orizzontalmente, orizzonatalmente semiviva, nell'atmosfera ozonata della grande piccola città, una città che si voleva verticale e non è riuscita a diventarlo, e che ha perso la verticalità esattamente come l'ha perduta la sposa di chi è stato appeso e massacrato all'incrocio tra verticalità e orizzontalità.
Alessandro Zaccuri rinnova una tradizione che, anche se si stenta a dirlo, ha in Thomas Bernhard il suo antesignano più occulto: occulto perché occultato da una geniale mistificazione poetica. Milano, la città di nessuno si riallaccia apparentemente a una tradizione stilistica, poetica e visionaria che sembra una tazzona di tisana per rilassarsi. Uno la beve e muore: era avvelenata. Così Zaccuri: una scrittura che potremmo definire gentile, urbana appunto, tenuta con le redini di un illuminismo della decenza e della leggibilità: e invece è tutto falso. Perché Zaccuri scuote il gong dell'orrore, del terribile, del secolare stupore della morte fisica e psichica. Non è cinico, Zaccuri, ma l'esito delle sue visioni ci rende vittime di un cinismo tutto nostro: quello che ci impedisce di vedere.
La Milano di Zaccuri è l'Hellreiser della catholica dopo la sua stessa morte, il demonico che si scatena come la coda di un serpente che mastica le carni tenere di un bambino. Che è, poi, quest'ultimo, il simbolo stesso di Milano, quello che milioni di italiani non si accorgono più di vedere stampato in fosforescenza sul proprio tubo catodico, ogni giorno che Iddio manda in terra.
Zaccuri ci promette per il futuro sfondamenti impressionanti, ne sono sicuro. E' il migliore candidato all'horror esoterico italiano e al rinnovamento della critica tramite allucinazione.
Alessandro Zaccuri - Milano, la città di nessuno. Un reportage visionario - l'ancora del mediterraneo - 10 euro
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 5 Novembre 2003
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