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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Mazzoni: Forma e solitudine

mazzonicover.gifmontaleserenifortini.gifEsiste un sistema di riferimento, quando si valuta un libro o un momento storico o uno scrittore, che non può essere sradicato, anche se non è pregiudiziale: soltanto attenuato tramite autoconsapevolezza - il che è altra cosa rispetto al dubbio. E' sulla scorta di autoconsapevolezza, ma non di dubbio, che desidero scrivere di e consigliare Forma e solitudine - Un'idea della poesia contemporanea, testo critico di altissimo livello firmato da Guido Mazzoni, che insegna filologia e critica all'Università di Siena e attualmente è fellow alla Chicago University. A mio modestissimo parere, Mazzoni, che è anche rinomato poeta (seppure a oggi recluso nella devastante categoria dei 'giovani'), rappresenta la certezza che la critica letteraria, in Italia, è viva e non vegeta, ed è in grado di superare l'impasse offerta dalla chance stilistica, mantenendone intatti rigore e potenza intuitiva. Guido Mazzoni offre, in Forma e solitudine, una overview impressionante del Novecento poetico italiano, attraverso la mappatura di tre galassie: Montale, Sereni e Fortini.

Mazzoni muove da un rilievo che appartiene, oltre che alla tradizione del nostro sguardo critico, alla sociologia della letteratura. Si tratta di una questione che, nell'arco del Novecento, è stata abusata, per non dire stuprata. Ed è la questione dell''io'. Mazzoni sembra utilizzare l'alfabeto tradizionale, a proposito di un tema tanto centrale, però è vero che, quando la lingua è viva, con lo strausato alfabeto si dicono cose nuove o, quel che più importa, vere. E Mazzoni ci dice cose vere.
Si parte, dunque, dalla constatazione della perdita di contatto tra poesia e mondo, in parallelo, sempre sociologico-letterario, con il rapporto di dislocazione, più che di transfert valoriale, che va dal teatro al cinema. Sottolineando, però, la mutazione quasi genetica che il teatro subisce e, quindi, assume nel contesto novecentesco. Beckett, il quale crea tra l'altro il Film con Buster Keaton, non è ovviamente il teatro antecinema. Ed è chiaro che il cinema dispone di una lingua più collettiva del teatro, nel Novecento: e la irradia: e la fa evolvere. Tuttavia, il teatro, costretto a reinterrogarsi creativamente sui propri fondamenti teorici e di prassi operativa, permette nella mutazione di acquisire un guadagno, sia in termini di fruizione sia in termini di accesso a una verità storica.
(Sono costretto, prima di addentrarmi nella selva del testo di Guido Mazzoni, a specificare che ci troviamo di fronte a uno storicismo non riduzionista. La matrice essenziale dello sguardo di Mazzoni è, così mi pare, benjaminiana. Pensiamo, dunque, non a un illuminismo sub specie desperationis, o peggio ancora a un nichilismo disincantato - bensì a una storia che si fa tramite equivoco e sogno, una storia utopica, una storia motore di storia, una storia sì umana ma abissale)
In uno stravolgimento del fare poesia, e del leggerla, stravolgimento avvertito a posteriori, come in un sospeso dopobomba, la domanda di Mazzoni è: che cos'è la tradizione? La tradizione letteraria, s'intende. Viene dunque individuato, a modello di operatività interpretativa, un discrimine, che occasionalmente definiamo romantico, ma sempre con cautela e appello alla buona comprensione: qui non si tratta di scendere tra i fendenti ermeneutici à la Wellek, ma di salire tra i lampi squarcianti di Szondi. L'idea che un 'io', pure considerato illusorio nel peggiore dei casi o momentaneo nei migliori, inizi a pretendere un assolutismo dalla propria funzione di filtro tra 'sé' e 'mondo', comporta ovvie conseguenze sia sul piano filosofico sia su quello, il che ci importa, letterario. Se si vuole, è la nascita della categoria di 'storia' a spingere, magneticamente, l''io' in posizioni e prospettive nuove e, più o meno, potenti. Esponendo, però, quell''io' a nuovi problemi. Per esempio: l'arco di tenuta nell'arco del tempo. E' a questo incrocio che esplode, per citare un poco fuori contesto, l'idea che la poesia possa morire o che l'arte tutta sia già morta.
Venendo a un luogo e a una lingua ben precisi, cioè allo spazio italiano, Mazzoni individua un ulteriore discrimine all'interno di questa vicenda collettiva: ed è Montale.
Se si potesse parlare in termini geologici, andrebbe detto che il Montale di Mazzoni rappresenta un'eccezione alle regole del geomorfismo. Fatta salva l'ovvia visione, mai semplicemente naturalistica, né tantomeno naturale, della sovrapposizione di strati scistici, la peculiarità che intercetta Mazzoni nella poesia montaliana è un movimento. Non un'osmosi, ma un movimento sì: è un collasso in divenire, mobile, tra due strati di sedimentazione che rappresentano, emblematicamente, anzitutto tempi diversi, e poi metatempi diversi. Montale è un mostro geologico: in lui coesistono, ma dinamicamente e non in modi già acclarati dalla tradizione critica, il classico e il moderno. C'è "una continuità (metrica, sintattica e lessicale) con la lirica premoderna di stile tragico"; c'è un inveramento letterale e letterario del principio per cui "lo stile è l'uomo", che Mazzoni radica, mi pare di capire, in primordi epici; prescindendo dalla forma retorica dell'ironia, viene violentemente sottratta la poesia di Montale a ogni ipotesi di crepuscolarismo, poiché il poeta ligure "riesce a dare un'interpretazione umanistica e alto-borghese della crisi dell'uomo contemporaneo", e, dunque, non esiste ribellismo e/o minimalismo compiaciuto ed emotivo, il che non è davvero la griffe del classicismo; infine, ed è il dato a mio parere più importante nella prospettiva di una poesia nostra contemporanea, c'è un classicismo montaliano che si realizza nel "richiamo ad un senso comune condiviso, fondato sulla tradizione, ma anche sulla fedeltà ai dati sensibili che ogni uomo percepisce", trascendendo ogni "anarchia del talento individuato".
Accanto a queste potenti correnti carsiche di classicismo, Mazzoni individua in Montale emersioni del moderno: una commistione di fisico e metafisico mai realizzata dalla precedente poesia; l'illustrazione di una idea nuova della rielaborazione percettiva, soprattutto maturata nel passaggio dagli Ossi alle Occasioni; riprendendo Fortini, è possibile fenomenologizzare l'atteggiamento 'esistenzialista' che irradia dalla lirica montaliana, ed emblematizzarlo nella figura del "transito", figura valoriale che ascende nel Novecento quale assoluta chiave di evasione dalla mediazione unica del divenire rispetto al rapporto tra umano e storia; uno sviluppo dell''io' in senso di allargamento della percezione e della dizione dell'esperienza poetica, da ravvisarsi direttamente nelle declinazioni testuali dell'impiego dell''io' stesso.
L'esperienza montaliana, che Mazzoni vede apicalizzarsi nello gnomico in fusione con l'evoluzione del concetto e della percezione di una crisi del moderno, introduce alle due grandi variazioni sulla rivoluzione imposta dall'autore di Satura. E sono Sereni e Fortini.
Sereni viene letto attraverso i sintomi di un montalismo che angoscerebbe d'influenza chiunque, avendo a disposizione il momento storico e il talento stilistico del poeta degli Strumenti umani. Il patrocinio di Montale, con tutte le possibili eversioni edipiche che vengono poi praticate, ha in Sereni una figliolanza assoluta, che diverge e si allontana, pure restando all'ombra del padre, mai peraltro misconosciuti: né l'ombra né il padre. L'ottica, ovviamanete, è quella del "personaggio che dice io" nella poesia sereniana. Rilevo che però, già su Sereni, Mazzoni impegna giudizi che, eventualmente, sono passibili di interpretazione in termini di manierismo: "Nelle nuove poesie la classicità dell'ornato è affidata, come già accadeva nel Diario, alle figure d'inversione (soprattutto all'anastrofe, all'iperbato e alla prolessi dell'aggettivo), ad alcuni topoi del genere lirico (come l'invocazione alle cose e alle persone o l'antropomorfizzazione degli oggetti inanimati), e alla metrica che, pur fra tante eccezioni, allude ad una regolarità di base". Qui Mazzoni nasconde qualcosa, che avrà più visibilità nella sezione del suo libro dedicata a Fortini. Proprio il richiamo alla figura della 'prosopopea' e all'animazione poetica dell'inanimato, che viene detta appartenere alla tradizione lirica, mentre di fatto appartiene alla tradizione epica (soprattutto quella dei nostoi), si misura l'intento di fondo di Mazzoni: che è quello di definire la lirica quale epica, se non del contemporaneo, almeno del moderno. Non si tratta, anche qui, di un discorso critico risaputo, poiché l'intercettazione critica, per Mazzoni, è un'immersione in movimento, un movimento ultrastorico e non superstorico. Soltanto con una torsione simile è possibile individuare Sereni quale poeta della 'verità storica', come già aveva fatto Fortini - un poeta che invera, secondo la tradizione della metafisica letteraria, la categoria di un classicismo che resiste a ogni caduta di massi, a ogni dilavaggio postumo, a ogni valanga detritica.
Con Fortini si chiude il libro di Mazzoni. E' una conclusione memorabile, se riesco a intuire il valore che Mazzoni conferisce alla poesia fortiniana: quella di avere allargato il montalismo di riporto a una koiné linguistica e poetica che sta storicamente scrivendo adesso. La citazione da Poetica in nuce, "Dev'essere combattuta ogni forma di vita apparente", ha implicazioni colossali sul farsi della poesia e della prosa italiane nella nostra contemporaneità.
Il saggio (a dire il vero una silloge saggistica) che Mazzoni realizza con Forma e solitudine è uno snodo fondamentale del pensiero che il nostro tempo italiano attraversa meditando, in itinere, sulla nostra letteratura. Gli effetti di una simile meditazione, di cui è necessario ringraziare Guido Mazzoni, si stanno già osservando e, nel prossimo futuro, oltre che essere osservati verranno toccati con mano.

Guido Mazzoni - Forma e solitudine - Marcos y Marcos - euro 13.90




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 24 Novembre 2003

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