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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Il clan dei marsigliesi

di Tommaso De Lorenzis

fuscocover.jpgLe canaglie non sono mai uguali, né a se stesse né tra loro, ed esistono differenti scuole di crudeltà: ognuna con i suoi modi, la sua mitologia, il suo galateo, le sue regole e la sua «educazione», per dirla con Ed Bunker. Il canagliume reietto e spregevole costituisce un patrimonio ricchissimo di segni, gesti, espressioni idiomatiche, modi di dire. Per questa ragione, i bassifondi rappresentano, da sempre, uno dei più rilevanti bacini da cui la letteratura e il cinema attingono, senza remore né freni, personaggi, immagini, situazioni, atmosfere. Marsiglia è, senza dubbio, l’antica capitale di una spietatezza struggente, la casbah in cui si mescolano i dialetti del Mediterraneo e i gerghi del crimine: un poco Italia un poco Spagna tanta Africa… in questo lembo di Francia. Marseille può rivendicare, a giusto titolo, la paternità di uno stile, e nei vicoli del Vieux Port, nei localacci della Canebière, nei Café del Panier, nacque la moda marsigliese, crebbe la leggenda, si forgiò il mito.

Insomma, maturò l’epopea del «milieu romantique», di quella malavita alla Pepé lo Moko, che portava nelle tasche dei calzoni il martin (il coltello a serramanico) ed era capace di commuoversi ascoltando una canzone di Edith Piaf un minuto prima di dare sfogo a una violenza incontrollabile. L’eroe canagliesco, ovvero uno dei più intriganti, fascinosi e stilisticamente impeccabili paradigmi del narrare umano, è nato sotto il cielo azzurro di Marsiglia, fissando il Mur Blanc, muro di cinta che riparava il Fort St-Nicolas, covo dei legionari, porta d’Africa, passaggio verso avventure sahariane. Contrabbandiere, anarchico, poeta, magnificamente delinquente, il Marsigliese è l’emblema di una décadence nera e latina, malinconica e radicale, disperata e trasognata, consumata tra bianchi fiumi di pastis (il latte di Provenza) e brume di tabacco scuro, tra iridescenti beveroni di assenzio e lenzuola mercenarie. In letteratura, Bakunin si è preso la rivincita postuma su Marx e il noir alla marsigliese resta uno dei più intriganti filoni del genere, capace di mettere Baudelaire e Rimbaud in prosa.
Meno spietata e cinica del registro parigino alla Malet – per quanto dalle parti del ponte di Tolbiac si respiri una certa aria da Midi –, più sensuale calda e introspettiva del lessico hard-boiled americano, la lingua nera del meridione di Francia ha l’accento catalano, la violenza espressiva del dialetto còrso, la sintassi del siciliano, l’eleganza del francese. L’aveva capito Gian Carlo Fusco, uno dei più grandi affabulatori della letteratura italiana. L’aveva capito, mentre scriveva Duri a Marsiglia, gigantesco affresco del Tour, ingiustamente rimosso dalla memoria culturale del Bel Paese al tempo in cui i cataloghi accettano tutto ciò che presenta venature brune spacciandolo per noir. Valorizzarlo significherebbe contribuire a un’operazione critica di chiarificazione, vorrebbe dire mettere ordine nel caos inflativo, restituire contorni netti alla lacerata categoria di Nero. La penna di Fusco è una fucina vulcanica di storie incredibili, che oscillano tra il grottesco e il doloroso e nelle quali tragedia e farsa si sovrappongono fino a confondersi. E poco importa che qualcuno abbia messo in dubbio l’autenticità autobiografica delle storie di Charles Fiori, alter ego letterario del Fusco. Fosse anche stato scritto in un alberghetto di Genova o in una pensioncina di Napoli o in un bar di Barcellona, Duri a Marsiglia rimane un’opera indimenticabile, la più riuscita saga di quel mondo maledetto «che aveva fra i suoi antenati François Villon e Lacenaire». Solo Giancarlo De Cataldo ha prodotto un equivalente «italiano» del capolavoro di Fusco e il suo Romanzo criminale restituisce perfettamente il respiro profondo dell’eroismo malavitoso. Che poi i criminali in questione siano personaggi detestabili, fascisti impenitenti implicati in oscure trame, e uomini senza scrupoli, non è irrilevante, dal momento che a costoro ci si affeziona anima e corpo.
Tuttavia, quest’universo delinquenziale, a suo modo etico, cosmopolita e mediterraneo – pur nell’affettazione manieristica dell’odio etnico – , elegante e ribelle, in grado di costruire uno spazio comune a due continenti, è inesorabilmente condannato al tramonto. Nelle stradine del Vieux Port cominciano a fare la loro apparizione strani personaggi. Non parlano l’argot della città, ma un misto di italiano e inglese. Vengono dall’altra parte dell’Oceano, sono emissari di don Salvatore Lucania, in arte Lucky Luciano, e vogliono fare di Marsiglia uno dei centri di smistamento della droga, il perno di un nuovo mercato globale che va dal Libano agli States, sfruttando rotte latine. Marsiglia sta cambiando e Jean-Claude Izzo, nella sua tormentata trilogie de Marseille, racconterà la fine di questa storia, immortalando la titanica decadenza di una decadenza. La Mala ha ormai indossato il doppio petto; abbandonando il marciapiede, ha occupato gli uffici degli studi legali e delle banche. Ostenta la raffinatezza volgare del parvenu, ricicla i suoi denari in attività legali, impiega padrini politici, arma loschi arnesi, alimenta la fiamma del Fronte Nazionale. Il crimine esce dalla sua infanzia anarchique: inizia l’apocalisse dello stile marsigliese. Già Fusco aveva raccontato la bancarotta della maniera: «Oggi, ogni tanto, i giornali pubblicano la foto di qualche “tueur” marsigliese. Questo sembra un contabile, quello un viaggiatore di commercio, quest’altro un assicuratore… Hanno più “tête de vie” i poliziotti che li tengono stretti per le braccia». Hanno più «grinta di mala» i gendarmi.
La vecchia Marsiglia è circondata da enormi metastasi edilizie. Le chiamano cités, sono le banlieues di questa metropoli sul mare e le abitano gli arabi, trattati come bestie da quei marsigliesi che, solo una generazione prima, erano immigrati italiani, còrsi e catalani. La denuncia può suonare come un luogo comune, come banale, scontata, è la fulminante bellezza delle donne marsigliesi, celebrate da Dumas, Fusco e Izzo. Ma, in fondo, Marsiglia vive di luoghi comuni e ciò è il motivo che la rende incredibilmente suggestiva, ancora oggi che continua a essere la meta di circospetti e inconfessabili pellegrinaggi letterari.
Del vecchio milieu non rimane niente, ma il suo spirito irregolare – quello dei briganti, dei corsari, dei rapinatori, dei contrabbandieri, degli antifascisti che lasciavano l’Italia, degli schiavi incatenati nelle galere che solcavano il Mediterraneo – quell’esprit maudit continua a vivere. Nelle «ciurme» metropolitane, nel «chourmo» o nella «chiorma», come lo chiamavano i còrsi, in quel modo di «immischiarsi» negli affari degli altri, in quella curiosità sociale che è l’unico antidoto all’intolleranza, all’illegalità della legge, alla violenza della finanza, all’invalicabilità delle frontiere. «Non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme».
Il cuore nero di Marsiglia sanguina ancora.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 7 Novembre 2003

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