L'articolo di Tommaso De Lorenzis, Il clan dei marsigliesi, segnala, tra gli altri, la personalità strabiliante con cui Gian Carlo Fusco si impose in letteratura. Noto ma non notissimo, Fusco impose la propria strabiliante personalità non soltanto in letteratura, ma anche nel cinema e soprattutto nel giornalismo. Nato nel 1915 a La Spezia, Gian Carlo Fusco militò da antifascista, in nome di una vocazione libertaria che, spesso, fu a suo danno scambiata per irriverenza situazionista o, peggio, banale pauperismo. Non soltanto consigliamo la lettura di tutto quanto si trova in libreria di Fusco, ma invitiamo a leggere qui di seguito la prefazione che Andrea Camilleri ha scritto per Gli Indesiderabili (edito da Sellerio), oltre a un ritratto, a dire il vero troppo pittoresco, che Panorama quest'estate ha dedicato allo scrittore spezzino.
Quell'Italia: Gli Indesiderabili
di Andrea Camilleri

Le strade di Roma di cortei ne hanno visti migliaia, ma un corteo come quello del marzo 1955, composto da un centinaio di persone appena, sicuramente ancora non l'avevano visto, né l'avrebbero visto in seguito. I componenti erano tutti ultrasessantenni, e costituivano una fauna umana che avrebbe fatto la felicità di un disegnatore come George Grosz o di uno studioso come Lombroso: fronti basse, orecchie a foglia di cavolfiore, teste piene di bitorzoli, mani enormi e pelose. Una fauna della quale è possibile farsi un'idea osservando certe comparse del film Il padrino che, almeno da questo punto di vista, è attendibile. Marciando, non agitavano bandiere e non cantavano inni o canzoni. Una canzone rappresentativa della loro condizione avrebbe potuto essere quella che s'intitolava Spaghetti, pollo e insalatina e che paragonava una splendida e dispendiosa vita giovanile a Detroit alle ristrettezze e ai disagi dalla vecchiaia in patria. Ma Fred Bongusto non l'aveva ancora scritta. Perciò i manifestanti, guidati da un tale che si chiamava Frank Frigenti, si limitavano a distribuire in silenzio ai passanti foglietti ciclostilati, scritti in un italiano improbabile, nei quali erano esposte le loro richieste indirizzate alla "calorosa e generosa anima dell'Eccellentissimo Onorevole Mario Scelba, figlio prediletto di Cristo, onore e vanto della nobilissima terra di Trinacria" e all'ambasciatrice americana Claire Booth Luce, "angelo biondo che porta nel cognome suo stesso il simbolo di quel raggio di speranza che i derelitti aspettano con fiducia di figli pronti a ripagare col sangue il beneficio ricevuto". Ma chi erano questi "derelitti"? Erano tutti ex gangster di origine italiana, perlopiù uomini-pistola, soldati semplici delle organizzazioni mafiose, bassa manovalanza, come si direbbe oggi. Nella loro vita non avevano fatto altro e altro non avrebbero saputo fare. Nel 1945 il governo degli Stati Uniti, assieme alle derrate alimentari del piano Marshall, aveva deciso di liberarsene rispedendoli in Italia con la qualifica di "indesiderabili". Ne arrivarono, con navi diverse, quasi seicento. Avevano obbligo di residenza, vale a dire che ognuno di loro doveva andare ad abitare nel paese dov'era nato e dove oramai non aveva più parenti o amici dopo un'assenza ultraquarantennale (nella maggior parte, erano entrati clandestini negli Stati Uniti): non avevano risparmi o se l' avevano quel poco che erano riusciti a mettere da parte sarebbe svanito in poco tempo per sopravvivere, dato che nessuno era disposto a concedere loro un qualsiasi lavoro. Chiedevano perciò un sussidio, un ricovero, un aiuto qualsiasi. Un rotocalco dell'epoca chiamò il corteo "la marcia delle tigri stanche". Ma poteva essere concesso loro un sussidio per un lavoro (non entro in merito sulla particolarità di quel lavoro, se così si può chiamare) svolto all'estero? Forse qualche burocrate venne sollecitato a porre l'elegante questione, ma la cosa non ebbe seguito. Un frate francescano propose allora la creazione di un ospizio, come dire, esclusivo, dove gli ex gangster avrebbero trovato ospitalità e avrebbero trascorso le giornate meditando e pregando. Non se ne fece niente. Si trattava di una specie non solo non protetta, ma destinata a deliberata estinzione. "E chista è la raccanuscenza di l'amiricani pi avilli aiutati a sbarcari in Sicilia?" mi domandò un giorno uno di questi indesiderabili che avevo conosciuto. E concluse amaramente: "poviru e pazzu partii, poviru e pazzu turnai". Il fatto è che la "raccunuscenza" ossia la riconoscenza per essere stati aiutati direttamente o indirettamente nello sbarco gli americani la dimostrarono a pochissimi mafiosi, i più potenti e i più furbi, che furono anche loro rispediti in Italia come indesiderabili, ma dotati di personali fortune (meglio non indagare come fatte) e in grado di passarsela meglio che negli Stati Uniti. Un caso esemplare è quello del famoso Lucky Luciano del quale si disse che nel giugno del 1943, un mese prima dello sbarco, fosse clandestinamente arrivato in Sicilia per preparare il terreno alle forze alleate. Di questa missione non esistono prove, all'epoca Luciano era ufficialmente nel carcere di Dannemora, condannato a trent'anni di reclusione. Ma a lui, nel 1942, si era rivolto il Naval Intelligence: "si trattava - scrive Fusco - di mettere al servizio della nazione in guerra la perfetta, capillare organizzazione portuale dell'onorata società". Luciano, potentissimo anche tra le sbarre, accettò. L'operazione d'appoggio della mafia riuscì perfettamente, in soli due mesi i casi di sabotaggio e di passività antibellica si ridussero del settanta per cento. In "raccanuscenza" a Luciano vennero abbuonati i vent'anni di carcere che aveva ancora da scontare e a metà del febbraio 1946 venne imbarcato per l'Italia. Visse tra donne, cavalli e alberghi di lusso a Napoli, nel cui aeroporto morì nel 1962 colpito da collasso cardiaco. In definitiva però a GianCarlo Fusco - giornalista sì, ma soprattutto grande narratore - non interessano quei due o tre che, come Luciano, poterono usufruire di un trattamento particolare. La sorridente pietà di Fusco, non saprei come altrimenti definirla, lo porta a scegliere tra le tigri con meno denti e più spelacchiate. Come Frank Frigenti, appunto, che vive estorcendo qualche migliaio di lire a giornalisti creduloni o rassegnati (quest'ultimo è il caso di Fusco) con la promessa della cessione di una valigia piena di carte esplosive e documenti compromettenti o come Lu (Napoleone) Grisafi, rimpatriato nel 1952, che viene salvato dall'indigenza totale da un maresciallo dei carabinieri che gli procura un posto di guardiano in una masseria. Ma il maresciallo non riuscirà a salvarlo dalla morte: Lu Grisafi verrà ucciso nel 1955, ultimo anello di una catena di vendette iniziate trent'anni prima. A questi "indesiderabili" Fusco dedica i migliori capitoli del suo libro, essi hanno i toni e i modi di un racconto tanto magistrale da trasformare in personaggi, che paiono inventati con estro inesauribile, persone realmente esistite. Le ultime pagine sono dedicate a un "indesiderabile" che negli Stati Uniti combatté una certa mafia venendone sconfitto, il livornese Ezio Taddei. Nel 1921 era stato condannato a otto anni per partecipazione, non dimostrata, ad attentati dinamitardi. Stava per uscire dal carcere quando gli commutarono, per istigazione alla rivolta, altri cinque anni. Liberato, tentò di scappare in Svizzera. Lo sorpresero e si fece due anni di carcere, quindi fu inviato per quattro anni al confino. Nel 1938 riuscì ad arrivare in Svizzera, da qui passò in Francia e l'anno dopo s'imbarcò clandestinamente per gli Stati Uniti. Nel '44 pubblicò a New York un libro, tradotto da Samuel Putnam, che alcuni critici definirono un romanzo straordinario. Si intitolava The Pine and the Mole, in italiano Il pino e la rufola. In quegli anni era diventato amico di Carlo Tresca, che pubblicava il giornale "Il Martello" e aspramente polemizzava con Generoso Pope, filofascista e proprietario del giornale "Il Progresso Italo-Americano". Nel 1943 Tresca venne ammazzato a revolverate. Taddei fece una sua personale inchiesta portando alla luce un nido di vipere, un vischioso intreccio tra politica, giornalismo e mafia. Gli costò l'espulsione. Oltretutto era un anarchico e con gli anarchici (ricordate Sacco e Vanzetti?) gli Stati Uniti non hanno mai avuto molti riguardi.
Corsivista al fulmicotone
di di Pier Mario Fasanotti
Ci sono giornalisti che vogliono «graffiare» a tutti i costi, ponendo se stessi prima della realtà. E altri che privilegiano le cose che raccontano, facendo un passo indietro e attirando così più attenzione. A questa seconda categoria apparteneva Gian Carlo Fusco ( La Spezia 1915, Roma 1984). Collaboratore del Mondo, dell'Europeo, del Giorno e dell'Espresso, aveva un carattere terribile e una grande generosità d'animo. Diceva un suo scopritore, lo scrittore Manlio Cancogni:«Il giornalismo era un mestiere al di sotto del suo talento...la parola scritta gli stava stretta...il suo vero mezzo espressivo era la parola...quando parlava era grande come Tolstoj scrittore».
A 17 anni s'era messo in testa di fare il boxeur, e gli fracassarono i denti. Camilla Cederna descrisse così la sua entrata nella redazione dell'Europeo: «Sandali sfasciati ai piedi, pantaloni con un fil di ferro per cintura...quella bocca vuota, la barba lunga e un bosco di riccioli disordinati». I colleghi fecero una colletta per fargli rifare i denti. Negli anni Sessanta, a Milano, divenne estremamente rissoso. Addirittura usava la dentiera come arma impropria. E beveva, beveva tanto. Spesso impugnava la pistola (finta?).
REPORTAGE DI 50 RIGHE
L'editore Baldini&Castoldi fa uscire la raccolta dei suoi brevi corsivi apparsi sul Giorno dal 1958 al 1963. S'intitola La colonna (406 pagine, 16,80 euro). Attraverso i suoi reportage da cinquanta righe si può rileggere la storia italiana. Talvolta, a fine articolo, inseriva un proverbio, una notizia gustosa. Riferì un giorno un adagio abruzzese:«Se l'anguilla avesse soldi in banca sarebbe vipera». Oppure, citando un bibliofilo americano:«E' vero, i nostri milionari possiedono magnifiche biblioteche. Ma un paese è colto soltanto quando i libri sono in casa dei poveri».
INCONTRO CON LA BARBONA
Un giorno Fusco racconta di aver incontrato una barbona che dormiva, tra le sue povere cose. Impietosito, gli ha infilato mille lire in tasca. Racconta poi l'episodio a un amico comunista, il quale lo rimprovera: «Hai gettato mille lire nella palude del sottoproletariato. La carità serve solo a ritardare la giustizia». Commento ironico di Fusco: «Di una cosa dobbiamo essere grati agli intellettuali comunisti: di averci liberato scientificamente dalla responsabilità e dal rimorso dei poverissimi senza speranza».
MAGGIORATE
Con poche, ma efficaci, parole ricorda un incontro con Fellini, a Bologna. Il «maestro», alle persone che lo abbordarono «rispose con la sua solita cortesia un po' distaccata, talvolta un tantino sfottente. Sempre parlando a voce bassa. Ma mentre parlava, i suoi occhi romagnoli, pieni di stupefazione bizantina, non cessavano di vagare all'intorno». Insomma, occhieggiava le donne maggiorate, per un suo film, «frugando nel settore “pesante campale” della femminilità italiana». Ed ecco il ritratto che Fusco fa della donna felliniana per antonomasia:«...sulla trentina, alta circa 1,80, abbondantissima, figliolona, pigreggiante, testa piccola, bocca dolce, languidezze e torpori, bellissima, ma non senza una punta di comicità».
MAFIOSI
Intanto l'editore Sellerio continua a ripubblicare i romanzi di Fusco, celeberrimo autore di quel delizioso libretto intitolato Le rose del ventennio. Il prossimo s'intitola Gli indesiderabili (250 pagine, 9 euro). Non è altro che l'inchiesta che il giornalista fece per il Secolo XIX. Gli indesiderabili erano quei mafiosi italiani che l'America ci rimandò indietro nel 1952 ( sarà tratto un film, per la regia di Pasquale Scimeca). Erano tutti gangster, soldati semplici delle organizzazioni mafiosi. Bassa manovalanza, insomma. E qui vien fuori il Fusco narratore. Di grande presa il racconto che fa di Lucky Luciano, il boss che avrebbe aiutato gli alleati nello sbarco in Sicilia.
TRA LUCKY LUCIANO E TOTO'
Per «raccanuscenza» a Luciano vennero abbuonati vent'anni di carcere. Nel ‘46 tornò in Italia, dove visse tra donne e cavalli, coccolato in un albergo di lusso a Napoli. Fusco ci racconta anche un piccolo ma significativo episodio della vita del gangster più famoso dopo Al Capone. La fonte? Nientemeno che Totò.
[da Panorama, 30.6.03]