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L'antifiction di Squizzato
Ripubblico qui su i Miserabili un intervento che qualche tempo fa avevo scritto intorno a Squizzato e alle categorie estetiche dominanti nella sua opera di cinema televisivo.
Una rivoluzione estetica: la fine della televisione per come l'abbiamo intesa e vista e percepita fino a questo momento, da una parte; dall'altra, il ritorno dell'arte come rappresentazione del mondo proprio nel cuore della falsificazione artistica del mondo, cioè la tv. Gilberto Squizzato è un semplice regista a cui la Rai ha conferito la non lusinghiera patente di giornalista interno: finora, in viale Mazzini, non si sono ben resi conto di avere tra le proprie file uno degli autori e registi più interessanti del nostro scriteriato Paese. Adesso la Rai incomincia ad accorgersi che Gilberto Squizzato è una delle sue risorse più preziose. Meglio tardi che mai.
Gilberto Squizzato è un elegante e molto discreto cinquantenne, estremamente riflessivo, posato, introverso e coltissimo, che coltiva una predilezione per i tentativi estremi di rappresentazione televisiva e filmica. Ha raggiunto una buona fama. I media si occupano di lui da anni, soprattutto dopo il successo di pubblico delle serie di film per la televisione I racconti di Quarto Oggiaro e Atlantis (questi ultimi addirittura replicati a distanza di sei mesi), prime due tappe della trilogia che si chiude a gennaio 2002 con La città infinita. Hanno scritto di lui il Corriere della Sera (nella persona di Aldo Grasso), la Repubblica, il manifesto, Panorama e L'Espresso. Una discreta esposizione mediatica ha evidenziato che il regista Rai avrebbe inventato e realizzato una nuova categoria della fiction, il cosiddetto real-movie. Cos'è un real-movie? È una storia vera, adattata per la tv, girata con grana documentarista, che ha tutto il sapore della "realtà". Si aggiunga che Squizzato fa lavorare pochissimi e mai noti attori, si avvale della recitazione di gente della strada, produce i suoi film a budget irrisori e in tempi record: il real-movie diventa così un modello produttivo e narrativo che fa scuola e viene imitato (si vedano, per esempio, i finti real-movie come La squadra, di immediato successo).
Fin qui, tuttavia, nihil novi sub sole. Gilberto Squizzato sarebbe un regista manager molto contento di avere scovato una trovatina furbetta da replicare modularmente. Il destino vuole, tuttavia, che Squizzato sia un artista, e anche di un certo genio. Come spieghiamo a proposito della trilogia composta intorno a Milano, i film del regista Rai sono esattamente il contrario del real-movie: sono no-real-movie. Per comprendere questo passaggio (fondamentale nella storia attuale dell'arte contemporanea e, perciò, anche della televisione), occorre proprio domandarsi in che senso un real-movie attenga al real e al movie. E cioè: cosa è oggi la realtà? E anche: che cosa sono oggi il cinema e la televisione? Da queste domande cardinali il lavoro di Gilberto Squizzato riesce con penetrante ed eversiva potenza: riforma totalmente lo sguardo, fa uscire la televisione da se stessa, intrude con violenza la realtà (o almeno: quella che Squizzato ritiene essere la realtà) e la fa esplodere dall'interno, riuscendo a ridare, attraverso una strumentazione artistica, una forma all'uomo: riconoscibile, fedele e rappresentativa, perfettamente mimetica di quanto l'uomo del nostro presente è e non si accorge di essere.
Il segreto è reale
La realtà è altro, oggi. La realtà è ciò che si sposta, che non si vede, che resta nel fundus oculi, che nessuna telecamera riesce a riprendere direttamente. Da quindici anni la tv-verità, quella per intenderci di Chi l'ha visto?, non vede più nessuno. "La realtà è uno sconfinato, sterminato segreto", di cui sembra impossibile parlare. Una sottile metafisica propagata dai media, dalla satira, dall'informazione, dallo Spettacolo: non si parla di ciò che è vero. Le fiction di Gilberto Squizzato lavorano intensivamente su questa verità occulta dei tempi spettacolari: lavorano su ciò che non è vero, lo mettono davanti alla cinepresa, lo svolgono, levigano la superficie ruvida del già sentito, del già detto: quindi, del non più sentito, del non più detto: quindi, ancora, dell'inaudito e dell'ineffabile. C'è da chiedersi come Squizzato lavori alla rappresentazione della verità inconcussa che pulsa dietro la percezione del nostro tempo. Lo fa con mossa artisticamente geniale: egli costruisce allegorie televisive applicandosi alla scultura dell'Improbabile. Se c'è una verità allegorica del nostro presente, si tratta della figura dell'Ambiguità: vero e falso si scambiano freneticamente le proprie maschere, cambiano di poltrona, dichiarano identità multiple. Male e bene riescono a confondersi in un mulinello dalle parvenze di vortice. Per arrivare al culmine di una decisione etica, si deve trapassare questo limbo - per nulla auratico - dell'indecidibilità etica. E il grande merito artistico del regista milanese è proprio quello di riuscire a rappresentare artisticamente questo trapasso: come accaduto già in poesia, la terra desolata è di assai difficile rappresentazione e, quando è rappresentata, sconvolge lo sguardo, l'udito, il tatto.
Un conto è dirlo, un conto è farlo
Alcuni mezzi attraverso cui Squizzato rappresenta l'Ambiguità. Il primo è la dilatazione del luogo comune. Squizzato raccoglie dai ritagli della stampa, dai frammenti d'informazione, alcune storie che vengono interconnesse dalla fantasia dell'artista. Prendiamo il personaggio di Fausto, protagonista della prima puntata del serial La città infinita, che abbiamo visto crearsi sul set davanti ai nostri occhi. Fausto è un broker on line che raddensa in sé tutti i più beceri luoghi comuni elaborati dai media circa Internet e la new economy: ha il cellulare all'ultima moda, con l'auricolare, in patologica connessione con chiunque, cammina per le strade digitando su un pc portatile aperto, si collega a siti pedofili, parla di trading on line con tono messianico, giudica la storia e le esistenze a partire dalla cosiddetta "rivoluzione digitale", ci butta dentro i vantaggi della flessibilità, del lavoro temporaneo, dell'immaterialità dei flussi economici, della bolla speculativa. Se chiedete a mia mamma di descrivervi la supposta rivoluzione annunciata da Internet, vi risponderà esattamente questo: comunicazione globale, pedofilia, grano immateriale, neo yuppismo di massa. Squizzato allarga col forcipe l'utero dell'esposione mediatica: ne esce Fausto, neonato poetico del nuovo tempo, figura clamorosa e leggibile (cioè: allegorica) del presente. Certo se, dopo avere fatto la domanda a mia mamma, andate a chiedere a Gianluca Neri cosa pensa della fiction di Squizzato, otterrete una smorfia disgustata e un parere estremamente negativo: vi dirà che è incredibile il modo con cui Squizzato agglutina rozzi e insensati luoghi comuni, per di più vecchi. Ma non è che Squizzato cerchi di rappresentare artisticamente Gianluca Neri (il quale, peraltro, parla sempre all'auricolare e non vive senza portatile): non è più possibile imitare questo mondo; bisogna imitare l'improbabilità di questo mondo. Esposti finalmente all'improbabilità espressa dal nostro presente, siamo costretti a sentire questo mondo, il nostro mondo: il suo assurdo mulinare voci e controvoci, storie e controstorie da cui siamo ormai anestetizzati, immunizzati, eppure suggenti come bimbi dalla tettarella carcinomatosa di un'oscura matrigna.
Lo scostamento dal reale che Squizzato attua tramite la dilatazione del luogo comune utilizza però ulteriori strumentazioni: la dilatazione dei tempi (si vedano, per esempio, i lentissimi passaggi di banconote da mano a mano in Atlantis), la ripetizione (le estenuanti, continue e reiterate riprese dei manifesti pubblicitari sempre in Atlantis), la sconvolgente ricollocazione televisiva della "gente normale" (che crea un effetto straniante: nei Racconti di Quarto Oggiaro sembra di assistere a una performance dei Kraftwerk, a un festival di marionette brechtiane), la citazione colta occultata (l'equazione di Döblin ne La città infinita, insieme all'Edipo a Colono, a Isaia, a Omero), l'uso del simbolo rinnovato e rimesso a lucido (il denaro, il tempo, la scrittura, lo spazio, Dio, il corpo, la memoria, lo scambio, l'amore).
Una nuova epica
Da queste tecniche, emergono due indicazioni fondamentali. La prima: è possibile una mitologia contemporanea in continuità con la mitologia tradizionale. I nomi dei personaggi delle fiction di Squizzato sono un mélange raffinatissimo di contemporaneo e tradizionale: accanto alla tarra Samantha c'è Ifigenia (una zeppa per Antigone, peraltro); accanto a Lola c'è Fausto (una citazione del Faust: l'ambiguo per eccellenza, il malvagio in cerca di redenzione, onnipresente nelle fiction di Squizzato e sempre col nome di Fausto, per l'appunto). Se è possibile una mitologia contemporanea - e questa è la novità più sorprendente dell'arte di Squizzato - è allora possibile un'epica contemporanea. Gilberto Squizzato corteggia senza posa l'epica: dal racconto anonimo del cieco, all'ubiquità dell'avvocato che esordisce asserendo: "So tutto", alla prosopopea, antichissima figura retorica dell'epica greca in cui è un oggetto a raccontare la storia collettiva. Non è un caso che le produzioni di Squizzato ottengano audience elevate: la riconoscibilità del mondo improbabile messo in scena dal regista Rai è immediata, e tutti ci si sente parte di un racconto mitografico che scandaglia quello che siamo - o meglio, quello che non siamo più o non siamo ancora.
Istruzioni per l'uso
Un rapido test per sapere se vi conviene accendere la tv quando è annunciata una programmazione di Gilberto Squizzato.
Se adorate Pasolini, Tarkowskij, Kieslowski, Hopper, Melotti, Fortini, Piero Della Francesca, Fontana, Kusturica, il Cristo Pantocratore bizantino, Nabokov e Cheever.
Se La pianista di Haenecke vi ha entusiasmato.
Se conoscete le versioni musicali che Monteverdi ha tratto da Petrarca.
Se considerate Eyes Wide Shut il miglior film di Kubrick.
Se Philip Glass, Arvo Pärt e Shankara vi sembrano geni della musica.
Se vi siete fatti conquistare da Foster Wallace, Palahniuk e Saunders.
Se Debord per voi è un profeta del nostro tempo.
Se Harold Bloom è il vostro critico letterario - beh, allora non perdetevi il prossimo no-no-real-movie di Gilberto Squizzato.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Sabato 25 Ottobre 2003
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