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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Giuseppe Berto
berto0.jpgGiuseppe Berto nacque a Mogliano Veneto (Treviso) il 27 dicembre 1914. Partito volontario nel corso della seconda guerra mondiale, fu inviato in Africa dove, dopo la rottura dell'Asse a El Alamein, seguì le truppe che tentavano di arginare l'avanzata inglese. Catturato dagli Anglo-Americani e deportato come prigioniero negli Stati Uniti, vi rimase fino al febbraio 1946. Al ritorno in Italia pubblicò un romanzo scritto durante la prigionia, Il cielo è rosso, con il quale iniziò la sua carriera di scrittore. Dopo un lungo periodo di silenzio, diede alle stampe nel 1963 la serie di racconti Un po' di successo, caratterizzata da una ritrovata capacità di guardare con un sorriso irridente le contraddizioni della vita e di mettere a fuoco il proprio carattere e le proprie debolezze con un rapido sondaggio interiore. Da questo momento la sua narrativa diventa esplicitamente autobiografica e i due romanzi successivi, Il male oscuro e La cosa buffa, segnano il raggiungimento più alto della sua creatività e il momento più profondo della sua lettura introspettiva.
Vinse diversi premi letterari; tra tutti, il Viareggio e il Campiello nel 1964 e il Bancarella nel 1974. Morì a Roma il 2 novembre 1978.


continua.gifLa perduta gente

[Prima recensione in assoluto di un'opera di Berto, La perduta gente (= Il cielo è rosso) - Periodico "Olimpia", manoscritto in una sola copia, fine 1945, Hereford.

berto1.gifTra i colleghi che meglio, o - se volete - meno peggio han saputo impiegare questo tempo di prigionia è certamente Berto che dai brevi e immaturi racconti di due anni fa è arrivato oggi a darci addirittura un romanzo (Giuseppe Berto - La perduta gente, in manoscritto) che è tra le cose più pregevoli create qui. Berto narratore, l'abbiamo già detto, ha cominciato con dei racconti brevi denotanti inesperienza ed incertezza proprie dei debuttanti, non solo, ma essi, pur rivelandoci di lui delle notevoli doti d'osservatore non ci mostravano lo scrittore tecnicamente e spiritualmente formato. Datosi allo studio dei romanzieri moderni americani Berto è riuscito ad impossessarsi della loro tecnica tanto da giocare al buon Manzoni quel tiro ormai passato nella storia letteraria di Hereford. Di queste letture ed imitazioni ne risentono d'altronde alcuni suoi racconti - specie - "La pattuglia" e " Per i nostri peccati" e non è nè privo nemmeno il romanzo di cui diciamo. E' l'unica pecca sensibile di questo lavoro dove Berto espone tutto il doloreper la distruzione della sua città. Il pessimismo diffuso nel romanzo, quel senso di sfiducia nella vita che resta senza una luce, senza una meta, senza uno scopo, sembrano essere il suo modo di pensare dopo aver sentito la rovina della città natale. Ma l'umanità non può fermarsi così, non può distruggersi nemmeno se tutti i muri le cadono sopra, se no che varrebbe essere nati? E' un punto di vista diverso dal nostro - capisca il lettore - poichè il lavoro di Berto, seppure mostra dei protagonisti che parlano troppo profondamente per l'età che hanno (delle necessità cronologiche hanno obbligato l'Autore a prendere dei ragazzi, i soli che la guerra aveva ancora lasciato a casa), espone il pensiero dello scrittore. Lavoro unitario, solo la parte iniziale sulla maternità della prostituta è troppo dolciastra rispetto al resto forte, sentito ed a volte d'una realtà tremenda (il bombardamento, il riconoscimento dei morti). I piccoli nei che abbiamo rilevato, facilmente scompariranno quando Berto ritornerà alla vita dei vivi e si accorgerà che i morti sono ricordati - e non sempre - solo dalle croci e da poche lacrime, perchè nella vita non ci sono soltanto morte e pianto, donne di mestiere e ladri, ma c'è la bellezza del cielo, c'è il calore del sole e c'è, malgrado tutto, la bontà dei cuori (che l'Autore stesso intravvede nei suoi personaggi), che non possono non dare una ragione alla nostra esistenza.


continua.gifViaggio negli abissi dell’anima. E ritorno

«Il male oscuro» , un capolavoro nato tra la lettura di Gadda e il lettino dell’analista
di Cristina Taglietti [dal Corriere della Sera del 20/10/2003]

berto3.jpgQuando uscì, nel 1964, vincendo nella stessa settimana i premi Campiello e Viareggio, Giuseppe Berto [a fianco con la moglie e la figlia] probabilmente non immaginava che la vera vittoria del suo Male oscuro sarebbe stato proprio il titolo. Dopo di lui, grazie a lui, « il male oscuro » è diventato un altro modo, più poetico e meno clinico, per indicare una malattia moderna, la depressione.
Quel titolo Berto lo prese a prestito da Carlo Emilio Gadda, che ne La cognizione del dolore lo definì come un male di cui « le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d'una vita, più greve ogni giorno, immedicato » .
Il titolo divenne la sintesi- slogan di un libro estremamente moderno, sia per il tema, una malattia subdola ( di cui oggi si sa molto di più) che, come scrive lo stesso autore nell'Appendice, tiene l'ammalato in un'oscillazione costante tra la disperazione di non guarire mai e la speranza di guarire miracolosamente da un giorno all'altro, sia per lo stile della narrazione che tracima oltre i confini del romanzo seguendo pensieri, associazioni, ricordi, ossessioni, ignorando punteggiatura e sintassi e dando al lettore la sensazione di essere un alter ego dell'analista, seduto alle spalle del paziente.
Il protagonista è, nelle parole dello stesso Berto, « un mezzo intellettuale di provincia » che va a Roma sognando di scrivere un capolavoro e « finisce per vivere ai margini del cinema tra i caffè di via Veneto e quelli di piazza del Popolo, pieno d'invidia per quelli che hanno fortuna » . In realtà, Berto fu molto più di questo: nato nel 1914 a Mogliano Veneto, morto nel 1978, prigioniero in Texas durante la guerra, ebbe una vita piena di successo, denaro, amori, ma fu continuamente tormentato dall'angoscia e ossessionato dall'establishment letterario di quegli anni che non gli perdonò l'adesione mai rinnegata al fascismo, il rifiuto dei miti neorealisti e resistenziali, le continue provocazioni politiche. E se questo aspetto di polemica ideologica può apparire oggi datato, è proprio nel Male oscuro che emerge l'attualità di questo scrittore che, nelle sue contraddizioni profonde, nell'altalena tra il bisogno di essere accettato in un mondo che non gli apparteneva ( la campagna veneta da cui proveniva o la Roma del cinema e delle lettere dove era approdato) e quello di contestarlo, « sapeva » di essere moderno.
Berto cominciò a scrivere il libro non credendo affatto alla psicoanalisi, ma fidandosi completamente del suo analista, un « uomo straordinariamente buono, intelligente, comprensivo, attento, amoroso » , che lo condusse gradatamente a guardare dentro se stesso senza paura o vergogna di ciò che vi avrebbe potuto trovare perché, scrisse, « qualunque cosa vi avessi trovato sarebbe stato sempre qualcosa di attinente all'uomo » . Una ricerca che, una volta cominciata, non si può arrestare. D'altronde, scrive: « era come se avessi scoperto il bandolo di un filo che mi usciva dall'ombelico: io tiravo e il filo veniva fuori, quasi ininterrottamente, e faceva un po' male si capisce, ma anche a lasciarlo dentro faceva male » .
Il libro comincia con la morte del padre, ex maresciallo dei carabinieri e negoziante fallito, con il quale il protagonista ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Dopo aver assistito alla visita chirurgica che diagnostica al genitore il tumore che lo porta rapidamente alla morte, l'io narrante inizia la sua discesa negli inferi di una malattia che si manifesta oltre che nell'odio per il padre, « nelle funzioni sessuali, nell'ansia di trovare Dio, nei meccanismi intestinali, negli abissi della masturbazione, nell'avvilimento di fronte ai radicali, nell' esaltazione del primo bacio, nel terrore dell' omosessualità, nell'ossessione del cancro, nella smodata ambizione, nei torbidi stimoli segreti » . Una nevrosi che ha anche un versante somatico tanto che lo stesso protagonista, in una specie di identificazione- espiazione del destino del padre, è vittima di terribili dolori che lo portano inutilmente in sala operatoria.
Ma Il male oscuro non è soltanto questo: la discesa dentro se stesso e dentro l'esaurimento nervoso ( così veniva chiamato all'epoca e così lo definisce l'autore, anche se probabilmente soffriva di attacchi di panico, disturbo che è stato identificato soltanto più tardi) è anche un'analisi estremamente lucida dei rapporti familiari e sociali di un'Italia che viveva non senza strappi il passaggio dai valori e dalla morale cattolico- rurale ( incarnata dalla figura autoritaria del padre) a quella industriale del boom economico. Il racconto, con quel suo ritmo parlato, confidenziale a cui molti giovani autori contemporanei sono debitori, è alleggerito da un'ironia che a tratti diventa vera e propria comicità ( « un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall'umorismo » ) e che contribuisce ad avvincere il lettore, incapace, come scrisse Indro Montanelli, di « disincagliarne l'occhio e il cervello » e costretto a leggere il libro « s ino in fondo e con la stessa galoppante furia con cui si ha l'impressione che Berto abbia scritto » . La pubblicazione del libro rappresenta, in qualche modo, la guarigione dell'autore: « Sono guarito per quel tanto che volevo disperatamente guarire — scrive a conclusione dell'Appendice — ossia non ho più paura di scrivere » . E nonostante il perdurare di fobie, vere o inventate che siano ( « non viaggio in treno né in aereo né in nave, non salgo oltre il quarto piano delle case, non mi chiudo nelle sale da concerto, non vado ai funerali, non m'intaso con la macchina nelle strade del centro, non mangio frutta né verdura, non saluto le persone antipatiche » ) il dolore diventa sopportabile, cioè non si trasforma in angoscia, ma rimane semplicemente dolore.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Domenica 26 Ottobre 2003

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