
Era previsto che la serie di interventi sulla recente narrativa americana si sarebbe arrestata alla terza puntata, dedicata a Eggers e all'ideologia del plot. Però l'occasione di discussione, dopo lo splendido articolo che Tommaso Pincio ha dedicato a Ninna nanna di Palahniuk su Alias, è talmente potente che, davvero, mi sembra il caso di proseguire il ragionamento, instradandomi sulle piste che Pincio ha battuto, primo tra tutti, con categorie che mi paiono importantissime. Mi scuso se non pubblico l'articolo di TP: non sono riuscito a trovarlo on line, lancio un appello a lui affinché me lo invii, se vuole. Riassumo grezzamente la tesi dell'autore de Lo spazio sfinito, chiedendo venia per le eventuali rozzezze da sintesi sbrigativa. La tesi di Pincio mi pare questa: un nuovo spettro si aggira per il Continente (un mondo-continente): è l'Io. Un Io di nuova specie. Questo Io di nuova specie assume, per manifestarsi, anzitutto i caratteri di un nuovo genere letterario. Ninna nanna di Palahniuk è anzitutto l'evenienza di una letteratura contemporanea ambigua e da indagare: la letteratura in cui parla un nuovo Io.
Per discutere le tesi di Pincio (quella enunciata è soltanto una tra le molte esposte nel pezzo di Alias), è opportuno spostarsi e assumere differenti prospettive, contemporaneamente. Il ragionamento non è privo (questo è importante) da una radice esperienziale. Pincio dice: leggendo i romanzi che a raffica scrive Palahniuk, mi sono accorto di una cosa. Prima di discutere, per l'appunto, la cosa, forse è il caso di soffermarsi su questa raffica creativa. Non ricordo se Pincio scomoda la parolina imbarazzante ma, se non lo fa lui, lo faccio io: qui siamo davanti a un sistema di produzione. Una produzione creativa, certo. Il che non toglie che si tratta di produzione. Una media di un libro all'anno, che è un bell'impegno, e che testimonia dell'assunzione, da parte dello scrittore americano, di responsabilità non da poco.
Anzitutto, deve per forza entrare in gioco la considerazione che il successo di Fight Club (indubitabilmente legato all'uscita del film cult di David Fincher) permette a Palahniuk l'edificazione (l'erezione) di una macchina di produzione creativa tanto puntuale e seriale. Siamo, ovviamente, molto distanti dalla vecchia produzione seriale, alla Simenon con Maigret - il che è già significativo: non è in questo caso una gabbia di genere, e per di più di genere di successo come il giallo/noir, a consentire a Palahniuk una produzione seriale. In seconda battuta: non ci troviamo di fronte a una classica produzione seriale, almeno in apparenza, poiché cambiano di libro in libro voci e protagonisti. E' proprio qui, in questo punto preciso, che scatta l'affondo critico di Pincio: nei libri di Pahlaniuk sembra che cambino voci e protagonisti, ma in effetti non cambiano affatto. Una stessa voce attraversa le sagome cartonate e fantasmagoriche dei personaggi costruiti dalla furiosa vena creativa di Palahniuk: ogni personaggio, dice Pincio, parla come gli altri personaggi che appaiono nello stesso romanzo, o addirittura in romanzi diversi. Non c'è differenza tra Tyler Durden e Carl Streator, giusto per rimanere al primo e all'ultimo dei protagonisti di Palahniuk. E dunque: forse la serialità a cui possiamo alludere non è più di genere (o è di genere, ma un genere diverso dai precedenti) - è una serialità di voce, di atmosfera, di meccanismo cognitivo ed emotivo. Questo meccanismo cognitivo ed emotivo è un genere nuovo: è l'Io che parla nei romanzi di Palahniuk e si costituisce automaticamente quale genere letterario di nuova specie. E' questo Io palahniukiano, che sempre si ripresenta, a ogni romanzo identico a se stesso e corrosivo verso il mondo: un nuovo genere che piace.
Siamo, è chiaro, ad altezze diverse dal giudizio qualitativo sui romanzi di Palahniuk. Continueremo sempre a ripetere, all'infinitudine: leggete qualunque cosa scrive Palahniuk. Però addentriamoci un attimo nella selva oscura di questa psiche al lavoro: quella di Palahniuk e quella di Pincio, che, nella prospettiva che assumo, sono un'unica forza irregolare e indistinta.
Che la replicabilità e la serialità abbiano, da un certo punto dello spaziotempo nostrano, a che fare con l'arte è materia ormai di tradizione filosofica. Certo forse Benjamin non intendeva alludere alla forma egoica di cui ora parla Pincio. Forse siamo a latitudini distanti. Però proverei comunque a percorrere questa deriva benjaminiana. Dicendo anzitutto: la serialità della produzione comunicativa sta costituendo un nuovo tipo di Io. Non si tratta di un'osmosi indifferenziata: no, qui è proprio la sperimentazione del mondo (e, quindi, delle forze immaginali e creative) in forma di serialità - è questo il vestito che indossa il nuovo Io letterario. L'abito, qui, fa il monaco. Il metodo di produzione seriale si adatta perfettamente a questo Io. E si adatta perché questo Io è seriale.
L'Io seriale che ravvedo anche io in Palahniuk (e non riuscivo a definirlo con la lucidità con cui Pincio l'ha nominato) è un Io ubiquo, privo di salti differenziali, una forma afona e bianca, che non trascende la voce perché sta sotto la voce. E' un Io che occupa i corpi: è un Io ultracorpo. Esso stesso dimostra e invera il funzionamento in corso della macchina produttiva seriale contro cui sembra ribellarsi. Esso invera il fallimento di ogni critica. Sembra un Io costituito di critica (di corrosione, di nichilismo) e invece è la risorsa più forte di questo universo meccanico produttivo e seriale che la cattiva globalizzazione tende del tutto neutralmente a imporre. Questa voce è, per l'appunto, la voce del macchinico, di ciò che sembra l'uomo e non lo è e sta per sostituire l'uomo. E' la voce che parla attraverso il manichino SHROUD in V di Pynchon. E' l'inorganico che esercita la dittatura del sex appeal: un sex appeal sterile, una copula funebre destinata non al figlio dell'uomo, poiché è impossibile che qualcosa figli da una simile copula.
Palahniuk fa parlare questa voce apostatica a ogni riga. Apro a caso e cito, da Ninna nanna: "L'odore di arance e benzina, l'odore della colla, si mischia all'odore di merda. Sulle mie dita imbrattate di colla si appiccicano finestre panoramiche e verande e condizionatori. Sulla mia camicia si appiccicano cancelli girevoli e ascensori e alberi, e io alzo la radio. Tanto lavoro, tanto amore, tanti sforzi e tanto tempo. Tutta la mia vita, sprecata. Ho distrutto tutto ciò che volevo continuasse a vivere dopo di me". E' più di una sinestesia. Qui c'è in gioco una nuova retorica, una nuova politica, una vecchia ontologia. Questo io-mondo che preventivamente e postremamente si pone all'incrocio della libertà umana e del fato divino, questa tragedia personale che incoccia nella tragedia oggettuale, questo appello ai buoni vecchi sentimenti di sconforto e percezione dell'errore singolare e storico, questo postsurrealismo che permette di dire che abbiamo alberi e condizionatori appiccicati all'Io, questo postpostmoderno che accoppia alberi e condizionatori, questa visione totale di sé e della realtà - tutto ciò è una difesa e un attacco. E' una difesa nei confronti del sentimento del dolore: nucleo oscuro che fa metà della letteratura. Ed è un attacco: all'uomo, al suo inestirpabile quoziente di indeterminazione.
La panossi di Palahniuk è il motore stesso della macchina di produzione creativa seriale. E' un peccato di ubris, un peccato prometeico - un Prometeo di ritorno, che ruba il fuoco agli uomini per darlo a deità mute, inorganiche, extraumane eppure tanto concrete e reali e storiche. Ed è chiaro che Palahniuk interpreta questa voce, dà voce a questa antivoce con l'unico scopo sciamanico di esorcizzarla tramite rappresentazione.
Non mi sembra sufficiente. L'affondo critico, ultrapsichico di Pincio dimostra che siamo già un passo avanti rispetto a questo esorcismo. Dimostra che, l'America, è già crollata, che ce la stiamo mangiando.