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America Falling 1.0: Eugenides
C'è da concordare con quello che scrivono di Middlesex i Bravi Ragazzi di Blackmailmag (a proposito: è probabilmente la zine letteraria migliore d'Italia): "Questo romanzo contiene almeno trecento pagine in eccesso e dimostra come l’altra faccia di una produzione narrativa sovrabbondante possa essere talvolta quella dello scrittore che tace per dieci anni e poi partorisce l’opera elefantiaca che gira intorno a se stessa". Non sono così radicale nello stroncare il romanzone con cui si è aggiudicato il Pulitzer: il romanzo è comunque un testo fondamentale del nostro tempo presente ed Eugenides sa toccare tutti i tasti - non è questo, dunque, il punto su cui vorrei insistere. Però qualche osservazione vorrei farla - e non riguarda soltanto Eugenides. Riguarda una crisi, anzi: la Crisi. La Crisi della letteratura americana contemporanea, che finora non sembra esplodere in patologie evidenti e in sintomatologie conclamate. Diciamo che è un'indigestione: di brillantezza e di fibrillazione cognitiva. La letteratura americana contemporanea, se svolta, svolta in questo: annuncia la riduzione della complessità umana in brillantezza. Sta spalancando le porte al proprio inferno privato che è, ahimè, un inferno collettivo - e che peraltro riguarda tutti noi.
E' soprattutto un'ambizione estetica (di carattere epico, il che esula dal semplice àmbito dell'estetica) ad avere contribuito a questa improvvisa accelerazione della decadenza letteraria americana. L'ambizione è questa: scrivere il Grande Romanzo Americano. Ne sono stati preda un po' tutti, a partire da quel genio assoluto che è , il quale ha sfiorato l'impresa con A man in full. Se non gli scrittori, i critici e i giornalisti americani si sono fatti divorare dall'attesa: basta osservare le reazioni all'uscita di Underworld di DeLillo e, per converso, la delusione (incomprensibile, se non in quest'ottica) alla pubblicazione di quel memorabile haiku narrativo che è Cosmopolis. Da Mailer a Updike a Bellow a Roth, questa megalomanica declinazione ultimativa del Sogno Americano compresso in volume ha conquistato i grandi padri della letteratura statunitense contemporanea. Va detto che, nonostante tutto, né Pynchon né DeLillo stesso hanno mai predicato un simile assalto al contemporaneo - il che per inciso mette fuori gioco chiunque pensi che DeLillo è il Balzac dell'America d'oggi. Poiché tutti coloro che ho citato sono, di fatto, la storia letteraria del Novecento, il problema della decadenza non si pone. Si pone invece con gli eredi di questi padri narrativi. Da Foster Wallace a Eggers, da Franzen a Eugenides, da Palahniuk a a Chabon a Lethem, si ha come l'impressione di trovarsi di fronte a un'adolescenza perpetutata: non sono i figli di quei padri - ne sono i nipotini. Nulla di greve: anzi, l'esatto contrario della grevità. Una letteratura intelligente, una sciampagna di intelligenza, una frenesia dell'intelligenza: si ride, ci si commuove per quanto sia consentito commuoversi con l'intelligenza, si sta benissimo, si capisce il mondo, si fa allenamento della critica che è d'obbligo fare al mondo. Una società criticata secondo lo specchio della mimesi critica: il tutto con un saperci fare di indubbia levatura stilistica, di clamorosa e choccante penetrazione, di saggezza che presupporrebbe una maturità da vegliardi che hanno visto il mondo. E però, purtroppo, questi scrittori non hanno visto il mondo. Al massimo, hanno visto dall'interno le crepe del sistema americano.
Che cosa manca, è difficile dirlo. Provo a tentare l'equivoco, convoco la possibilità di sbagliare, attraverso una scorretta allusione: ciò che manca alla "giovane" letteratura americana è la pelle. La pelle, come si sa, mette in osmosi l'organismo vivente rispetto al mondo, stabilendo un falso confine tra il sé e la realtà. La pelle si schiera, attraverso l'impossibilità di capire, contro l'intelligenza, che presume di capire. La pelle sente. La pelle avverte, tramite dolore, che il mondo mette il sé a repentaglio. E poi, la pelle invecchia: si crepa come si crepa il continente o il sistema in cui la pelle è immersa come in un utero diffuso. Siccome voglio evitare di fare il saputello e non credo che il problema riguardi personalmente gli scrittori in questione, sto attaccato ai testi e ne considero tre esemplari. Comincio con Middlesex di Eugenides. Poi passerò, nella prossima puntata, a Lullaby di Palahniuk. Infine mi occuperò dell'ultimo Eggers.
Middlesex vuole essere dichiaratamente un'epica transoceanica: dalla Vecchia Europa, incestuosa puzzona e terrona, alle falde del kilimangiaro americano, erettosi con sforzo letteralmente sovrumano anche grazie alle clamorose apparizioni telluriche delle ciminiere Ford a Detroit. Siccome Eugenides è di origine greca, i critici americani hanno parlato di una continuazione postmoderna dei cicli postomerici: un nostos al contrario. Invece si tratta di un Mulino del Po un po' più complesso. Grandi battute, estremo stupore, felicissima strutturazione dell'io narrativo, perfetto asincronismo continuo e dialettica strutturatissima tra presente e passato. Lacrime anche, per la storia di Calliope che diventa Cal. Mitologia della memoria, crepuscolo e alba coloratissimi per la perdita dell'infanzia e l'acuta sofferenza in vista della maturità, anche sessuale, di tutti i protagonisti. Rocambolesche morti, grotteschi inseguimenti, accoppiamenti deliranti, divagazioni esotiche al punto giusto. Molte pagine esorbitanti il necessario, però uno, alla fine, si commuove. E poi Eugenides è un dio a scrivere: scrive benissimo, si potrebbe dire che, quanto a stile, è lui l'erede di Roth. Gli amanti di Roth, se sopportano l'assenza della cifra cinica che sta ingabbiando l'autore di Pastorale americana, devono assolutamente leggersi Middlesex.
Detto questo, cosa manca?
Tutto.
Cioè?
Tutto: la metà nera del mondo.
Detto che Middlesex è un romanzo straordinario, bisogna aggiungere che, più profondamente, Eugenides cade in un meccanicismo esemplare rispetto a quella deriva americana a cui si accennava sopra: una deriva che approfondisce l'abisso tra il comprendere e il sentire. Il meccanicismo in questione è una sorta di redenzione automatica del mondo nel libro di Eugenides e, più in generale, nella letteratura prodotta in questi anni dai "giovani" americani. Ecco come funziona questo apparato di redenzione posticcia: la sofferenza, il male, la caduta e l'errore, questo conflitto insanabile e fecondo, ma essenzialmente irredimibile, tra uomo e mondo - tutto ciò che non si spiega, insomma, trova una soluzione. E la soluzione è questa: non sospendere, non entrare nell'inesplicabile o, se si entra nell'inesplicabilità, non restarci senza tentare di risolverla. Interviene a sanare il conflitto questa manìa spirituale che sta fottendo l'America e, con essa, il pianeta: interviene l'intelligenza, la programmazione, la previsione, il controllo. Il libro non fuoriesce dal libro. Non c'è mai un grido di disperazione esterno a Middlesex, che Eugenides lanci in maniera disperata, chiedendo aiuto e sapendo che l'aiuto non arriverà. No, per questo Perfetto Americano Trapiantatosi A Berlino, arrivano i nostri e ci salvano, sempre. Il che, se si vuole, è l'autentico nocciolo dell'epica americana wasp. Purtroppo, però, l'epica è tale se e solo se coincide con la realtà, anche se non si preoccupa di rappresentarla mimeticamente; e, sempre purtroppo, i nostri certe volte arrivano, ma il più delle volte no. Chi legge le pagine di Middlesex può fare la prova di questo teorema: basta rilevare cosa accade ogni volta che Eugenides racconta una malattia o una morte. Nulla d'inesplicabile. Vengono richiamate, dall'apparato emotivo tenuto a bada dall'intelligenza, la giusta pietà, la corretta ironia, la perfezione nostalgica. Poi si muore, punto e basta - e le cose vanno avanti. L'Alzheimer di Dolores, matriarca incestuosa e assai vicina alla tentazione di farsi adottare dalla famiglia Buendìa di Cent'anni di solitudine, è una specie di diorama della brillantezza. L'ombra non si vede mai. La cecità dev'essere un ospite sgradito al banchetto della festa del Ringraziamento. Tutto è intimamente memorabile, plausibilmente commovente. Ma non è l'uomo questa commozione che si sa che c'è in presenza della morte.
Un perfettinismo che allieta la nostra presenza su questo mondo. Una violenza controllatamente incontrollata, secondo la tesi premasticata che è proprio la violenza a costituire il continuum tra Vecchio e Nuovo Mondo (si faccia il parallelo tra il massacro di Smirne e i moti pre e post Watts su suolo americano). Arriva sempre una guardia nazionale a rendere vivibile l'ambiente, e abbiamo pure la libertà di sfotterla, quella reazionarissima forza d'intervento.
Che cosa doveva accadere invece? Doveva accadere questo: la verità. La verità vera, abissale, che è un abisso di corpo. In Middlesex ci aspettiamo la storia di un corpo che passa dal polo maschile a quello femminile, e invece ci troviamo a leggere la storia di un'intelligenza che affronta i disagi di un trangenderismo, la trasmigrazione dolorosa tra identità sessuali. Manca la verità. Un'osservazione transitoria: Middlesex è un outing? Cioè: questa è la vera storia di Jeffrey Eugenides? Cal Stephanides, la voce narrante ed ermafrodita, è davvero Eugenides? Lui non ce lo dice, anche se il racconto dell'incontro con l'anima gemella, una fotografa nippoamericana di stanza a Berlino, trova conferma nel credit fotografico sul risvolto di copertina: l'immagine di Eugenides appartiene a una fotografa nippoamericana, ed Eugenides vive a Berlino. Perché Eugenides non è entrato a corpo morto nell'outing? Perché, anche se non si trattava di outing, non si è infiltrato nei crepacci del dubbio? La soluzione a questo quesito permette di comprendere che cosa sia davvero l'essenza della decadenza della letteratura americana contemporanea: l'idea che la fiction, in qualche modo, magari anche nell'apparente conflitto senza quartiere che intrattiene con la realtà, redima la realtà stessa.
Middlesex è un libro perfetto. Per chi? Per le anime candide. Siccome però, a forza di candidati, l'America ci ha reso tutti meno candidi, forse non è esattamente di questa letteratura che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di tutto tranne che di rimozione, in quest'epoca. L'alacre lavoro di rimozione lo stanno facendo gli scrittori "giovani" a stelle e strisce, anche se, probabilmente, loro pensano di lavorare all'opposto di un simile scempio dell'umano. Nonostante le dichiarazioni (sempre teoriche...), essi stanno costituendosi come quinta colonna della fiction di potere in uno degli ultimi comparti dell'umanesimo radicale: la letteratura.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 7 Ottobre 2003
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