
Che cosa devo fare? Posso lasciarmi andare all'entusiasmo? Nonostante l'utilizzo iper-retorico che faccio dell'etichetta banalissima "capolavoro", posso permettermi di dire che Cronaca della fine, lo stravolgente e sconcertante romanzo di Antonio Franchini appena edito da Marsilio, entra di diritto tra i libri fondamentali della narrativa italiana contemporanea? Bando alle timidezze e alle incertezze metodologiche: Cronaca della fine è un romanzo pluriverso, impazzito, che coniuga un'impressionante accelerazione verso la cosmologia dell'umano con una capacità espressiva che parecchi scrittori italiani devono invidiare a Franchini. Il minimo, il minimissimo, l'ignorato, l'espulso dalla storia, il marginale, la merda dell'umanità, insomma, elevati a specola universale - il tutto senza perdere il timone della storia concreta, intridendola di pietas: la cronistoria impazzita del "caso Dante Virgili", quest'opera di generoso abbraccio al mondo da parte di Franchini, rende conto di tante cose: letteratura, esistenza, vita, emozioni, solitudine, dialogo, amicizia, sesso, morte, storia moderna, malattia, potere, nichilismo, amore...
Faccio fatica a parlare soltanto del libro di Antonio Franchini. Il suo è un reportage dioramatico del caso di uno scrittore scandaloso e aberrante come Dante Virgili: autore de La distruzione, romanzo ossessivamente e patologicamente pornografico e nazista che, quando uscì nel 1970, fu archiviato negli scaffali dell'oblio collettivo. Dante Virgili vive una rinascita improvvisa, rizomatica proprio quest'anno. E' il protagonista metafisico de I Demoni, romanzo a sei mani di cui due sono mie e le altre quattro di Ferruccio Parazzoli e Michele Monina. E' la scoperta più inattesa del lavoro critico su letteratura e apocalisse di Bruno Pischedda. Ma ottiene la sua totale messa in gioco narrativa e investigativa proprio in Cronaca della fine di Franchini. La distruzione uscirà presto da peQuod, con l'ultimo titolo datogli da Virgili, Il nazista. Torneremo a più riprese sulla questione Virgili: per esempio parlando del libro di Pischedda, o intervenendo sulla scrittura postnucleare di questo genio misconosciuto, patologicamente votato al peggio che l'uomo contemporaneo abbia imparato a produrre, che fu il mi/sconosciutissimo Dante Virgili. Due parole su di lui, per avere gli ementi minimali dai quali esercitare un'attività di parziale comprensione del caleidoscopio che Franchini ha realizzato con Cronaca della fine. Dante Virgili morì nel '90, solissimo, senza parenti, mantenuto da collette di amici (quasi tutti editor e direttori editoriali mondadoriani), dopo avere scritto almeno due capolavori, La distruzione appunto e Metodo della sopravvivenza, tuttora inedito. Chi era Dante Virgili? Uno psicotico. Colto e ferocemente nichilista, con il culto della germanizzazione del mondo declinato attraverso le sulfuree piaghe aperte dall'Inquisitore dostoevskiano, malato e miserabile, un caso umano irritante per l'adesione preventiva al progetto di dissoluzione della nostra specie, nazista, pornografo sadomasochista e cantore delle torture indiscriminatamente comminate a efebi o giovanotti rozzi ma soprattutto a donne, collaboratore editoriale, fobico dell'estate agostana, sporco e ributtante, un inquietantissimo gnomo che vomitava in continuazione e mangiava soltanto (per anni e anni) prosciutto cotto e carne cruda tritata.
Questo fu Virgili.
E questo che segue è il libro di Franchini: quanto sinceramente ci ho visto io dentro, e i luoghi immaginari e psichici verso cui mi ha fiondato grazie alla potenza della sua scrittura e il pazzesco lavoro di costruzione strutturale.
Cronaca della fine è la storia editoriale - e oltre: anche esistenziale, per quello che si riesce a strappare dall'esistenza di questo "piccolo demone" di cui nemmeno resta una fotografia - di Dante Virgili. Fu, a tutti gli effetti, un caso editoriale, ma al contrario. Franchini, attraverso una ricerca filologica abbastanza impressionante condotta negli archivi Mondadori, ricostruisce la vicenda della pubblicazione de La distruzione, lasciando intatto il buco nero del fallimento commerciale e critico di quel libro. Si tratta di una ricostruzione fedele - ma quasi da museo delle cere - di un'editoria dalla quale ci separano più di trent'anni, ma anche di una ricostruzione, in absentia prima e in presentia poi, della scena editoriale attuale. Il labirinto costruito da Franchini fa leva su nomi storici - da Sereni a Giudici a Paolini a Parazzoli a Pontiggia -, mentre va concrescendo l'enorme, avvilente ed esaltante termitaio di controfigure, scherani, personaggi secondari, leggende localissime di un teatro editoriale attraverso cui si coglie, con penetrazione allucinogena, l'industria culturale nelle sue fasi di trasformazione altrettanto allucinogena: l'avvento del mercato, lo scadimento della componente sociale e intellettuale. Franchini verifica narrativamente la verifica dei poteri fortiniana. E si tratta, però, dello strato superficiale più evidente e sensibile del libro.
In dialettica con questo movimento meccanico di trasformazione sociale, viene messa la figura di Dante Virgili: sottouomo che sogna il superuomo, egli emblematizza la stortura e la dirittura morale e intellettuale dell'uomo solo contro l'artificio della cultura contemporanea. E, in questa lana di polvere umana, a mano a mano che procede nella stesura implacabile e partecipata e commossa e schifata del suo reportage, Franchini compie qualcosa di cui soltanto i grandi scrittori sono capaci: in quella lana di polvere vede la totalità dell'uomo. E' questa, come già da tempo sospettavamo, la cifra più sconcertante dello scrittore Franchini (devo qui insistere, per la salute dell'autore di Quando vi ucciderete, Maestro?, nel ribadire che bisogna dimenticarsi del funzionariato editoriale di Franchini). Antonio Franchini, napoletano imbelle e trapiantato da decenni in quel di Milano, si muove con un'accortezza fintamente distratta che investe anche il suo eloquio. Io, che ho salde radici sicule, conosco perfettamente quella pacatezza pastosa, che copre e mistifica un nervosismo fibrillante e barocco, con cui il nobile gentiluomo meridionale approfitta di una secolarità quasi cinese che gli garantiscono le sue radici. Esiste una forma di understatement, di pseudominimalismo e di scetticismo quasi razionalista grazie a cui viene travestita un'ansia di esplosione e di abbraccio al mondo da parte del nobile meridionale (intendo: nobile d'animo). Qualcosa però sfugge sempre, e questo guscio difensivo si spacca, e dalle crepe fuoriescono accensioni che tracimano e investono il continente: in questo caso, il continente è la narrativa italiana tutta. E Franchini, a cui pochi avrebbero concesso la patente di scrittore post-postmoderno, diventa, con Cronaca della fine, lo scrittore più post-postmoderno d'Italia, affiancando Tommaso Pincio e Antonio Moresco. Davvero: o lo si legge in questo modo, o si perde almeno la metà del libro.
Già con L'abusivo, Franchini prendeva una deriva abbastanza straniante per la tradizione narrativa italiana: formulava una sorta di A sangue freddo capovolto - un A sangue caldo che entrava in complessità abnormi, personali e collettive, con uno sforzo di resa del contesto civile e storico dell'Italia contemporanea che lo riconnetteva direttamente all'Affaire Moro di Sciascia. Ma nel caso di quest'ultimo lavoro, prendendo un barattolo arrugginito trovato per strada, Franchini ci guarda dentro e vede spalancarsi l'universo. Quest'attività, solitamente, predispone del tutto naturalmente al genere letterario del romanzo storico. Ed è proprio questo che Franchini realizza: un romanzo storico, potremmo dire "in costume", in cui il costume è la marsina stazzonata del funzionario editoriale, ma la cui significazione diventa emblematica di tutti i moti dell'animo e dell'intelligenza umani. Spaccando la trama e pure mantenendone la linearità, Franchini infila di tutto in Cronaca della fine. Ricordo almeno due apici davvero memorabili del libro, prima di concludere questa lettura parzialissima col terzo apice, che di diritto entra nel pantheon del contemporaneo italiano. Mi riferisco al capitolo in cui Franchini discute con Bruno Pischedda della consistenza e dello statuto critico di una tradizione letteraria; e all'intervista a Ferruccio Parazzoli, che ne esce esattamente qual è, un gigante assoluto della letteratura e della cultura italiane di questi ultimi trent'anni. Però sono molte le divagazioni fluviali che Franchini fa deviare dal corpo centrale del fiume: rivoli storici, torrenti umoristici, defluenti cronachistici, cascate aneddottiche. Impossibile rendere conto della geografia diffranta e organica di questo super-romanzo che testimonia - esattamente come Gli esordi di Moresco, sebbene con altra declinazione di stile e poetica - il farsi dell'Italia contemporanea, il disfarsi dell'intellettuale e il suo ricomporsi attraverso l'approfondimento di una commozione che ristora e protegge l'umanità schiacciata dalla macchina artificiale del potere e della storia antiumana.
Per quest'opera di difesa in profondità del comparto emotivo e d'intelligenza che lo scrittore pratica ai nostri giorni, si giunge tremuli all'ultima scena, basaltica e pietosa, della storia sacra istoriata da Franchini: l'incontro con la Sopravvissuta. Si tratta della storica compagna di Virgili: una sorta di dea numinosamente presente nel corso del libro, che subito precisa come Virgili e lei, per un decennio, si fossero soltanto sentiti per telefono, e nega di esserne stata la donna della vita. Non è così, ovviamente, e quanto più il suo monologo - nervosissimo, interpolato dalle scritte derilanti che lei stessa incide sui muri del proprio appartamento - si allarga nel ricordo della tenerezza del "piccolo demone" Virgili, quanto più noi lettori siamo elevati al piano effettivo a cui arriva Franchini. Franchini è una delle personalità più apparentemente antimetafisiche e più veracemente metafisiche che io abbia mai conosciuto. E' un induista naturale, che tenta in ogni modo di misconoscere la sua natura nondualista, da perfetto advaitin. E, in effetti, fino all'ultimo capitolo, riesce in quest'opera di misconoscimento: a differenza di quanto fa Parazzoli ne I Demoni, evita di investire Dante Virgili di una carica metafisica. La sua cronaca, per quanto partecipe e commossa, è quasi sempre oggettiva o rassegnata. Il personaggio Virgili è la resa perfetta di quanto fu storicamente: uno scrittore psicopatologico, un nazista pornomane. Nell'ultimo capitolo, dopo avere dipinto la metà nera del Tao, Franchini affida alla voce della Sopravvissuta il compito di accennare, con gesto di pittura zen, la metà bianca dello stesso Tao. L'opera metafisica è completa: Virgili emblematizza chiunque. Franchini compie l'opera: cioè, per chi comprende, compie l'Opera.
E' un libro memorabile, questo di Antonio Franchini. Come l'anno scorso ho rotto i coglioni ripetendo all'infinito che Black Flag di Evangelisti, 54 dei Wu Ming e Un amore dell'altro mondo di Pincio erano i titoli più sconcertantemente belli della narrativa italiana 2002, incomincerò adesso a dire lo stesso, per quest'anno, di Cronaca della fine di Antonio Franchini. Attendo altri titoli da affiancare a questo.
Antonio Franchini - Cronaca della fine - Marsilio - 14 euro