[da www.24sette.it]
• MALCOLM X: "C'E' UNA CONGIURA, QUALCUNO MI UCCIDERÀ"
[da L' Europeo 1965 nn. 9 10]
L' autobiografia del leader nero ucciso dai Black Muslims a New York. L' infanzia difficile, l' esperienza del carcere, l' incontro col movimento religioso che si stava diffondendo tra la gente di colore. Con un servizio fotografico realizzato ventiquattr' ore prima della sua morte da Duilio Pallottelli
di MALCOLM X
Ho incontrato il Kkk ancor prima di nascere. Una notte, mia madre era incinta, un gruppo di razzisti mascherati, a cavallo, circondarono la nostra casa a Omaha, nel Nebraska. Avevano in pugno torce e fucili; incominciarono subito a chiamare a gran voce mio padre. Mia madre si fece sulla porta e disse che non c' era, era andato a Milwaukee per una funzione religiosa. Uno di loro pretese di entrare in casa per assicurarsi che avesse detto la verità. Con il fucile puntato girò ogni stanza, seguito dagli occhi terrorizzati di mia madre e dei miei tre fratellini. Quando si resero conto che avevano fatto un viaggio inutile, gli uomini del Kkk scaricarono i loro fucili contro le finestre e se ne andarono al galoppo. Mio padre era allora un seguace di Marcus Garvey, il leader negro che voleva il ritorno della gente di colore in Africa. Quando mio padre tornò a casa decise che Omaha non era più una città sicura ed era necessario traslocare.
Attese la mia nascita (il 19 maggio 1925) e subito trasferì la famiglia a Lansing, Michigan.
Neppure qui ci lasciarono tranquilli e furono persecuzioni continue dei razzisti bianchi e della polizia che cercava di stroncare il movimento di Marcus Garvey colpendo i suoi propagandisti. Una notte, nel 1929, la nostra casa (che si trovava accanto alla chiesa di cui mio padre era pastore) fu invasa da una turba di bianchi armati che ferirono mio padre e diedero fuoco all' edificio. Quel poco che si era salvato dal saccheggio e poi dall' incendio fu distrutto dalla polizia e dai pompieri. Ma la tragedia avvenne due anni dopo: mio padre fu preso, bastonato, legato e disteso sui binari del tram. Una pesante vettura fu fatta passare sul suo corpo. Non morì subito: lo lasciarono agonizzare due ore sulla strada. Questi sono i ricordi della mia infanzia. Memorie di violenze, di persecuzioni, di fuoco, di lacrime e di sangue. Sono cresciuto in un' atmosfera di terrore, contro uno scenario di incredibile tragedia. Tutto ciò ha lasciato un segno profondo nel mio animo e ha turbato senza rimedio la mia coscienza. Sconvolta dall' uccisione del marito, mia madre incominciò ben presto a dar segni di squilibrio mentale. Nel 1938 (io avevo tredici anni) le autorità ordinarono il suo internamento al manicomio. E c' è ancora. Io ero il più giovane dei figli e fui assegnato a una specie di collegio dove, per la verità, mi trovai abbastanza bene. La direttrice era una brava donna e i compagni, anche quelli bianchi, gentili e affettuosi. Furono quelli gli anni più sereni della mia vita, in un ambiente non ostile, con la possibilità di studiare. Nel 1940 la direttrice mi disse che dovevo abbandonare il collegio. Aveva scritto a mia sorella Ella, che viveva a Boston, perché si prendesse lei cura di me. L' autorità aveva dato il suo benestare. Così partii per Boston, libero e pieno di speranze. A Boston trovai lavoro come garzone di drogheria, ma subito fui attratto da una sala da ballo, il Roseland, che si trovava vicino alla bottega. Feci amicizia con il direttore di questa sala, un negro grande e grosso che si chiamava Shorty. Fu lui a farmi fumare la prima sigaretta, a farmi bere il primo whisky, a offrirmi la prima boccata di marijuana. Sempre al Roseland conobbi, nel 1941, una ragazza bianca che si chiamava Sophia. Fu la mia ragazza fino al 1946, quando finì in prigione. Per tre anni la nostra relazione non suscitò scandalo, ma quando incominciarono a girare voci minacciose a proposito di questo negro che osava mettersi con una ragazza bionda, Sophia si cercò un marito biondo come lei. E la nostra relazione poté continuare quasi indisturbata, se pure con molte precauzioni. Nel 1945 mia sorella riuscì a ottenermi un posto di cameriere sui vagoni ristorante della linea Boston New York. Non soltanto era un lavoro migliore di quello di garzone di drogheria, ma soprattutto mi dava la possibilità di andare continuamente a New York, città che prima non avevo mai vista. Naturalmente il mio regno era Harlem. Tutte le volte che potevo mi fermavo a New York e correvo a Harlem. Poco dopo mi decisi a trasferirmi a New York e trovai una camera all' Ymca. Fu in quel periodo che mi legai d' amicizia con molti musicisti jazz, gente come Sonny Greer, il batterista di Duke Ellington, il violinista Ray Nance e poi Eddie Vinson, Cootie Williams, Pearl Bailey, che allora cantava con l' orchestra di Cootie. Conobbi anche Cy Oliver, che aveva una moglie indiana e viveva da padreterno facendo arrangiamenti per Tommy Dorsey. A ventun anni in carcere per un furtarello Bisogna vivere nel mondo segreto di Harlem per rendersi conto di quanto sia facile, in un simile ambiente, passare, quasi senza accorgersene, dalla legalità al crimine. Io divenni ladro senza rendermene conto, un passo dopo l' altro, attraverso legami, amicizie, doveri, pressioni. Ma non feci una grande carriera.
Diedi una mano ad alcuni amici in un paio di colpi, ma senza partecipare direttamente alle operazioni. Poi decisi che mi occorreva un orologio. Girai un po' osservando le vetrine degli orologiai e trovai quello che faceva al caso mio. Mi armai di una pistola e partii per il mio primo colpo solitario. Avrei rotto con il calcio della rivoltella il cristallo della vetrina, avrei afferrato il "mio" orologio e sarei fuggito. Era una cosetta da nulla, che avevo sentito descrivere decine di volte da tutti i miei amici. Ma quando decisi di provare anch' io sbagliai settimana. C' erano state, in quel periodo, numerose rapine a orologiai, gioiellieri e così i padroni dei negozi erano all' erta e altrettanto la polizia. Io non sapevo niente e partii all' attacco. Non riuscii neppure a spezzare il cristallo. Mi arrestarono immediatamente due poliziotti che sorvegliavano, nascosti, il negozio. Il giudice mi diede dieci anni di galera e mi spedì al penitenziario. Fui chiuso nel carcere di Charleston. Era il febbraio 1946. Avevo ventun anni. Fu in prigione che ebbi le prime notizie di un movimento religioso che andava sviluppandosi fra la gente di colore. Furono i miei fratelli a scrivermene. Un giorno Reginald, che si era già convertito all' Islam, mi mandò una lettera pregandomi di non accettare più carne di porco. Non capii che cosa volesse dire, ma eseguii il suo ordine. Poco dopo fu Ella a scrivermi. Una lunga lettera in cui mi parlava di Allah, della religione musulmana e del profeta negro, l' Onorabile Elijah Muhammad che andava predicando, fra i negri, il nuovo verbo. Poi venne a trovarmi e mi diede altri particolari. Vidi che era piena di entusiasmo e di vitalità. "Allah darà al popolo negro la libertà", mi disse uscendo dal parlatorio. Queste lettere e questi discorsi mi turbarono profondamente e misero in moto la mia fantasia. Decisi allora di scrivere a Elijah Muhammad. Ne ebbi in cambio un foglio al ciclostile che accrebbe soltanto la mia ansia di conoscere i fondamenti della nuova religione. Scrissi ancora a Muhammad. Mi rispose con una lettera personale molto calda e gentile. Mi diceva di aver coraggio, di sopportare il carcere e di prepararmi per il giorno in cui sarei tornato libero. Nella lettera trovai anche un biglietto da cinque dollari. "Anch' io sono stato in prigione e so che cosa significa. Cinque dollari non sono molti, ma ti possono servire". Nella primavera del 1952 fui rimesso in libertà per buona condotta. Appena ricevuta la notizia dal direttore del carcere scrissi subito ai miei fratelli e a Elijah Muhammad, con il quale ero sempre stato in corrispondenza. Reginald venne a prendermi ai cancelli del carcere e mi portò a casa sua a Boston. Tutti i miei fratelli erano aderenti alla religione musulmana e frequentavano la moschea n. 2. Fu in questa moschea, il Labor Day del 1952, che incontrai la prima volta Muhammad e gli altri capi del movimento. Erano venuti a Detroit, dove c' era la moschea n. 1, la prima degli Stati Uniti, fondata nel 1931. Muhammad mi fece un' impressione enorme e decisi subito di convertirmi. Feci un periodo di praticantato, poi ebbi l' investitura solenne. In luogo del cognome mi fu imposta una X. Malcolm X. Questa X sta a significare, per noi musulmani negri, l' appartenenza a un' autentica discendenza africana.
"Da oggi in poi", mi disse Muhammad nel corso della cerimonia, "tu sarai sempre e soltanto Malcolm X. Nessuno dovrà sapere, conoscere, pronunciare il tuo cognome. Malcolm X tu entri, fratello, nella grande Nazione dell' Islam". Il mio slancio religioso era tale che non poteva bastarmi la frequentazione della moschea n. 2 come semplice fedele. Partii per Detroit, mi presentai al ministro della moschea n. 1, Lemuel Hassan, e gli offrii il mio lavoro. Mi mise alla prova. Quando fu certo del mio zelo e delle mie capacità mi concesse di pronunciare un sermone ai fratelli e alle sorelle della comunità. Nell' estate del 1953 fui nominato assistente della moschea n. 1. Si sono dette e scritte cose ingiuriose sui musulmani d' America. Sento spesso ripetere che le organizzazioni sono organizzazioni del vizio, che usiamo stupefacenti, che prepariamo e frequentiamo orge sessuali. Sono tutte calunnie dettate dal demonio bianco. I musulmani seguono un codice morale ferreo. Non mangiano porco né altre carni impure, non fumano, non bevono alcolici, non si drogano. Non ballano, non giocano, non vanno al cinema, non si prendono vacanze più lunghe di quelle strettamente necessarie alla salute, non praticano sport agonistici. La vita familiare è regolata dalla morale e io non so di famiglie di veri credenti in cui siano avvenuti quei fatti disgustosi che vediamo ogni giorno capitare nelle migliori famiglie dei cristiani, soprattutto se bianchi. La religione musulmana impone la non violenza, la subordinazione all' autorità religiosa, il rispetto della persona umana. Questa è la verità, la pura, semplice verità. Nel 1956 il movimento della Nazione dell' Islam conobbe la sua prima, grande espansione. Furono aperte nuove moschee nelle grandi città e quella che era stata fino allora una organizzazione di minoranza divenne un movimento di massa, il più forte e compatto istituto per la gente di colore degli Stati Uniti. Nel gennaio del 1958 mi sposai con una sorella di grandi capacità ed elevata sensibilità, sister Betty X. Fu lo stesso Muhammad a spingermi a questo passo, a vincere le mie titubanze. Pensavo che sposandomi avrei avuto meno tempo da dedicare al movimento e alla propaganda. Ma non fu così. Fu anzi dopo il matrimonio che iniziò la mia vera opera, la mia missione. Prima ci consideravano fanatici Betty e io ci stabilimmo a New York, nel quartiere di Queens, e lì nacquero i nostri figli. Prima, nel novembre del ' 58, Attilah (da Attila, il re degli Unni), poi Quibkah (dall' imperatore mongolo Kubl Kahn), Ilyasah (che vuol dire in arabo Elijah) e infine Lamumba. (In tutto Malcolm X ebbe sei figli, tutte femmine. Ndr) Trovai a New York un terreno quanto mai fertile per il mio lavoro. A Harlem, fino allora, non c' era stata una vera predicazione islamica. Io mi buttai a capofitto e ottenni subito risultati imponenti. Già nel 1960 avevo aperto quattro moschee a New York, tre delle quali a Harlem. Mentre il nostro movimento si diffondeva fra i negri, incominciava la persecuzione dei bianchi. Fin quando eravamo stati pochi ci avevano derisi e descritti come fanatici: adesso non potevano proseguire con quel metodo, dovevano attaccarci frontalmente, disgregarci, cercare di distruggerci. La polizia fu mobilitata per sorvegliarci. Il mio telefono è controllato. Se io, per scherzo, dicessi a un amico che ho messo una bomba sotto l' Empire State Building, un minuto dopo avrei l' Fbi in casa e mille pompieri avrebbero già circondato l' edificio minacciato. Ma questo tipo di persecuzione non è il più grave. La polizia fa il suo mestiere. Quello che soprattutto ci offende sono le calunnie della stampa, della radio, della televisione. E non sono soltanto galoppini zelanti che si incaricano di quest' opera diffamatoria, ma anche uomini di cultura con tanto di laurea e magari con tanto di cattedra universitaria. Nel 1961 Muhammad mi mandò a chiamare per mettermi a parte delle sue preoccupazioni e dei suoi progetti. "Fratello Malcolm", mi disse, "il nostro movimento si sta diffondendo in tutta l' America. Sta raccogliendo le forze più giovani e più vive del popolo negro. È giunto il momento che tu ti assuma precise responsabilità. Sei giovane, sei intelligente, sei onesto: puoi essere la guida dei musulmani d' America". Le sue parole mi commossero profondamente. E Muhammad continuò: "Ma ricordati che nel momento in cui tu diventerai protagonista di prima fila, su di te si scatenerà la calunnia e non saranno soltanto i nostri nemici a colpirti, ma i nostri stessi fratelli più deboli di spirito e più fragili di fede. Se vuoi diventare la guida dei musulmani d' America devi essere preparato a tutto". Gli dissi che avrei accettato ogni cosa per il bene della nostra religione e per l' avvenire del popolo negro. Due mesi dopo ero già descritto dai giornali dei bianchi come "il demagogo Malcolm", "il sanguinario Malcolm", e così via. Fu la stampa democratica che soprattutto si accanì contro di me, con sempre maggiore violenza. Fui subito definito, da molti giornali, come il "secondo portavoce dell' America retriva e fascista". Il primo sarebbe stato il senatore Barry Goldwater. Questi giornalisti che non giungevano a tanto si accontentavano di scrivere che ero un fanatico, impegnato a costruirmi un impero personale, sulle spalle dei poveri negri che credevano in me e nella mia missione. Finalmente sul New York Times apparve la definizione più grave: "Malcolm X, ovvero Mr. Big Shot". La campagna tesa a rappresentare me e i miei fratelli come dei terroristi senza scrupoli era incominciata. Si sa come funzionano queste cose. A poco a poco le insinuazioni, le calunnie, le diffamazioni incominciarono a mettere radici anche all' interno del movimento. Avvertii subito che stava per determinarsi una spaccatura fra i musulmani negri e questo fatto poteva rappresentare la fine di tutto il movimento. Avevo avuto l' incarico di assumere una posizione preminente nel movimento dallo stesso Muhammad, ma troppi dei fratelli ripetevano che il mio fine era di spodestare il vecchio leader, di cambiare la politica della Nazione dell' Islam, di instaurare una dittatura. Confidavo queste preoccupazioni a Muhammad, che ogni volta mi dava conforto e nuova speranza. Ma la situazione si faceva critica. Decisi di mettermi sulla difensiva e attendere gli eventi per non compromettere una situazione molto pericolosa. Ma non potevo certo prevedere l' evento che si sarebbe verificato di lì a pochi mesi: il 22 novembre 1963 il presidente Kennedy fu ucciso a Dallas. Poche ore dopo che la radio aveva dato l' annuncio del tragico fatto, tutti i ministri del culto musulmano ricevettero un telegramma di Muhammad che li pregava di non rilasciare dichiarazioni e di non assumere atteggiamenti pubblici di alcun genere. Avevo in programma, per quel giorno, una conferenza al Manhattan Center. Cercai di farla rinviare, ma non mi fu possibile. Quando comparvi trovai quaranta giornalisti che mi posero una sola domanda: "Che cosa ne pensa dell' uccisione del presidente Kennedy ?". Non meditai la risposta e dissi: "I polli tornano al pollaio". Tre ore dopo i giornali di New York uscivano con questo titolo: "Malcolm X ha detto: I polli tornano al pollaio". Successe un finimondo. Presi subito l' aereo e andai da Muhammad. Lo trovai abbattuto e preoccupato. "Siamo in un brutto pasticcio, Malcolm", mi disse. "Il paese amava quell' uomo. La sua morte ha scosso tutti gli americani. Bisognava tacere. Adesso è probabile che i nostri nemici ci indichino come responsabili dell' assassinio". Gli chiesi che cosa dovevo fare. Mi disse: "Tacere". Tornai a New York dove trovai il caos. Fra i musulmani correva la voce che mi ero ribellato, che avevo rotto con Muhammad. Alcuni si dicevano dalla mia parte, altri chiedevano esplicitamente la mia testa. Non ebbi più scelta. Cercai di tirare in lungo assentandomi per qualche giorno da New York, con la speranza che nel frattempo si calmassero le acque. Fu Cassius Clay a offrirmi l' opportunità di allontanarmi dalla moschea n. 7, invitandomi ad assistere a Miami al suo incontro con Liston. Ma al ritorno le cose erano ancora peggiorate. Un gruppo di fedeli mi indicò, in pubblica riunione, come traditore e così fui costretto ad annunciare la scissione. Aprii una nuova moschea nei locali dell' Hotel Theresa, all' angolo della 125ª con la 7ª Avenue. Nel discorso inaugurale dissi che assumevo il solenne impegno di guidare il popolo negro verso la sua completa e definitiva emancipazione, in una lotta senza quartiere contro la discriminazione, l' oppressione, lo sfruttamento. "Per venti milioni di negri americani", dissi, "incomincia da oggi una nuova era. Saranno mesi e anni di battaglia e di sacrifici, ma alla fine la vittoria sarà nostra". Per confermarmi nella fede in vista della nuova lotta partii per un pellegrinaggio alla Mecca, il primo della mia vita. Nella città santa fui subito al centro dell' attenzione generale. Tutti volevano aver notizie del movimento musulmano in America e mi facevano i loro auguri. Nel viaggio di ritorno visitai il principe Feisal d' Arabia che mi assicurò la solidarietà del mondo arabo. Poi fui nel Ghana e in Nigeria, dove incontrai i capi di stato e ambasciatori di gran parte dell' Africa. Ebbi colloqui molto interessanti e molto utili. Mi resi conto che l' Islam era una grande, concreta realtà. Al mio arrivo a New York trovai uno stuolo di fotografi e giornalisti ad aspettarmi. Non dissi una parola, non feci un gesto. La delusione fu enorme perché ormai la stampa mi aveva presentato come un esibizionista che non perde occasione per dire frasi gravi e minacciose. Adesso sono al lavoro. Ogni giorno ricevo decine di persone che corrono alla mia nuova moschea per parlarmi, per offrirmi aiuti e solidarietà, per assicurarmi della fedeltà della parte più viva e avanzata del popolo negro. La campagna elettorale, la lotta fra Johnson e Goldwater non ci ha toccati, anche se la solita stampa si è sbizzarrita a descrivere i nostri rapporti segreti con questo o quello dei due candidati. Come uomo, rispetto di più Goldwater di Johnson, perché è profondamente convinto di ciò che dice. E questa è una virtù molto rara nel mondo politico. Credo anche che sia molto intelligente e molto onesto. Ha giocato la sua popolarità per fede nei suoi ideali. Se soltanto fosse stato meno limpido avrebbe potuto probabilmente battere Johnson e succedere a Kennedy. Goldwater non è amico dei negri e lo dice apertamente, così i negri sanno come regolarsi. Con Johnson, che guarda ai negri con gli stessi occhi di Goldwater, ma a parole si dice loro amico, la gente di colore meno avveduta si trova con le mani legate. Se Goldwater avesse vinto, il popolo negro avrebbe avuto chiaro il suo compito: battersi con risolutezza, duramente, fino in fondo, spazzando via quella banda di moderati che predicano il lento progresso, il passettino corto e, in definitiva, privano i negri della loro forza vitale. Con la vittoria di Johnson il problema negro è stato bloccato. A forza di prove di buona volontà, di attese, di speranze, di promesse, di piccoli mutamenti, la condizione della gente di colore è destinata a restare immutata per altri cento anni. Questa è la realtà. Questa la ragione per la quale noi avremmo visto come una sciagura la vittoria di Goldwater. I nemici travestiti da amici sono i più pericolosi. La storia lo dimostra. Il negro americano porta su di sé il peso psicologico di alcuni secoli di schiavitù. Soltanto una minoranza è in grado di affrontare scelte autonome e consapevoli. Non si vive da servi per trecento anni senza acquistare una mentalità servile. Ma i tempi stanno rapidamente mutando. I giovani non credono più alla "benevolenza" del bianco illuminato, del radicale di buona volontà, del liberale. Sanno che i loro problemi devono affrontarli e risolverli da soli. Non possono aspettare Johnson e i suoi amici. Durante la campagna elettorale la mia parola d' ordine è stata: "Votate per Goldwater, o per nessuno". Credo di aver spiegato a sufficienza le ragioni di una simile posizione che mi ha guadagnato gli insulti e le calunnie di tutta la stampa democratica. Hanno scritto che io sono un razzista come Goldwater. È vero, non nego di essere stato razzista, ma oggi non lo sono più. Razzisti negri sono i seguaci di Muhammad, i fanatici Black Muslims, e io non ho più nulla a che fare con loro. Ho rotto i ponti, ho preso una nuova strada. Muhammad vorrebbe lo sterminio dei bianchi per il trionfo dei negri. Io chiedo la reale eguaglianza delle razze. La mia è la posizione più difficile e più pericolosa. Me ne rendo conto perfettamente. So di essere al centro di una gigantesca congiura, nella quale razzisti negri e razzisti bianchi sono alleati. In ogni ora della mia giornata, di notte e di giorno, io posso essere ucciso e l' arma potrebbe essere tanto nel pugno di un razzista bianco che in quello di un razzista negro. So benissimo che vi sono in America alcune decine di persone, bianche e negre, che non aspettano che l' occasione opportuna per far fuoco su di me. Muhammad ha detto ad alcuni suoi fedeli che l' uomo che mi ucciderà sarà santificato perché io rappresento il demonio, il male. Questa è la verità. Non sono esagerazioni o immaginazioni. Le armi sono puntate contro di me, pronte a far fuoco. Quando spareranno ? Oggi, domani, dopodomani. Io aspetto quei proiettili. Una disastrosa catastrofe sociale Perché continuo nella mia battaglia ? Perché credo fermamente che quello razziale sia il problema di fondo nel mondo contemporaneo, che ogni discorso sul destino dell' umanità sia privo di senso, come ogni discorso sulla pace, la fratellanza e cose del genere, finché in ogni continente si manifesta l' intolleranza, la discriminazione, la segregazione. Se l' America non affronterà subito questo problema, se non saranno messi da parte i metodi del "poco per volta" dei democratici, dovrà prepararsi a una disastrosa catastrofe sociale. E non saranno terroristi negri a determinare questa catastrofe, ma il corso stesso della storia e saranno le contraddizioni interne del sistema razzista a esplodere e il conflitto non sarà fra negri e bianchi, ma fra bianchi e bianchi. I tempi cambiano e la realtà mondiale è tale che sarà sempre più difficile, negli Stati Uniti, sostituire con il problema razziale il problema sociale. Che cosa succederà quando i rapporti reali avranno preso il sopravvento sui rapporti fittizi ? Se chi mi legge dimentica per un momento la mia persona e proietta la realtà che io delineo nella realtà concreta della società americana di oggi, non può non avvertire la gravità dell' allarme. Siamo sull' orlo dell' abisso, ma pochi se ne rendono conto. Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato martin luther king Tremo per il mio paese quando rifletto che Dio è giusto thomas jefferson Tutte le volte che potevo mi fermavo a New York e correvo a Harlem. Poi mi trasferii a NY. Fu allora che feci amicizia con molti musicisti jazz Coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica renderanno inevitabile una rivoluzione violenta jfk La religione musulmana impone la non violenza, la subordinazione all' autorità religiosa, il rispetto della persona umana. Questa è la verità Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente: si limitano a versare lacrime sulla propria situazione. Ma quando si arrabbiano, allora si danno da fare per cambiare le cose malcolm x Avvertii subito che stava per determinarsi una spaccatura fra i musulmani negri, e questo poteva rappresentare la fine di tutto il movimento La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l' accompagnano le lascio sul piatto leo longanesi Lotta senza quartiere contro la discriminazione, l' oppressione, lo sfruttamento. Volevo guidare il popolo negro verso la sua emancipazione Per anni i politici hanno promesso la luna: io sono il primo in grado di darvela richard nixon È vero. Non nego di essere stato razzista, ma oggi non lo sono più. Ho rotto i ponti con i fanatici Black Muslims. Ho preso una nuova strada chi sono i musulmani neri americani.
Alla Nazione dell' Islam, setta meglio conosciuta col nome "Black muslims" (Musulmani neri), L' Europeo dedicò un servizio (1965 n. 11) a firma Ruggero Orlando. Era l' identikit del gruppo politico religioso (in cui aveva militato Malcolm X prima di andarsene in polemica con il leader Elijah Muhammad, nella foto) che predicava il separatismo dei neri dai bianchi, denunciava il razzismo della religione cristiana e lottava contro ogni forma di vizio. Orlando descriveva i "Black muslims" come un movimento separatista che lotta perchè ogni negro d' America rompa qualsiasi rapporto coi bianchi e non partecipi né alla politica né all' economia dei bianchi. Insomma una setta razzista. Inoltre, continuava Orlando, pur chiamandosi musulmani, hanno assai poco in comune con l' Islam di Maometto. Pur battendosi contro la discriminazione e l' oppressione dei negri d' America, di fatto con la loro azione ne ostacolavano la liberazione dalla macabra eredità della schiavitù.p>