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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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'La Stampa' su Genna/La Porta: fiction o faction?

• TENDENZA MUSIL O TENDENZA CAPOTE?

Suona l'ora della faction come le opere di Corrias e Romagnoli,reportage in diretta dal presente.Ma c'è chi non è d'accordo e difende a spada tratta la fiction, ossia la letteratura-letteratura, quella stile Pincio o Luther Blissett, dove si creano miti.
di GIOVANNA ZUCCONI
[da La Stampa, 18.5.06]

Secondo un luogo comune molto condiviso e molto ripetuto, negli ultimi anni sarebbero stati i romanzi gialli e noir a raccontare meglio l'Italia. Ora che il genere ha saturato le librerie e i lettori, qual è la letteratura più centrale e più necessaria, quale la scrittura che meglio restituisce lo spirito del tempo? Recensendo sul Corriere della Sera l'ultimo libro di Pino Corrias, una raccolta di dieci reportage in luoghi italiani cruciali dal Vajont a Arcore, il critico Filippo La Porta ha scritto che oggi in Italia la vera letteratura è quella non di invenzione ma di racconto della realtà. Faction (cioè narrazione documentale) e non fiction, come direbbero gli anglosassoni: più Truman Capote, e meno Philip Roth o Robert Musil. A Filippo La Porta ha risposto (nel sito della collana rizzoliana 24/7) Giuseppe Genna, accalorandosi a favore della letteratura-letteratura che inventa la realtà e non insegue tivù e giornali: fiction e non faction. Mentre la polemica sta rimbalzando nella rete, per esempio nel blog di Loredana Lipperini Lipperatura, mettiamo qui a confronto e a contrasto le voci di Filippo La Porta e Giuseppe Genna.

• Genna: "La realtà non esiste, siamo noi che la inventiamo"
Giuseppe Genna, La Porta dice che il mondo è frantumato e quindi in letteratura l'immaginazione ancorata alla realtà può più dell'invenzione, sottoscrive?
“No. È uno slogan. L'immaginazione è variazione sulla realtà, ma la realtà non è quella che pensa La Porta. Per parlare di immaginazione bisogna avere una teoria della realtà, che oggi si gioca in ambiti lontani dalla letteratura: nelle neuroscienze”.
Perché nelle neuroscienze?
“Perché il disagio dell'occidente è un disagio essenzialmente psichico”.
La famosa frantumazione?
“Al contrario, c'è unità nel disagio. Si sta male perché non c'è consapevolezza del proprio desiderio fondamentale”.
Non stiamo male perché bombardati da troppe informazioni, troppa televisione?
“La televisione non è una causa, è un sintomo. La causa è psichica. Stiamo male perché non abbiamo elaborato un nuovo immaginario. L'Italia è ai vertici europei per consumo di psicofarmaci, in un'età che sembra non avere più miti e riti di iniziazione al fantastico, ma solo a una falsa idea di realtà – quale è, a mio parere, quella a cui fa riferimento La Porta”.
Stiamo male non perché la realtà ci invade, ma perché noi non la inventiamo... E allora la letteratura cura?
“Anche. Ogni opera dell'immaginario è una pratica che facendoti slittare in un incanto pensoso, come diceva Leopardi, attua il desiderio”.
Perché non potrebbero attuarlo gli scrittori reporter di Filippo La Porta?
“La Porta fa un discorso non contemporaneo, ripete ciò che dicevano gli americani quarant'anni fa, con Tom Wolfe e Truman Capote e Norman Mailer. Il reportage che cercava di diventare il grande romanzo americano”.
E perché Corrias o chi per lui non può aspirare al grande romanzo italiano?
“Sfugge a La Porta che per tradizione la letteratura italiana è allegorica. Per costruire un mito serve l'allegoria, non la descrizione. Tutti i reportage danno per scontato che la realtà esista, invece la percezione è un'allucinazione”.
Ma lo scrittore reporter non ha uno sguardo che scava e svela?
“Lo sguardo deve essere quello di un invasato, altrimenti ti metti in concorrenza con la televisione – che ha dei mezzi di rappresentazione identici a quelli della letteratura, ma più potenti”.
Qual è, allora, la letteratura dell'invenzione?
“Oggi la migliore narrativa italiana pretende di essere epica e corale nel rappresentare la realtà attraverso divaricazioni del fantastico. Q di Luther Blisset, per esempio: nonostante si tratti di un romanzo storico sulla guerra dei Trent'anni, è in realtà e nello stesso tempo la storia di tutte le rivoluzioni, in particolare il '77 a Bologna. Il genere storico che tutti stiamo tentando di praticare dà per scontato quello che dice La Porta, lo considera necessario ma non sufficiente”.
Vuole farmi altri nomi?
“Tommaso Pincio. I Wu Ming: la Resistenza, nel loro 54, non è un reportage, così come non è un reportage Il partigiano Johnny di Fenoglio. E aggiungo Leonardo Colombati con Perceber: lì sì che Roma diventa mito, perché è frutto di un lavoro di distorsione dell'immaginario”.
Anche lei, come Corrias, scrive di Vermicino – nel suo recente, corposo Dies Irae. Perché il suo è un romanzo-romanzo e non un romanzo-reportage?
“E perché Underworld di Don DeLillo non è la cronaca di una partita di baseball?”

• La Porta: "Viva la scrittura documento, ha etica e disciplina"
Filippo La Porta, Genna dice che lei “si schiera per la schiavitù della letteratura alla cosiddetta realtà e contro l'immaginario”. Sottoscrive?
“No. Fra l'altro, vuole coinvolgermi in discussioni filosofiche, cita Aristotele... È curioso come in Italia ciascuno esibisca discussioni ontologiche da liceali sul concetto di realtà”.
Di questo però stiamo parlando: del rapporto fra scrittura e realtà.
“Allora direi: caro Genna, diamoci una mission impossible, proviamo a definire la realtà in rapporto concreto con la letteratura. La realtà in letteratura è un'invenzione in cui altri si possano riconoscere”.
Guerra e pace?
“Per produrre un'invenzione del genere, occorre molta energia e motivazione, e occorre anche un contesto favorevole”.
Antonio Scurati, vincitore dell'ultimo Campiello con Il sopravvissuto, cita sempre una definizione che dell'esperienza diede Italo Calvino: “la ferita più la memoria che ti ha lasciato”.
“E dice anche che lui come scrittore, rispetto a Calvino, non ha più di fronte a sé un mondo condiviso, esperienze condivise. In questo mondo frantumato ciascuno sperimenta una piccola porzione, ed è a rischio di autismo. Tanta scrittura gira a vuoto, è gratuita e parassitaria”.
Dunque in questa modernità liquida, per citare il solito Bauman, l'invenzione letteraria è difficile e rara.
“Io non sono un nemico dell'invenzione. La mia era una considerazione contingente, basata sull'esperienza di lettore, non una prescrizione né un manifesto letterario. Se qui e ora si scrivessero grandi romanzi pieni di energia, sarei il primo ad esserne felice. Però non ne vedo”.
Nessuna eccezione?
“In questa stagione, Sandro Veronesi e Claudio Piersanti”.
Dunque il reportage è un ripiego?
“Al contrario, è il genere più sperimentale. Uno dei grandi libri del secondo Novecento, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, è un reportage; e, per me, sperimentale quanto il Pasticciaccio di Gadda”.
E oggi ci sono Gabriele Romagnoli e Pino Corrias: due scrittori, o due giornalisti prestati alla scrittura?
“Due scrittori reporter, che per qualità dello stile e cioè dello sguardo riescono a vedere la logica più profonda e più nascosta, la logica ipogea direi, della realtà. Per farlo serve l'immaginazione, non l'invenzione. L'immaginazione ha a che fare con il vedere più cose, con il fare esistere più cose”.
Riassumo: in questo mondo frantumato, lo scrittore scrive meglio se aderisce a luoghi, fatti.
“Cioè se è disciplinato da regole. Lo scrittore reporter è diverso dal giornalista perché quei luoghi e quei fatti li rende mitici”.
Non inventa ma reinventa?
“Essendo responsabilizzato di fronte sia a quello che vede sia al pubblico, acquisisce un'etica – non astratta ma conoscitiva, testimoniale, descrittiva”.
Quali luoghi mitici e quali scrittori, prego.
“La Roma di Emanuele Trevi, la Milano di Luca Doninelli, il Veneto di Gianfranco Bettin, l'Argentina e la Russia nei reportage di Antonio Moresco... Perfino Baricco da il meglio di se nel reportage: lì è disciplinato, nei romanzi inventa miti scadenti”.


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 18 Maggio 2006

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