[da pagina 228: Una lettera del Mente alla sua ex moglie Maura]
“Maura, amore mio, mio amore,
è trascorso un anno da che te ne sei andata.
Un anno luce.
Un anno per me di strazio. Sono straziato, Maura.
So da tua sorella che il bambino è nato e sta bene. Ti scrivo ora perché prima non ce la facevo. Ti avrei vomitato addosso tutta la melma della rabbia, dello schifo e dell’indignazione che la tua decisione mi ha imposto come un pedaggio che sentivo immeritato. Non era immeritato, evidentemente.
Ti avrà detto Maya che mi hanno nominato amministratore delegato. Sono un uomo di successo! Va tutto bene. Nel consiglio di amministrazione ci sono i compratori inglesi, la controparte che cura gli interessi del Vaticano e, su mia proposta, i cinesi. Ho proposto l’entrata in azienda dei cinesi e hanno accettato. E’ il primo caso al mondo che inglesi, vaticani e cinesi siedono allo stesso tavolo in un consiglio di amministrazione. Un record. Sono l’uomo da sei milioni di dollari. E’ tutto complicato dal punto di vista diplomatico, ma gestisco bene l’esistente. Alloco liberamente le risorse e questo è importante.
Sono stato in Cina per le trattative e non immagini cosa stia succedendo lì. Ho pensato di trasferirmi a Pechino per un anno, o qualcosa del genere, ma l’anno luce che ho vissuto è nulla a confronto della velocità che ha preso quell’immenso popolo, quella specie di crogiuolo impazzito. Il Drago vola. Parlano inglese. Scopano sadomaso. Indossano calze. Vendono tremila auto al giorno. Sono comunisti per modo di dire. Mi hanno spiegato che la cremazione è un problema, bruciano milioni di cadaveri e si è formata su tutta l’Asia una nube di ceneri umane, inquinante. E’ un rischio ecologico serio, ma è paradossale. Mi hanno portato a uno stadio stracolmo, non capivo, pensavo fosse un concerto rock, lì fanno una musica assurda tutta bassi e timpani, campanellini tradizionali e sintetizzatori. Invece era un reading poetico: uno stadio pieno ad ascoltare una poetessa ventenne per due ore.
Sono straziato, Maura. Mi manchi. Mi sembra di non vederti da tredici anni, ma alla velocità della luce non sembrano neanche tredici anni. Mi manca la pelle e lo sguardo e la confidenza. Spartivamo connivenze. Abbiamo vissuto eroicamente, mi pare. La nostra storia era unica per noi due. Cosa fai lì?
Sta mutando tutto e io non so che fare. Ho avuto a disposizione un anno per metabolizzare questo cambiamento che a me sembra un contagio. Vivo una patologia, Maura. Non esito a dire che tu sei l’unica terapia possibile. So che non sembra lusinghiero dire una cosa simile a una donna, ma l’intenzione invece è di lusingarti. Non so separarmi dalla connivenza profonda con te se non per mezzo di lusinghe, che sono richiami improbabili a migliaia di chilometri l’uno dall’altra.
Mio padre è morto. Ero talmente traumatizzato dalla separazione e dall’incarico in azienda che ho perso ogni chance di riconciliarmi con lui. Era un uccellino, alla fine, la voce arrochita, aveva sempre sonno. Voleva dirmi qualcosa, ma toccava a me dirglielo, e io non ho detto niente. Dentro sono gelido, me ne sono accorto, non so come rimediare a questa dissociante verità. Via via che i giorni trascorrono, sento che sono abitato da un ultracorpo, che acquisisce vita ed energia dalla tua assenza. Non è questione di responsabilità o demeriti, è pura fisiologia. E’ così. E’ il rovescio della medaglia di un’intimità che ho spartito con te e che non ritrovo altrove. Sono ferito e non è una ferita eroica. Non c’è riposo per il guerriero, figuriamoci per chi non guerreggia. Io non sto guerreggiando, sto sopravvivendo, e quella stimmata di gelo è il segno che sono slittato dalla vita alla sopravvivenza. La sopravvivenza è un regno di ghiacci perenni e perfidia che la realtà esercita impietosamente. Non c’è pietà. Non c’è pelle. A volte, in auto, mi percepisco come un robot, vedo gli altri umani come macchine, apparati cartilaginei dediti alla propria alienazione, il piccolo capolavoro a cui ho lavorato con una determinazione alacre ed esclusiva.
Lo strazio non mi fa dormire e mi danno farmaci. Sono in cura dal dottor Fresia, che avevo giudicato male, affrettatamente. Dopo che te ne sei andata, ho cercato in ogni modo la dissoluzione: ho tentato la dimenticanza, la rimozione. La rimozione è un modo della sopravvivenza: è gelida. Ho scopato ovunque, nelle maniere più impensabili e abiette, per cancellarmi. C’era questo ghiaccio primario, come una stalattite interiore, che non si discioglieva in pianto. E’ un anno che avverto la pressione irresistibile di un pianto liberatorio, ma non emerge una lacrima. Serve soltanto a farmi soffrire. La mascherata dell’esistenza quotidiana stende una lastra stagnosa sulla mia lingua e contamina tutto con un sapore metallico che mi risulta intollerabile.
Penso a te. Pensare a te non è nostalgia o forse sì. Nostalgia viene dal greco e significa ‘dolore del ritorno’ e io penso soltanto a questo: che torni. E’ quindi un dolore del futuro. Non è il passato su cui sono ripiegato, non è il passato a paralizzarmi: è il futuro.
Ho tanto pensato a te. Alla tua ferita che non ho curato e che tu non desideravi che fosse curata. Quando tentammo le inseminazioni, c’ero ed ero altrove. Lo capisco ora, ma non so come riparare al passato, perché la velocità della luce impulsa a un futuro che si percepisce imminente, una contaminazione del futuro con il presente. Vivo in attesa pensando a te e, infine, non pensando.
Gli amici si accoppiano e si lasciano. Tua sorella ti avrà detto che con Fresia fa sul serio, va a sposarsi anche lei, vuole assolutamente un figlio. Credo c’entri il fatto che tu hai un figlio e lei no, ma si tratta di sintomi periferici. Il tuo cuore è bianco, la mia mente è liscia. Vedo tutto nitidamente, come ti ho veduta sul letto quella notte e ho pensato che fossi morta. E’ come assistere a uno spettacolo da dietro un vetro, è come nutrirsi di vetro. Impedisce di sentire. Isola la pelle e sterilizza gli istinti.
Non scopo più. Sono fisicamente inerte, messo sotto vetro. Sono disperato senza esserlo teatralmente, il che già, se non un rimedio, potrebbe essere una consolazione.
Quando hai avuto l’aborto spontaneo eri giallognola come se fossi stata scolpita nella cera.
Torna.
Ti dico: torna.
Ogni deviazione dalle cose prevedute mi feriva e non sapevo come urlare di dolore. Mi feriva al modo in cui i bambini si sbucciano un ginocchio cadendo e urlano di dolore, sono apparentemente inconsolabili. Questa pelle sintetica e tutta interiore che cresce al mio interno: è fatta di rancore e delusione, una delusione talmente definitiva da essere apparentemente inconsolabile, e che schifa. Apparentemente.
I tuoi stanno bene e io, come Tobia, sono incapace di suicidarmi, ma chiedo di morire o di dormire per sempre. Appena posso, dormo. Sono stanchissimo, sempre. Dissimulo in continuazione, sono una pila caricata a zinco e dissimulazione, ma soltanto io conosco l’importo dei costi di una simile idiozia.
Sono incapace di ragionare sulle alternative. Il desiderio mi si è ibernato come un cadavere nel ghiaccio del pack. Sono un mammuth divorato dal carcinoma che è rimasto mummificato nei ghiacci, intatto. Aspetto di essere riportato alla luce per millenni. Spero replichino il mio dna, mi riportino in vita con la medesima forma e un’intimità rinnovata.
Il mondo rinnovato mi fa schifo perché mi terrorizza, ma innanzitutto mi fa schifo. Il terrore non mi paralizza, mi spinge a un altro tipo di umanità che non comprendo e a cui mi sembra impossibile arrivare, come se dovessi trasmigrare a un tipo rinnovato di specie. Forse gli ominidi che trasmigrarono dall’Africa all’Asia, per i ghiacci della lingua di Bering, compirono un’impresa simile a quella che dovrei realizzare io. Ma c’è un elemento alieno e freddissimo che mi fa da respingente.
Parlo meno di prima e più di prima. Sono nel silenzio, a casa, cerco il silenzio. Pubblicamente devo farmi percorrere da questa scarica di logorrea che il business impone. Il business è logorrea. E’ diarroico: una diarrea lessicale.
L’intelligenza divarica dall’emozione, che si congela. L’intelligenza non è calore. E’ come il Meta, ti ricordi che ce lo ricordavamo?, quelle pasticche infiammabili che sembravano Cialis e pubblicizzavano alla fine degli anni Settanta.
Vorrei scappare come un falso terrorista perseguitato da una giustizia ingiusta.
Vorrei la consolazione del vittimismo. Vorrei distribuire responsabilità e persecuzioni. Cercavo il trono e ho trovato il buco nero. La luce si piega, qui, a logiche di gravità altre e imprevedibili. Sono all’avanscoperta di una lotta cosmogonica che si svolge tutta nel nodo cardiaco, tutta interiore, una grande guerra interiore, per affrontare la quale non ho ancora ideato l’urlo di battaglia. Poiché l’urlo di battaglia non si può ideare: va urlato senza ideazioni. Le idee sono fredde. Ne ho a milioni ogni giorno, il che non sposta di un centimetro il nodo cardiaco che mi si è congelato.
Provo a dirmi che è colpa mia. E’ colpa mia se sei andata via. Ti penso. Non serve a niente identificare le mie colpe, che si sono concretate in stalattiti. Ti chiedo: torna.
Quale microfono devo afferrare per urlare a te quanto ho bisogno che torni? Nemmeno questa espressione, questa confessione aperta che si pretende indifesa serve. Lo sento, non scioglie ciò che vorrei si sciogliesse. Rifare l’amore con te sarebbe risentirmi a casa? O entrare in una casa nuova dove ambientarmi? Io chi sono?
Sono confuso e mortalmente dedito a me stesso, ma l’unico modo per esserlo è essere dediti a te. A te? O a un’immagine? Sono letteralmente ossessionato dalla tua figura bianca nel buio, dal tuo profumo, dalla comunicazione reciproca dei nostri liquidi staminali. In questo anno luce ho assistito alla progressiva trasformazione di te in un’immagine a cui devotamente sono stato dedito, congelando tutto il resto, quasi fosse un corollario ignorabile. Sei diventata una sostanza radiante. L’evenenienza mariana. La scalfitura archetipale. L’impotenza allibente.
Ti amo.
C’è un differenziale nell’amore, che è il volto nascosto di questa frigidità in cui vivo. L’amore discioglie il piccolo capolavoro dell’alienazione. Nell’amore progredisco verso la feritoia archetipale. L’amore è una pratica teologica in cui non devo più chiedermi chi sia io.
Parlavamo di noi due come se una chimica misteriosa ci attraesse. Questa chimica ha le sue leggi, i suoi legami connettivi, il suo quoziente di indeterminazione. Tuttavia è scientifica, la sua legge crea la medesima reazione a prescindere dallo spazio e dal tempo.
Per questo ti chiedo: torna. Quella chimica non si autocancella e non è cancellabile.
Parto per il nord assoluto. Canada, prima. Poi Alaska. Verso Bering. Poi oltre Archangelow, in Russia. Nelle nevi perenni. Posa di fibre ottiche che connetteranno gli aeroporti in prossimità del circolo polare. Abbiamo conquistato la commessa, ho conquistato la commessa. Due mesi nelle nevi. Io, in prima persona, l’amministratore delegato. Convertirò gli spazi liberi dei soggiorni in esercizi di contemplazione vuota. Penso che sarà salutare camminare nel bianco assoluto, nel gelo intollerabile.
Sono disumano.
La transizione è appena iniziata.
Tu, Maura, sei i ventricoli che elaborano il mio flusso sanguigno.
In questa separazione si consuma il passaggio. Stiamo portando la vita oltre ogni Bering. Siamo ominidi confusi e dissociati, che allucinano migrando. Perché non ci fermiamo? Andiamo avanti, impulsati da misteriosi propellenti. Spinti da metabolismi invisibili. Intuiamo. Induciamo. Alluciniamo, in realtà.
Laika non era il nome della cagnolina spedita nello spazio: era il nome dell’intera razza canina a cui apparteneva. Vivono nella tundra e si spingono sui ghiacci perenni russi fuori Archangelow. Allo stesso modo, noi.
Sento tutto di te a distanza di anni luce. Sono certo scientificamente di sentire cosa senti. Perché? Come è possibile? E’ vero?
Se ti parlo, è retorica. Sotto le parole pulsa un elemento alieno che congela o incendia. Il nostro nucleare privato. La pulsazione di fondo. L’esistenza non conta, il tempo non conta, lo spazio neanche. Cosa conta, allora?
Chiamami, ti supplico.
Appari, nuovamente.
Torna, Maura.”