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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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I Lampi di PF Majorino sul Foglio

di CRISTINA COSSU
[da il Foglio]

Si può cominciare da qui: “Sono lo sguardo, sono l’osservatore e sono l’osservato. [...] Sono il sequestro e sono il sequestrato: mi ricordo solo degli anni trascinati via, ammassati dentro la mia stanza e appresso al mio cuscino. Ho in bocca il sapore di qualsiasi corpo di donna e di qualsiasi spazio vitale, leggo sul soffitto storie mai finite attraverso frasi ininterrotte composte da parole capovolte. Non ricordo quanto ho vissuto e non ricordo dove”. In questo passaggio potrebbe stare tutto il cuore del primo romanzo del trentaduenne milanese Pierfrancesco Majorino.

Che gira tutto intorno a una confessione, una verità, che il detenuto Riccardo Filippucci cerca di raccontare, accostando impazziti brandelli di memoria, volti, storie di vite di passaggio, in un tempo indefinito, un tempo che non passa mai, sospeso, indistinguibile, una cronistoria segnata da dati e date fittizi, forse immaginari, forse reali. I personaggi, seppure fuggevolmente descritti di quando in quando nel loro aspetto fisico, a volte caratterizzati da bizzarri difetti ben riconoscibili (seni diseguali e dita dei piedi in sovrannumero), appaiono nel romanzo in qualità di semplici tonalità psicologiche, secondo una grammatica di concordanze voluta e casuale allo stesso tempo: così conosciamo la storia di Gabrina degli Abeti, “donna malefica” alla quale venne tagliata la lingua nel 1375 per aver somministrato camomilla al marito turbolento; quella di Goran, di madre serba rimasta incinta di un italiano “sgraziato e vecchio”; quella di Nino Respighi, compagno di carcere, “così ampio da non riuscire a contenersi”, mentre l’immagine del corpo senza vita di un giovane, Toni Pandrelli, continua a comparire tra le pagine.
Quella sull’innocenza del protagonista resta una delle tante, persistenti domande che si susseguono nella narrazione: ma “la verità non è sempre se stessa e a volte la si può tagliare. Esiste la verità delle cause e quella delle conseguenze”. A chiudere la narrazione le parole di Fabrizio De André, tratte da Canto del servo pastore: «Mio padre un falco mia madre un pagliaio/ stanno sulla collina/ i loro occhi senza sfondo seguono la mia luna/ notte notte notte sola/ sola come il mio fuoco/ piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco». Un romanzo sconcertante questo di Majorino, forte di una lentezza espressiva che anche quando indugia nei dettagli, non nuoce all’efficacia della narrazione.


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 28 Settembre 2005

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