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I Lampi di PF Majorino sul Foglio
di CRISTINA COSSU
[da il Foglio]
Si può cominciare da qui: “Sono lo
sguardo, sono l’osservatore e sono l’osservato.
[...] Sono il sequestro e sono il sequestrato:
mi ricordo solo degli anni trascinati
via, ammassati dentro la mia stanza e
appresso al mio cuscino. Ho in bocca il sapore
di qualsiasi corpo di donna e di qualsiasi
spazio vitale, leggo sul soffitto storie
mai finite attraverso frasi ininterrotte composte
da parole capovolte. Non ricordo
quanto ho vissuto e non ricordo dove”.
In questo passaggio potrebbe stare tutto
il cuore del primo romanzo del trentaduenne
milanese Pierfrancesco Majorino.
Che
gira tutto intorno a una confessione,
una verità, che il detenuto Riccardo Filippucci
cerca di raccontare, accostando impazziti
brandelli di memoria, volti, storie
di vite di passaggio, in un tempo indefinito,
un tempo che non passa mai, sospeso,
indistinguibile, una cronistoria segnata da
dati e date fittizi, forse immaginari, forse
reali. I personaggi, seppure fuggevolmente
descritti di quando in quando nel loro
aspetto fisico, a volte caratterizzati da bizzarri
difetti ben riconoscibili (seni diseguali
e dita dei piedi in sovrannumero), appaiono
nel romanzo in qualità di semplici
tonalità psicologiche, secondo una grammatica
di concordanze voluta e casuale allo
stesso tempo: così conosciamo la storia
di Gabrina degli Abeti, “donna malefica”
alla quale venne tagliata la lingua nel 1375
per aver somministrato camomilla al marito
turbolento; quella di Goran, di madre
serba rimasta incinta di un italiano “sgraziato
e vecchio”; quella di Nino Respighi,
compagno di carcere, “così ampio da non
riuscire a contenersi”, mentre l’immagine
del corpo senza vita di un giovane, Toni
Pandrelli, continua a comparire tra le pagine.
Quella sull’innocenza del protagonista
resta una delle tante, persistenti domande
che si susseguono nella narrazione: ma “la
verità non è sempre se stessa e a volte la si
può tagliare. Esiste la verità delle cause e
quella delle conseguenze”. A chiudere la
narrazione le parole di Fabrizio De André,
tratte da Canto del servo pastore: «Mio padre
un falco mia madre un pagliaio/ stanno
sulla collina/ i loro occhi senza sfondo seguono
la mia luna/ notte notte notte sola/
sola come il mio fuoco/ piega la testa sul
mio cuore e spegnilo poco a poco». Un romanzo
sconcertante questo di Majorino,
forte di una lentezza espressiva che anche
quando indugia nei dettagli, non nuoce all’efficacia
della narrazione.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 28 Settembre 2005
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