di MARIO ANDREA RIGONI
[dal Corriere della Sera]
I temi del più ardito pensiero antiumanistico dell’Otto e del Novecento non solo sono diventati oggi moneta corrente della discussione accademica, ma si sono degradati ad articolo da supermercato o da turismo culturale, del quale fanno incetta giornali, canzonette, film e romanzi, anche di infimo ordine. Uno di questi - la fine prossima dell’uomo, correlato inevitabile della morte di Dio - aveva trovato un commento epistemologico ancora suggestivo in alcune belle pagine di Michel Foucault e di altri pensatori francesi, ma soprattutto aveva ispirato o aveva accompagnato la grande narrativa fantascientifica del Novecento
sotto l’effetto di un progresso tecnologico capace di sovvertire le basi stesse dell’esperienza umana. Attualmente la prospettiva più vertiginosa è quella dischiusa dall’avvenire della biologia, in particolare dalla clonazione. Già sperimentata sugli animali, essa attende - fra grandi e giustificati allarmi - di essere eseguita sull’uomo. Nel suo ultimo romanzo, La possibilità di un’isola (traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani, pagine 402, 18), lo scrittore francese Michel Houellebecq immagina che la cosa sia avvenuta già da molto, che l’umanità sia stata sostituita dai suoi cloni e che questi nuovi esseri, che hanno progressivamente perduto le caratteristiche umane (il riso, il pianto, il desiderio, la nostalgia) e comunicano fra loro in modo virtuale, possano solo indagare, da una sorta di condizione neutra ed eterna, la vita dei loro remoti predecessori.
Anzi, l’autore suppone che la clonazione abbia caratterizzato le prime fasi della nuova umanità, mentre successivamente la scienza sarebbe arrivata alla creazione diretta dell’individuo adulto, senza il processo dell’embriogenesi: un’idea che aggiorna il tema ottocentesco della creazione dell’uomo artificiale, come Frankenstein.
Incentrato su tre personaggi, uno nostro contemporaneo, chiamato Daniel 1 e due suoi discendenti-cloni lontanissimi nel tempo, chiamati Daniel 24 e Daniel 25, il romanzo di Houellebecq è costruito a capitoli alterni nei quali al racconto della vita di Daniel 1 corrisponde il commento di Daniel 24 nella prima parte e quello di Daniel 25 nella seconda.
Il progetto di questo romanzo era, in astratto, bello quanto ambizioso: ma la sua realizzazione è stata catastrofica, al punto che spesso non riesce a sollevarsi nemmeno ai requisiti minimi della dignità letteraria. Non si tratta solo del fatto che l’autore non ha sufficiente talento per l’invenzione fantascientifica, cosicché la parte dei cloni è debole, confusa e sproporzionatamente più esigua di quella riservata al loro antenato: la questione è che il lungo racconto della vita di Daniel 1, uno showman di successo che vorrebbe essere cinico e rappresentare impietosamente l’insensatezza dell’umanità odierna, come anche il racconto finale del viaggio del suo ultimo clone attraverso una Spagna desolata dove sopravvivono grotteschi residui di umanità «primitiva», oscillano fra il banale, lo strampalato e il ridicolo. Le frequenti descrizioni di erotismo hard sono forse giustificate dall’idea che Daniel 1 pratica il sesso con la disperazione di chi assiste al proprio decadimento fisico ed è ossessionato dal fantasma della morte, ma resta il fatto che esse non si distinguono da una pornografia rozza e grossolana: l’obiezione non è, ovviamente, di carattere morale, ma formale e stilistico.
A che cosa si deve, dunque, che questo fumetto velleitario e sgangherato abbia suscitato tanto clamore e venga tradotto in trentasei lingue? Alla complicità di critici interessati o babbei? Al genio francese, capace di vendere anche ciò che non ha, in questo caso la letteratura? Alla provocazione di qualche farsesca battuta antimusulmana o antifemminile, attinta allo spirito della comicità demenziale? Alla ricorrente e abusiva evocazione di grandi pensatori e scrittori, da Schopenhauer a Baudelaire, da Kleist a Heidegger, alla cui ombra l’autore vorrebbe trovare conforto e riparo per i propri pensieri? Probabilmente, anche se in misura diversa, a tutte queste cose insieme.
Ma non si salva proprio nulla? Se il romanzo ha un briciolo di plausibilità, esso riguarda qualche tratto di riflessione filosofico-morale piuttosto che la capacità inventiva e narrativa dell’autore. Attraverso il personaggio principale Houellebecq comunica qua e là un senso derelitto e furioso dell’esistenza, che si sente sincero, anche se per la verità è più dichiarato che rappresentato, come risulta da questa poesia che Daniel 1 dedica alla sua seconda compagna, morta suicida (suicida, come sappiamo da Daniel 25, morirà egli stesso): «Non c’è amore/ (non veramente, non abbastanza),/ viviamo senza aiuto,/moriamo abbandonati.// L’invocazione di pietà /risuona nel vuoto,/ i nostri corpi sono storpi,/ ma le nostre carni sono avide./ Scomparse le promesse/ di un corpo adolescente,/entriamo nella vecchiaia/ dove ci attendono soltanto/ la memoria vana/ dei nostri giorni scomparsi,/ soprassalti di odio/ e la nuda disperazione».