L'uno (Wu Ming 2) ne ha scritto una splendida prefazione; l'altro (Tommaso Pincio), una splendida recensione. Però c'è di più. L'uno (Wu Ming 2) è autore di un romanzo, Guerra agli umani (Einaudi Stile Libero), che rimette in circolo il Thoreau di Walden secondo attualissime derive, evidenziando la profonda sostanza mitica che alimenta da sempre la meditazione sul rapporto tra natura e uomo;
l'altro (Pincio) ha scritto un romanzo, La ragazza che non era lei (sempre Einaudi Stile Libero), dove la medesima meditazione su natura e uomo assume caratteri centrali per l'oggi (e non semplicemente per i Sessanta, come è stato scritto).
Mi sembra dunque il caso di evidenziare il cortocircuito che si crea (come da sempre si è creato e sempre si creerà) tra un autore del passato e due scrittori contemporanei, che sono tra i migliori mitopeti di questi anni. La recensione di Tommaso Pincio è apparsa il 3 settembre sul Manifesto; la prefazione di Wu Ming 2 all'edizione Donzelli è stata scaricata dal sito ufficiale di Wu Ming, dalla sezione Outtakes.
THOREAU, WALDEN, UNABOMBER
di TOMMASO PINCIO
Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio». Chissà se gli agenti dello Fbi furono attraversati pensieri dello stesso tenore quando nell'aprile del 1996 fecero irruzione in una capanna nel Montana e arrestarono Ted Kaczynski con l'accusa di essere l'infame «Unabomber», il terrorista che nel corso di quasi un ventennio spedì plichi esplosivi uccidendo tre persone e ferendone ventinove. La spartana dimora in cui egli si era ritirato per combattere una solitaria battaglia contro la società dell'industria tecnologica avrebbe potuto autorizzare simili paragoni e fu addirittura trasportata a Sacramento, sede del processo, affinché la giuria potesse prenderne visione quale prova inconfutabile che l'uomo era profondamente disturbato. La mitologia sorta intorno a quella capanna fu in buona parte costruita dai mezzi di informazione ma non è uno specchio fedele della realtà. Il luogo in cui era situata non era poi così isolato, tuttavia i giornalisti non esitarono a parlare di «wilderness», un termine che nell'immaginario americano evoca quanto di più distante ci possa essere dall'idea di civiltà. Sorvolando bellamente sul fatto che vivere a quattro miglia da una città è tutt'altro che insolito in uno stato come il Montana, la stampa fece della capanna il simbolo dello stile di vita di un individuo che parlava poco o niente, non portava orologio, non faceva sesso e girava in bicicletta in pieno inverno. «Eccentriche» abitudini che avrebbero dovuto attestare in termini inequivocabili uno stato di irrimediabile alienazione.
Dimostrare che Ted Kaczynski fosse pazzo era però impresa tutt'altro che agevole. Il rapporto psichiatrico con cui al dibattimento si pretese di dimostrare una volta per tutte che egli era malato di mente ruotava in sostanza attorno a due argomenti o, per essere più precisi, due convinzioni dell'imputato. Kazcynski credeva che la sua esistenza fosse controllata dalla tecnologia e che i genitori avessero commesso gravi errori. Ma quante persone pensano cose simili? «C'è un po' di Unambomber in ognuno di noi» si lesse all'epoca sulle pagine del Time, un'affermazione che non parve affatto stonata, soprattutto se si prendeva in considerazione l'esperienza di coloro che a partire dalla fine degli anni Sessanta scelsero di abbandonare i centri abitati per fare ritorno alla natura.
Certo, spedire plichi esplosivi non è da tutti ma a parte ciò, ridotta all'osso, la storia di quest'uomo non era poi così atipica: dopo esseri laureato in matematica a Harvard, nel 1969 Kaczynski lasciò un buon posto di insegnante presso l'università di Berkeley e se ne andò a vivere lontano da tutto come un eremita. Una storia a tal punto simile a quella di tanti hippy e ambientalisti che la destra americana se ne servì per dimostrare come le malsane idee degli ambientalisti e di chiunque osa criticare il progresso tecnologico siano destinate sfociare in violenza e anarchia. Ci fu anche chi si spinse ben oltre, vedendo in Unabomber una sorta di gemello cattivo di Al Gore, vicepresidente durante l'amministrazione Clinton e autore di Earth in Balance, una riflessione dai toni certamente non estremisti su inquinamento e sfruttamento sconsiderato del pianeta.
A rappresentare un problema erano le tesi esposte da Kaczynski nella Società industriale e il suo futuro, il cosiddetto «manifesto» pubblicato da New York Times e Washigton Post nel settembre del 1995 dietro suggerimento dello Fbi nella speranza che qualche lettore potesse riconoscere lo stile della scrittura e fornire elementi utili alla cattura del terrorista. Il nocciolo del prolisso pamphlet era che il progresso tecnologico porta con sé tali e tanti effetti negativi per cui si rende necessario arrestarlo affinché l'umanità possa far ritorno ad abitudini di vita più semplici e in armonia con la natura. Idee che somigliavano tremendamente a quelle degli attivisti di Earth First! e per giunta argomentate in modo razionale.
Alla fine degli anni Novanta lo psicoterapista Gary Greenberg intraprese un carteggio con Kaczynski al fine di chiedergli il permesso di scrivere una sua biografia. Il resoconto dello scambio epistolare è poi diventato oggetto di una sorta racconto pubblicato in The best of McSweeney's (minimum fax, pp. 337, 14). Nella prima lettera spedita a Unambomber presso il carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso, Greenberg scrive: «Come molti nostri coetanei, ho trascorso qualche anno in una capanna in mezzo ai boschi senza acqua corrente né elettricità, cercando di vivere solo dei prodotti della terra... Non dimenticherò mai come la gente che non riusciva a capire quello che stavo facendo mi considerasse con sospetto se non addirittura con ripugnanza... Non vorrei apparire presuntuoso, ma credo che la sua storia sia in parte anche la mia e nella sua decisione di adottare questo stile di vita riconosco una forma d'integrità per la quale nutro un profondo rispetto». L'intento dello psicoterapeuta era evidentemente quello di blandire. Egli diceva tuttavia qualcosa di molto vero affermando che la «visione del mondo che sottende e rende possibile l'invenzione di macchinari e apparecchiature... non tollera proteste radicali. Essa coopta l'opposizione o la estirpa, uccidendola senza mezzi termini oppure semplicemente screditandola». Bollare Kaczynski come un folle «prodotto degli anni Sessanta» non era infatti solo un modo per puntare l'indice contro hippy e ambientalisti, sottintendeva pure che mettere in discussione i fondamenti della società tecnologica è una eresia intollerabilmente pericolosa.
Del resto, non stiamo di certo parlando del primo caso di strumentalizzazione. Si pensi per esempio al tragico massacro avvenuto nel 1969 nei sobborghi di Los Angeles in cui perse la vita la giovane attrice Sharon Tate. L'acceso dibattito che seguì l'arresto di Charles Manson e di alcuni appartenenti della sua comune asserragliata in una zona sperduta e desertica della Death Valley fu in buona parte teso a dimostrare a quali forme di abiezione e violenza potessero condurre le idee del Movimento. Lo stesso presidente di allora dichiarò pubblicamente colpevole Manson prima ancora che il processo fosse iniziato. Infischiandosene della presunzione d'innocenza, principio imprescindibile di uno Stato di diritto, Nixon condannò di fatto un'intera generazione di contestatori del sistema e pose le basi per un sano ritorno all'ordine costituito, a suo avviso di gran lunga preferibile e più sano di qualunque ritorno alla natura.
Le ragioni per cui dovremmo accettare l'assunto che una civiltà tecnologicamente avanzata rappresenterebbe quanto di meglio si possa desiderare sono note. Le macchine offrono sicurezza, comodità e soprattutto incrementano la produzione di «cose» da consumare ovvero fanno bene all'economia di mercato, un bene che dovrebbe far passare in secondo piano tanti mali minori quali l'impatto ambientale o la considerazione che l'esistenza non è fatta solo di «cose» ma anche di amore, amicizia e - perché no? - dell'eventuale aspirazione a stili di vita meno utilitaristici e artificiali.
Tali ragioni sono note da così tanto tempo che già all'epoca in cui la società industriale era ancora agli inizi uomini come Henry D. Thoreau lamentarono che in un mondo di macchine molta gente è costretta a vivere una vita di quieta disperazione.
È una vecchia storia: gli argomenti di critica ai fondamenti del sistema vengono immancabilmente bollati come assurdi malgrado siano spesso più che ragionevoli. Non bisogna essere dei geni per capire che la vera assurdità è il raggiungimento del profitto a qualunque costo, eppure il principio che regola l'economia e condiziona drammaticamente la democrazia rimane comunque lo stesso: espansione, espansione e poi ancora espansione. Com'è possibile tutto ciò? Come si spiega una simile macroscopica contraddizione?
Una risposta plausibile potrebbe essere cercata nell'avidità e in una lunga serie di altre e poco edificanti inclinazioni quali egoismo, ignavia e pigrizia. Mettendola in termini espliciti, quella parte di umanità che dispone del potere di cambiare le cose non vuole o non sa rinunciare a vivere nel più completo benessere. È però una spiegazione sufficiente? Senza dubbio dice molto, ma non proprio tutto. C'è infatti anche dell'altro. C'è per esempio la paradossale dinamica in base alla quale funziona l'economia di mercato, il motore che ha determinato il primato della tecnologia. Il sistema occidentale, quello americano in particolare, fa leva sull'individuo, lo esalta, lo colloca al centro di un universo il cui unico senso sembra essere il raggiungimento della felicità personale, e con ciò lo incita a fare di tutto pur di soddisfare i propri desideri. In realtà, nonostante gli sforzi, non tutti gli individui ottengono quel che gli viene promesso. Ma per il sistema una simile inadempienza rappresenta un peccato veniale in quanto il suo vero scopo non è il benessere dei singoli bensì quello del mercato nel suo complesso.
Fu proprio Henry Thoreau il primo a rendere evidente il contrasto tra la piena realizzazione di ogni individuo e una società tecnologicamente organizzata. Thoreau, il precursore di tutti gli americani che prima e dopo l'era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo un'economia della frugalità al consumismo forsennato. Mezzo secolo prima di Jack London egli avvertì il richiamo della foresta e nella primavera del 1845 si recò sulle rive del lago di Walden, a Concord, nel Massachusetts. Usando un'ascia presa a prestito abbatté alcuni pini bianchi per ricavarne legname con cui costruirsi un'austera dimora nella quale avrebbe vissuto per due anni, due mesi e due giorni. Si insediò stabilmente nella nuova casa il 4 luglio. Non a caso scelse il giorno della Dichiarazione d'Indipendenza, perché proprio questo è ciò che egli voleva diventare: indipendente.
Walden, resoconto del periodo trascorso nei boschi (ora riproposto da Donzelli in una nuova traduzione curata da Salvatore Proietti pp. 246, 21), non è soltanto un libro «con descrizioni di scoiattoli e nevicate». Come giustamente rileva Wu Ming 2 nell'introduzione al volume, il lato seducente dei passaggi prettamente naturalistici «non basta a se stesso». Walden è anche un trattato di economia dell'autosufficienza, l'esperimento di un uomo che rifiuta le regole di un sistema concepito per renderci schiavi di noi stessi. «Si parla della divinità dell'uomo!» scrive Thoreau. «Guardate il carrettiere sulla strada, che va al mercato di giorno e di notte; ci può essere una qualche divinità in lui? Il suo più alto dovere è dare foraggio e acqua ai suoi cavalli! Per lui, cosa può contare il proprio destino, paragonato agli interessi di trasporto? Quanto sarà divino, quanto sarà immortale? Vedete come si abbassa e striscia, come passa tutta la giornata vagamente impaurito, senza essere immortale né divino, ma schiavo e prigioniero dell'opinione che ha di se stesso, una fama guadagnata con le proprie azioni. L'opinione pubblica è un tiranno debole, se paragonato con la nostra opinione privata».
Walden ha indicato la strada a intere generazioni di giovani ribelli diventando una pietra miliare dell'immaginario libertario americano. Quand'era ancora in vita Thoreau non godette però di un apprezzamento altrettanto unanime. Molti dei suoi contemporanei lo giudicavano una persona un po' matta che sconvolgeva i valori del vivere comune. Gli agricoltori di Condord lo guardavano con sospetto perché nella sua vita quotidiana metteva in pratica una verità cui essi si abbandonavano soltanto nei giorni di festa. Perfino uno scrittore come Robert Louis Stevenson, che pure doveva molto all'opera di Thoreau, riscontrò in lui la vigliaccheria di chi non vuole prendersi alcuna responsabilità. Non aveva tutti i torti. Malgrado il suo profondo rigore morale e filosofico, sebbene avesse dimostrato di sapere fare anche l'imprenditore contribuendo a risollevare le sorti della fabbrica di matite del padre, Thoreau era un individualista per il quale non esistevano doveri se non quelli riconosciuti da lui stesso. Ma è forse possibile un'autentica pienezza di vita senza una certa dose di quell'egotismo che traspare in controluce anche nelle esperienze di chi, dai beat agli hippy, raccolse la sua eredità?
Tornando alla mitologia artificiosamente costruita intorno alla capanna di Unambomber, qualcuno ha riscontrato alcune analogie tra la dimora di Kaczynski e quella di Thoreau. Nemmeno questa è una totale assurdità. Nessuna delle costruzioni era infatti davvero immersa nella wilderness; Thoreau si recava a piedi dal calzolaio per farsi riparare le scarpe. Inoltre, sia Thoreau che Kaczynski usavano il termine «esperimento» per definire le loro radicali scelte di vita. Entrambi erano poi considerati tipi eccentrici dai rispettivi contemporanei. Ovviamente è necessario ribadire che esiste una differenza tra chi uccide e chi, come Thoreau, si limita a rifiutarsi di pagare le tasse. Rimane tuttavia un dato essenziale: l'individuo che si isola dalla comunità per contestarne i valori rappresenta una minaccia e quindi deve essere fatto passare per pazzo.
Henry Miller vedeva in Thoreau «un genuino rappresentante dell'America» ma sosteneva pure che «chi, nel nostro paese osasse assumere l'atteggiamento di Thoreau di fronte a qualche problema cruciale del nostro tempo sarebbe senza dubbio condannato alla prigionia a vita». Questo perché egli «apparteneva a quella categoria di uomini che, se soltanto fossero più numerosi, provocherebbero la caduta naturale di ogni governo». Che dire allora di Manson e Kaczynski? Sono anche loro genuini rappresentanti dell'America? Indignarsi di fronte a una simile affermazione è troppo facile e offre il fianco a quei conservatori che non si fanno scrupolo di usare il percorso di alcuni criminali come strumento per screditare ogni forma di legittimo dissenso. La verità è che usando lo stesso metro logico si potrebbe smascherare l'imbroglio nascosto dietro il tanto decantato diritto della «ricerca della felicità» che sulla carta l'America garantisce a tutti ma nei fatti concede solo a chi è grado di stare nel mercato. Si potrebbe dire, cioè, che è il sistema fondato su un'esasperante individualismo a dar vita al dissenso e alle sue degenerazioni.
Così il cerchio si chiuderebbe, ma sarebbe il classico cerchio del serpente che si morde la coda. Per giunta è un cerchio che non gioverebbe a nessuno, perché non possiamo far finta di dimenticare che quel serpente siamo noi e che nostra è quella coda. Ciò non toglie però che Thoreau avesse ragione a dire quel che una volta disse a Emerson. «Cosa ci fai lì dentro?» domandò Emerson che era andato a trovare l'amico in carcere. «E tu cosa ci fai là fuori?» rispose Thoreau che era stato arrestato per non aver voluto pagare una tassa destinata a finanziare una delle tante giuste guerre del governo americano.
THOREAU: WALDEN
di WU MING 2
Facciamo un esperimento.

Dimenticate per un attimo l’età anagrafica di questo libro e immaginate che sia uscito ieri.
Terminata la lettura, che cosa vi resta? Intendo dire: cosa c’è dentro Walden a prescindere dal suo essere un classico, pieno di citazioni, rimandi, enigmi filologici, per non parlare di quanto può aver influito nella costruzione di un’identità yankee?
Due elementi spiccano tra gli altri: uno più seduttivo, l’altro più strategico.
Sono pronto a scommettere che tutti i commenti su Walden, anche i tanti che non ho letto, contengono prima o poi l’aggettivo attuale, quasi si trattasse di un appellativo omerico, appiccicato alla copertina come un secondo sottotitolo.
In effetti, molti temi affrontati qui per la prima volta sono più urgenti oggi di centocinquant’anni fa. La ricerca di uno stile di vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza. Eppure, la grande attualità del libro, ciò che tuttora lo rende efficace, non emerge da questi contenuti.
Se è vero che Thoreau ha inaugurato determinate riflessioni, così vivaci da interrogarci ancora, è normale che le sue risposte non sembrino più tanto originali. Il dibattito odierno ci ha pasteggiato fin dagli inizi e la digestione è ormai a buon punto. Ciò non toglie che la lettura di Walden quasi ti costringe a impugnare la matita per sottolineare frasi, aforismi illuminanti, slogan ideali per una collezione di T-shirt. Merito di una scrittura limpida e tagliente, capace di cambiare registro a ogni capoverso: dalla precisione del naturalista alle metafore del veggente, dai numeri del contabile alle liriche del poeta, dalla spocchia intellettuale alla semplicità del boscaiolo. È come guardare le imprese sportive di un calciatore d’altri tempi e confrontarle con quelle dei nuovi campioni. Da una parte eleganza e leggerezza, dall’altra muscoli e risultati.
La voce di Thoreau, la sua capacità retorica, è proprio l’elemento seduttivo cui accennavo sopra. Impossibile non restarne affasci nati. Detto questo, sono convinto che su cento lettori almeno novanta arrivino in fondo al libro dopo aver saltato interi capoversi, con descrizioni di scoiattoli e nevicate. Dal punto di vista stilistico, quelli sono i passaggi più sorprendenti, veri e propri documentari con cent’anni d’anticipo. Fatto sta che l’elemento seduttivo non basta a sé stesso. Poi, ricordate l’esperimento: il libro è uscito ieri, i filmati di Richard Attenborough sono già roba vecchia.
Allora, è del tutto evidente che Walden ci intriga al di là delle considerazioni estetiche. Non è l’ennesimo classico da contemplare, c’è qualcos’altro.
La mia impressione è che in questo scritto Thoreau abbia delineato una metodologia ben precisa, un modo di pensare, una cassetta degli attrezzi per riparare guasti ancora aperti. Questo metodo Walden integra in maniera inedita tre diverse strategie, in apparenza molto distanti: l’essenzialità, lo humour e il selvatico.
Vediamo di cosa si tratta.
1) Essenzialità.
Mentre le ideologie godono sempre di ottima salute, i valori condivisi rischiano davvero l’estinzione. Individualismo e Civiltà – due facce della stessa medaglia – sono in agguato per occuparne la nicchia biologica. L’etica sperimentale del Walden ha le carte in regola per respingerli entrambi.
Quando Thoreau costruisce la capanna sulle rive del lago, non lo fa per una scelta di vita. Due anni dopo soggiorna di nuovo nel mondo civile. Si tratta piuttosto di un esperimento di filosofia pratica, la ricerca di un’unità di misura per valutare le proprie abitudini. Essenzialità non significa privazione. È solo il punto di partenza per una maggiore consapevolezza.
I comportamenti più radicati, le convenzioni sociali, vizi & virtù: tutto va messo in discussione e valutato di persona. «Non ci si può fidare, senza prove, di alcun modo di pensare o di fare, per quanto antico». Non stupisce che un intero capitolo illustri come l’autore ha determinato la profondità dello stagno, da tutti considerato senza fondo. Ogni uomo deve trasformarsi in San Tommaso e infilare il dito nelle piaghe della Tradizione. Occorre azzerare l’etica e ripercorrerla da capo, senza la pretesa di approdare a un sistema assoluto e valido per chiunque. Spinoza provò a dimostrare i principi dell’etica come fossero teoremi; Leibniz sognò un linguaggio matematico, dove qualunque disputa potesse risolversi calcolando; per Thoreau, l’unica certezza è la capacità dell’uomo di scegliere e cambiare. «Io non vorrei che nessuno adottasse il mio modo di vita […]; perché […] desidero che ci sia al mondo il maggior numero possibile di persone diverse; ma renderei ciascuno molto attento a scoprire e perseguire il suo modo». Detta così, pur col solito fascino, sembra la classica frase relativista che esalta la diversità per giustificare l’indifferenza Thoreau canta l’individuo, esalta l’autonomia e non potrebbe essere altrimenti: ciascuno deve fare il proprio cammino. Eppure il suo spirito nomade, quella che lui stesso chiama extra-vaganza, gli impedisce di isolare il singolo in un castello al centro del mondo, «come se ci fosse sicurezza solo nella stupidità». La vera sicurezza sta nell’umorismo, che mette in crisi l’individuo e il suo essere misura di tutte le cose. «L’universo è più vasto di ciò che vediamo».
2) Humour.
Da Freud a Pirandello, da Bergson a Bateson esistono molte teorie dell’umorismo, ma quasi tutte concordano nel farlo sorgere da una contraddizione, un’incongruenza di significato che genera stupore. A sua volta, questa meraviglia può esaurirsi in sé stessa, produrre una sonora risata o sfociare in un atteggiamento divertito che coinvolge tanto l’incongruenza iniziale che la meraviglia stessa. Ci si stupisce del proprio stupore, perché chi ride con umorismo ride soprattutto del suo modo di vedere il mondo. Come scrive Calvino nelle Lezioni americane, lo humour – a differenza della comicità – «mette in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete di relazioni che lo costituiscono» .
I Viaggi di Gulliver – in questo senso – è il romanzo umoristico per antonomasia, e Walden gli somiglia più di quanto non emerga a prima vista. Mettete lavoratori irlandesi e filosofi wasp al posto di Lillipuziani e Cavalli saggi e il gioco è fatto.
L’ incongruenza fondamentale nasce dal primo passo del metodo Walden. L’essenzialità genera letture inattese per situazioni usuali e questa divaricazione tra vecchio e nuovo è sempre contraddittoria.
In alcuni casi, l’uomo dei boschi si limita a fare propria la nuova prospettiva e a difenderla con l’ard o re tipico dei convertiti. In altri, deride le vecchie convinzioni, divertito dalla loro assurdità. Ma nei passaggi più profondi, proprio grazie all’umorismo, prende coscienza del suo essere profondamente meticcio: la purezza dell’eremita è lontana mille miglia, la città più vicina, una manciata di chilometri.
«Nessuno è così povero da doversi sedere su una zucca. Quella sarebbe indolenza». Come si vede, anche l’essenzialità ha le sue incongruenze. Anzi: cosa c’è di più contraddittorio del tentativo di smantellare le convenzioni a partire dall’individuo, sorgente primaria di qualsiasi abitudine? La contraddizione è nell’occhio di chi guarda.
Ecco per quale motivo nessuno può trasform a re il proprio percorso di verifica in punto di vista assoluto. La verifica non ha un traguardo, agisce su se stessa, come una funzione ricorsiva: «Lasciai i boschi per una ragione altrettanto valida di quella per cui vi ero andato. Forse mi sembrava di avere parecchie altre vite da vivere […]. Ero là da appena una settimana e già i miei piedi avevano segnato un sentiero dalla porta della mia casa alla riva dello stagno».
3) Selvatico
Thoreau punta sul singolo per due ragioni. La prima è di carattere metodologico: ciascuno deve partire da se stesso. La consapevolezza nasce da un’indagine personale; se fosse un processo collettivo, puzzerebbe troppo di consuetudine. A bilanciare questa pre messa, interviene lo humour.
La seconda ragione, è di natura pratica: «L’uomo che viaggia da solo può partire oggi; ma chi va con un altro deve aspettare finché l’altro è pronto». Ciò non toglie che anche tra gli individui, non tutti siano pronti allo stesso modo.
Thoreau dichiara più volte di voler lasciare tranquille le persone soddisfatte, contente di lavorare e vivere in società. Chi ha bisogno di una nuova vita appare più pronto di chi potrebbe solo desiderarla. Questo riferimento alla dimensione materiale del bisogno, amplifica l’esperienza del singolo e la rende collettiva. I più pronti a «perdere il mondo per ritrovare se stessi», sono coloro che, in quel mondo, hanno ben poco da guadagnare. La loro ricerca – benché individuale – nasce tanto da pulsioni intime che da esigenze condivise.
I più pronti, allora, dovrebbero far coincidere le proprie necessità spirituali e materiali. La loro ricerca – benché individuale – approderebbe così a risultati più ariosi.
Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità ed imparare così a riprodurla. Nella Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è il selvatico: «Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai».
Dosi abbondanti di selvatico rieducano l’individuo a sentire la vita, che è un brulicare del cuore e dello stomaco. E se il cuore batte in ciascuno a un ritmo diverso, lo stomaco è più o meno lo stesso per tutti. Il tonico della Natura diventa così un alleato ulteriore per sconfiggere i rischi dell’individualismo.
Basta così. Forzature ne ho fatte a sufficienza. Immagino che questo parlare di un metodo Walden sia poco più che un delirio personale. Ciononostante, considero lo stesso i tre elementi che ho evidenziato – essenzialità, umorismo e selvatico – quanto di più originale e innovativo ha da offrirci questo libro, anche nel caso li considerassimo separati.
L’essenzialità, come indagine sul proprio stile di vita, di consumo e di pensiero, è all’ordine del giorno per tutte quelle persone che hanno bisogno di un altro mondo, che lo ritengono possibile, che considerano necessario iniziare a costruirlo subito, adesso, a partire dalle scelte di ciascuno. Sicuri che queste scelte, se nascono dal cuore e dallo stomaco, sono destinate a confluire.
Lo humour, preso in sé, è l’unica valida alternativa agli stili retorici dominanti: l’apocalisse e l’ironia, che avvolge e raffredda qualsiasi discorso, arte di non mostrarsi mai coinvolti, sempre distaccati, per poter restare in bilico e decidere all’ultimo se farsi prendere sul serio. L’umorismo non lascia scampo a questo atteggiamento: chi osserva finisce osservato; chi vorrebbe sfiorare la superficie rimane sommerso; chi amerebbe giocare con la contraddizione se la ritrova negli occhi. Senza mai perdere la leggerezza.
Infine, quella del selvatico è una prospettiva ancora piuttosto inusuale nel nostro rapportarci con la Natura. Da una parte la «difesa dell’ambiente», perfettamente giusta e auspicabile in quanto tale, ci ha condannati a una perenne nostalgia di purezza; dall’altra, «amore per la Natura» è diventato uno slogan, un atteggiamento condiviso ma svuotato di senso. Grazie a questo libro possiamo tornare a percepire la Natura come una vibrazione selvaggia, che si propaga allo stesso modo da vette incontaminate o prati suburbani, per risuonare dentro ciascuno di noi, a metà strada tra lo stomaco e il cuore.