di ALESSANDRO CANZIAN
[Alessandro Canzian (nella foto a sinistra), insieme a Piero Sorrentino uno dei più stimati collaboratori occasionali dei Miserabili, è critico letterario che scrive sul Mucchio Selvaggio e mi invia una bella intervista a Babette Factory, il collettivo formato da Lagioia, Longo, Pacifico e Raimo, autore di 2005 d.C. (Einaudi Stile Libero). Il precedente pezzo che Canzian mi aveva autorizzato a pubblicare riguardava La macinatrice di Massimiliano Parente, che non è solo autore, ma anche critico avantpop del Domenicale di Dell'Utri, organo sul quale egli ha attaccato i Babette Factory. Proprio da questo scomposto attacco parte Canzian nell'intervistare i quattro autori di 2005 d.C. gg]
Il Domenicale, giornale “culturale” fondato da Marcello Dell'Utri, vi ha attaccato con livore. Si può dire che il vostro è un romanzo politico. Come vedete i rapporti tra politica e letteratura in un Paese ove Dell'Utri pretende di fare critica letteraria?
NL.Non è Dell'Utri a fare critica letteraria, come non la fa Ricucci o De Benedetti. Nel caso del Domenicale si tratta del giornalista, ufficio stampa e scrittore di romanzi a tesi Massimiliano Parente [a destra nella foto ingrandibile].
CR. Parente è persona che stimo per come fa critica: non legge i libri se non approssimativamente e li usa per fare un discorso sulla vita altrui e la morale che dovrebbe guidarla. La critica al libro era pretestuosa, una provocazione sulle cricche paraintellettuali in cui secondo lui si divide il mondo.
FL. Non mi sono sentito attaccato seriamente dal Domenicale. Dire che siamo "visceralmente berlusconiani" vuol dire aver capito qualcosa del libro: che lo si voglia o no, oggi siamo in parte berlusconizzati.
FP.Rapporti tra politica e letteratura ci sarebbero se gli scrittori non fossero considerati dei cazzoni. L’opinione pubblica è la platea minima che la politica pretende, e per l’opinione pubblica gli scrittori sono casi studiati a tavolino e lanciati, o sono degli autistici, o sono i guru privati del lettore, quelli che gettano luce sulle fitte al cuore. I preti laici come Benni o Nick Hornby, i grandi consolatori (nulla di male). Questo è il tipo di attenzione che vedo. Dagli scrittori non ci si aspetta opinioni complesse sulla realtà.
Tutti i componenti di Babette Factory sono stati indicati come promesse (nel frattempo mantenute) della narrativa italiana. Al momento di farsi autore collettivo, la scelta di un macrogenere massimalista, che contamina thriller e spy story, rientra in un movimento più generale della narrativa italiana di contaminazione? Oltre a Wu Ming vengono in mente Evangelisti, Genna e, almeno come tentativo, lo stesso Parente.
NL.Non parlerei di contaminazione - che implica un'insuperabile eterogeneità di stili e tematiche - ma di letteratura onnivora, che presuppone una fede incrollabile in un certo modo di concepire il romanzo come genere letterario, capace di cibarsi del mondo intero ma pure di digerirlo, elaborarlo, ridurlo ai propri codici. Se il romanzo è riuscito, dell'eterogeneità del pasto resta poco: la digestione ha trasformato il "mondo" in "opera". Non a caso ci chiamiamo Babette Factory.
FP. Vorrei dire che dipende da un'abitudine della nostra generazione al concetto di intrattenimento, ma mi stupisce sentirmelo dire. Forse l’inquietante realtà è che siamo talmente abituati a vedere gente (noi stessi) arrabattarsi per trovare come divertirsi, che a nostra volta, anche se con un'altra identità e uno pseudonimo, ci sentiamo in dovere di produrre entertainment, al di là del great italian novel che uno vorrebbe tanto scrivere, intriso di Bergman, Pavese, Gadda e Musil. È una risposta autolesionista?
CR.Mi piacerebbe dire che c'è una scena, e certo esiste un movimento di solidarietà artistica, che va dal ragionare sul concetto di individuo autore alla questione della carta ecologica. Ma se devo fare dei nomi a cui guardo come progetti letterari, cito Pincio, Nesi, Veronesi, Covacich, e soprattutto scrittori stranieri. Per me l'influenza di Roth, De Lillo, Ellis, anche l'invidia che questi autori ispirano, è uno dei motori del libro.
Nel libro c'è molto immaginario generazionale, come quando si evoca il gioco che si faceva alle elementari, gridando "Aids tuo!". Una generazione è cresciuta con l'immaginario mediatico, eppure i problemi del mondo sono penetrati, forse a livello subliminale...
CR. La politica degli ultimi anni in Italia ha rilevanza solo se fa uso del mezzo tv, ma il libro mirava più in alto: volevamo mettere in scena la commedia e il dolore di un'intera nazione che non distingue più tra vita e rappresentazione mediatica. Berlusconi è il perfetto totem di questa tribù disgraziata.
FL.Se un romanzo è riuscito, dovrebbe non solo farsi carico dell'immaginario esistente ma rilanciare, creare nuovo immaginario. Sta al lettore decidere se abbiamo solo recuperato un immaginario o lo abbiamo anche spostato in avanti.
Come siete riusciti a unire in uno stile coerente quattro personalità letterarie in partenza molto diverse tra loro?
CR. Considerando Babette Factory un autore fuori di noi, con le sue prerogative e i suoi tic. Provando a fare quello che è difficile per un individualista congenito come lo scrittore: voler bene a dei suoi colleghi.
FP.Io non mi fido di questi tre, non so chi siano, da chi prendono soldi. Lo stile comune è nato riscrivendo come pazzi, rincorrendoci a vicenda, insultandoci. Un’esperienza notevole. Il tempo cancella le ferite e addolcisce i ricordi.
NL.Secondo me questo romanzo - più che una, o due, o tre voci – ha il timbro di un'unica orchestra, riconoscibile e peculiare, così come riconoscibile e peculiare è lo "spirito" della filarmonica berlinese diretta da Karajan, o le dissonanze patafisiche delle Mothers of Invention guidate da Zappa.