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I Miserabili
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Su Tutti i bambini tranne uno di Forest

di FRANCO CORDELLI

«Tutti i bambini tranne uno» di Philippe Forest [qui lo speciale sui Miserabili], con maestria tradotto da Gabriella Bosco per l’editore Alet (pagine 347, 17), fu dal suo autore composto in due mesi, tra l’aprile e il giugno del 1996. Forest aveva trentaquattro anni, prima non aveva scritto romanzi, solo articoli di critica letteraria e saggi. Aveva insegnato e non supponeva minimamente di diventare un «autore». Si riteneva un «lettore», questa era la sua condizione esistenziale e professionale. Che cosa è cambiato perché avvenisse un simile capovolgimento dei ruoli? È il tema del libro, che nell’originale è intitolato «L’enfant éternel». Il suo contenuto è qualcosa di cui un articolo non può rendere conto se non con cautela, limitandosi alla descrizione e alla cronaca.

La prima di una serie di epigrafi tratte dal Peter Pan di Barrie dice: «Due è il principio della fine». Se ne potrebbe dare più d’una interpretazione. Al di là delle apparenze testuali, la più pertinente è radicale, addirittura metafisica. Prima erano in due, Mamma e Papà, poi venne Pauline. Pauline fu il principio della fine. Un giorno, dopo Natale, quando ancora «l’ignoranza ci proteggeva», quando Mamma e Papà erano felici, Pauline disse di avere dolore a un braccio. Tranquillamente, i genitori portarono la figlia di tre anni da un medico, per una visita di controllo. Il responso fu brusco. Le vacanze erano alle porte. Sarebbe stato meglio rimandare la partenza.
«Tutti i bambini tranne uno», strano a dirsi, è composto secondo uno schema simmetrico o, chissà, cabalistico.
v_forest.jpgSono nove capitoli, i primi otto divisi in altrettanti paragrafi e l’ultimo in tre. Tre, sembrerebbe, è il suo numero. È difficile intuirne la ragione, si può solo pensare che tre sono i protagonisti della storia.
Ma la stranezza della simmetria, mentre sul cuore grava lo strazio, deriva dall’irresistibile impulso a scrivere e dalla rapidità dell’esecuzione. Come ha potuto Forest conciliare così disparate forze? Lo ripeto: è il tema del libro. Il primo capitolo è il racconto, non sempre sobrio, ma minuzioso, di una rivelazione: della vita a se stessa. La vita, per rivelarsi, si annuncia come prossima alla fine. È solo all’inizio, e già sta per finire. La bambina, Pauline, ha un sarcoma osseo.
Il secondo capitolo è la crescita della malattia. I medici. Le prime cure. Gli ospedali. Le speranze. La vita dei genitori è sconvolta, ma è ancora sopportabile. Il padre continua a lavorare, viaggia tra Parigi e Londra, dove insegna. La giovane madre è sempre accanto alla bambina. Pauline ha una reazione eccezionale: «È vivace, adorabile, mostra attenzione per gli altri. Ne registra mentalmente la tenerezza o l’indifferenza. La malattia stessa la trasforma in maniera inattesa. Perde un po’ della sua timidezza di bambina, e in questo universo di dolore acquista in sicurezza, allegria, socievolezza». Ma sono il terzo e il quinto capitolo a conferire al libro di Forest un carattere peculiare, che lo distingue da altri testi dello stesso genere, scritti di fronte alla malattia e alla morte. Lo distingue da «Voce da una nube» di Denton Welch, da «Il cavaliere, la morte, il diavolo» di Fritz Zorn, da «Fratelli» di Carmelo Samonà o dagli stessi romanzi, se così vogliamo chiamarli, di Kenzaburo Oe, una delle guide spirituali di Forest.
A differenza di questi scrittori, o di Victor Hugo e di Stéphane Mallarmé, cui Forest dedica il meraviglioso quinto capitolo, egli si chiede: come può accadere che un uomo, alieno dallo scrivere storie, che non ci pensava per niente, quando è più incongruo si mette a scriverne una, la sua, e di sua moglie, e di sua figlia? Per questa domanda non c’è risposta.
Nell’opera di Joyce, è tutto ciò che Forest può dire, è scritta la fine (del Romanzo): «Non si è mai vista confutazione più netta di tutto l’idealismo critico, quello stesso che si serve dell’"Ulisse" per affermare che i testi veri mandano in pensione la verità, che sono puro spettacolo solitario di vuoto e di nulla». In fondo, «Tutti i bambini» è una glossa della confutazione joyciana. «I segni dell’arte - dice ancora Forest - non stanno in un mondo diverso da quello in cui viviamo»; e la cosiddetta arte non è che «l’unico obolo pensabile» per il debito contratto con l’emozione che si è avuta in dono.
Il sesto capitolo comincia così: «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme».
Chi parla, qui, nell’avvicinarsi alla fine, ovvero inoltrandosi nello scandalo della morte di una bambina, dunque nell’indicibile, è mosso dall’unico, fermo proposito di non cedere alla lusinga del lutto e dell’oblio. Da una parte ci sono la tenerezza, lo struggimento, il dolore. Dall’altra, la fermezza, la resistenza, la gioia, della vita com’è, e del racconto che ne rende testimonianza.

[dal Corriere della Sera, 26.7.05]




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 26 Luglio 2005

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