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I Miserabili
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Valeria Parrella: Per grazia ricevuta

di PIERO SORRENTINO

Sbuca uno strano “io” dalle pagine del nuovo libro di Valeria Parrella che minimum fax manda in libreria sotto il titolo di Per grazia ricevuta (105 pagg., 9,50 euro). Nel tessuto fitto in cui immerge i protagonisti delle sue storie, una scucitura trascurabile apre squarci da cui fa capolino uno sguardo limpido, lucido, che zooma e inchioda sulla pagina volti, gesti, frasi, scorci urbani. I personaggi di Valeria Parrella, assieme all’“io” che ne discende, sono personaggi (e in questo consiste la fertile stranezza) dalla fortissima attitudine mitica - prendendo l’aggettivo nel suo etimo più profondo – ma di un mito fuori tempo massimo, scaduto e marcio.

La dimensione mitica, come si sa, è una dimensione ciclica, circolare, avvolta su se stessa. Il mito è una indefinita parentesi temporale. I protagonisti dei racconti di “per grazia ricevuta” agiscono immersi, quasi fosse un test da romanzo sperimentale dell’800, in un sistema vitale spontaneo, disordinato, eccessivo, che sembra trascinarsi dietro lo spazio e il tempo, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, storie e Storia.
Valeria Parrella è irresistibilmente attratta dalle condizioni liminari di esistenza che in quel sistema attecchiscono e trovano un densissimo brodo di coltura: la moglie del corriere di camorra che da un giorno all’altro si trova suo malgrado scaraventata in prima persona a faccia a faccia col lato più puzzolente della malavita, per esempio, o gli operai di una tipografia clandestina tartassati sia dalle scadenze coi clienti che dai lampeggianti blu della Finanza hanno il sapore e il timbro di uno studio d’ambiente, di un cartone preparatorio di un affollato dipinto. Tutto cambia nel particolare, ma niente si sposta nel quadro generale, nella visione di insieme di una vita troppo più grande. Gli eventi ritornano su se stessi, intaccati solo sulla superficie (di solito da una nascita, un amore inaspettato, una casa nuova in un altro posto della città) ma profondamente ancorati a una solida radice di fondo. Sul tronco dei quattro racconti che compongono il volume, la fusione di vivezza bruciante della testimonianza e allo stesso tempo la maestosa capacità di filtro, di distanziamento percettivo, di oggettiva anamnesi di un corpo collettivo in disfacimento qual è quello della città di Napoli innestano rami laterali e rigogliosi, foglioline sintattiche e narrative che rendono le storie di Valeria Parrella uno degli alberi più verdi del giardino della letteratura meridionale. La bellezza e il sapore del libro sono in questa continua sfaccettatura delle superfici, rese vibranti e ondulate da nessuna invasione di spirito moralistico o didattico, ma al contrario vivificate da abbondanti dosi di umanità, buon senso e ironia. Un libro scritto da uno spirito ragionevolmente cinico che fissa la propria immagine nello specchio desolato di una città, e di un tempo, che non gli appartiene.

“Per grazia ricevuta” è la formula che i devoti incidono sugli ex-voto offerti alla Madonna e ai santi dopo una guarigione o, appunto, una grazia ricevuta. A me sembra un titolo fortemente antifrastico, quello che hai scelto. Di religione, infatti, nemmeno l’ombra in questo racconti. Che senso dài a questa scelta?

Io stessa non sono cattolica, ma qua nessuno è laico. Nessuno può, nessuno ci riesce, siamo immersi in un contesto religioso necessariamente. La grazia ricevuta qui è una grazia ricevuta dalla sorte, non dalla volontà. In questo determinismo c’è religione.

C’è una costante carsica nelle tue storie, un filo rosso invisibile eppure sempre presente: quello della rabbia. Non voglio naturalmente spianare l’architettura sentimentale che allestisci attorno ai tuoi personaggi e ridurla a una sfoglia attraverso cui passa pure la luce, ma credo che, gratta gratta, i percorsi divaricati e tortuosi dei tuoi protagonisti vanno sempre verso (o partono da) piccoli grumi di rabbia, mugugni detti a voce più o meno bassa… è un’impressione corretta?

No. Vanno verso grumi di sofferenza che possono emergere in vari modi, anche con la rabbia.

Vari modi, come la rabbia: e poi? Quand’è che dici: “ecco, questo è un personaggio, l’ho trovato!” ? Qual è la pulsione umana che differenzia un personaggio da una macchietta?

E poi che ne so… la rassegnazione. Insomma, che piacere ci trovi a vivisezionare una cosa che ti è piaciuta? Un personaggio fa cose che potrebbero fare anche altri, ma le sta facendo lui. Una macchietta fa solo cose che fanno tutti gli altri e se le fa un altro non cambia nulla

Ti va di raccontare come scrivi? Intendo proprio: i tempi, i riti, le procedure, la gestazione delle storie, le eventuali riscritture…

Scrivo di sera, lavorando ad altre ottomila cose. Controvoglia, con molta fatica fino a quando la pagina prende un ritmo. Allora lì non mi ferma più nessuno. Riscrivo poco e solo dopo aver fatto leggere ad altri

Che autori avevi in mente mentre scrivevi? Su quali libri ti sei accordata per le frasi, le atmosfere, le situazioni?

Nessuno. Mi confonde molto leggere mentre scrivo. Se leggo un libro per due o tre giorni non scrivo affatto.

Che senso ha essere scrittori a Napoli? È un valore aggiunto (o viceversa una zavorra di cui sbarazzarsi) oppure scrivere a Napoli ha lo stesso senso, la stessa funzione, gli stessi ritmi dello scrivere a, che so, Milano?

Spero che sia così: né demerito né valore aggiunto. La percezione esterna intorno a Napoli è diversa, lo so, ma l’intenzione è la stessa di tutti gli altri.

Quindi a Milano scriveresti le stesse identiche cose?

Che ne so? Mica vivo a Milano! Quello che voglio dire è che tra lo spazio e il racconto c’è sempre lo scrivente, e quello non cambia.

Su un Nuovi Argomenti di qualche mese fa avevi pubblicato un racconto (lo chiamo così per comodità: in realtà non so bene cos’era, e questo era naturalmente uno degli elementi principali del suo fascino) in cui applicavi uno strumento che nei tuoi racconti più, diciamo così, tradizionali, tralasci: l’analisi, lo studio dei meccanismi, l’attenzione alle forme, soprattutto a quelle della criminalità – organizzata e non. Cos’è che ti spinge verso l’uno o l’altro sguardo? E quale dei due ritieni più fertile?

Ritengo più fertile lo sguardo da reportage, quello aggressivo. Ma ritengo più giusto quello narrativo, assolutorio.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 14 Luglio 2005

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