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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Fusco: Duri a Marsiglia

Il piacere di narrare e l'immenso piacere di ricevere e vivere la narrazione: non so evocare altro che questo antico rapporto che lega l'uomo all'uomo, per invitare caldamente alla lettura di Duri a Marsiglia, lo splendido Duri a Marsiglia di Gian Carlo Fusco, uscito per i tipi Einaudi Stile Libero Noir, con una straordinaria introduzione di Tommaso De Lorenzis, che da sola varrebbe l'acquisto del libro (sui Miserabili avevo già segnalato un intervento di De Lorenzis, accanto a uno speciale su su Fusco, con tanto di esegesi vergata da Camilleri). Ci sono anche due note postfative, di Giovanni Arpino e di Luigi Bernardi, a impreziosire questo trionfo del noir, catapultato definitivamente nel parnaso della letteratura alta. Questa è davvero un'operazione storica, cioè di storicizzazione del genere, che sale i gradini dal maelstrom popolare, che ha sempre costituito l'anarchico ambiente in cui è andato maturando, per approdare a una celebrazione definitiva, e per nulla ipocrita. Con il Manchette annotato da Valerio Evangelisti e con questa edizione di Fusco - filologica ma non per questo meno sfrenata - il genere non è più discutibile ed è definitivamente superabile.

fusco.gifPer comprendere a fondo cosa significhi, al di là del piacere epidermico, leggere oggi Duri a Marsiglia, è sufficiente avvicinare uno stralcio dell'introduzione di Tommaso De Lorenzis, ritratto composito di un genio, quello del primo gonzo journalist della nostra storia:

Per onorare l'Arcadia nera, rinunciò alla fulminante stringatezza del reportage e le preferì l'impianto di un romanzo. Sapeva fin troppo bene che la Marsiglia "durista" non esisteva più - ammesso che fosse esistita davvero fuori delle mitologie metropolitane -, sapeva pure che altri riferimenti avevano occupato l'immaginario malavitoso e che nuovi modelli narrativi governavano la letteratura di genere e le sceneggiature delle pellicole d'azione. Non se ne curò. Anzi, scelse di ambientare l'odissea marsigliese tra il giugno del 1932 e l'ottobre del 1934, nel periodo compreso tra la "grande bonaccia" - così veniva chiamato l'accordo stipulato tra le gang con l'assenso del prefetto Pascal Mattei - e l'inizio della "grande tempesta", l'ultimo conflitto combattuto nel milieu per il controllo del racket dell'eroina.
Qui c'è tutto. Storia, leggenda, verità finta e finzione vera, indagine sociale e intenzionalità politica, esperienza personale e coreografia. C'è, soprattutto, la pervicace renitenza ad abbandonare un genere, il nero, trapassando il quale, oltre ogni speranza imbandita dai lucori della cinematografia hollywoodiana (basta pensare al secondo epidosio de Il braccio violento della legge), si perviene a un genere meticcio, a una nuova genesi narrativa, a un ulteriore inizio che connette la fine di una tradizione ai suoi esordi: il genere nero ritrova il suo antenato naturale, che è il genere storico. Basta pensare a cosa sta accadendo in Italia e in Germania nel 1932, per comprendere come Fusco riesca a strutturare un racconto per speculum in aenigmate - un vasto scenario che si oppone alla densa concentrazione su una zona topica ed allegorica, una sorta di contea extramorale in cui tutto può accadere - e infatti tutto accade. Il punto è che nulla accade se non in forma di storia. Le storie governano tutte le forme. Ogni forma è una storia. Le vicende umane turbinano costruendo un'infinitudine di moltitudini di storie: trame, fili che si intrecciano e si spezzano, testi e sottotesti, nomi e soprannomi e idioletti e lingue vive e lingue morte, ben al di là dell'algebra del plot, quella odiosa aspettativa sempre soddisfatta che si incarna nell'equazioncina semplice del racconto cinematografico (e ora letterario) all'americana.
Fusco è naturalmente, quintessenzialmente consapevole di questa voracità drammatica e gioiosa che distingue l'esperienza umana dal regno dell'inorganico, di cui il modello borghese costituisce una spettrale variazione: ed è contro quel modello, contro la metafisica dell'inorganico, che egli mette in scena un teatro di storie e controstorie impagabilmente incantatorie. Il cantastorie ribalta l'ordine costituito: ogni ordine costituito. Fusco è lo sciamano - l'unico sciamano che sia dato incontrare in epoca laica è lo scrittore cantastorie. Fusco riesce in quest'opera miracolosa, che è la pura narrazione, ricostruendo noi lettori in forma di protagonista romanzesco: la storia di iniziazione antiborghese vissuta da Charles Fiori è la storia di un'estrema renitenza, la medesima di Fusco e di qualunque lettore, il sottoromanzo che narra dello scontro titanico tra l'incanto e il suo nemico, cioè il cinismo. La vittoria va sempre all'incanto, finché si rimanga nell'àmbito dell'umano, questa forma poetica di esistenza che si spende oltre le stagioni del cuore: perfino il cinismo è una forma di poesia, quando viene contaminato dalla resistenza umana a farsi cosa tra le cose, struttura inerte a base di carbonio.
L'iniziazione alla mala marsigliese di Charles Fiori è dunque un riassunto di molte forme di lotta. Implicitamente, al fascismo tecnocratico che allestirà ben altra "tempesta" rispetto a quella scatenata dalle gang sul Vieux Port. Poi c'è la lotta alla tradizione borghese del romanzo, e questo è un dato fondamentale da storicizzare: il genere nero ha costituito l'alternativa, in forma di lotta, al romanzo borghese, al romanzo della crisi, alla narrazione del quotidiano in forma di alienazione. Poi c'è una battaglia senza quartiere a ciò che non è pittoresco: l'esaltazione, l'euforia per il pittoresco costituiscono una griffe della narrazione nera, la sua prima chance allegorica, e in questo - pur in assenza del gusto per il grottesco, ma in presenza di quello per il comico - si comprende quanto il genere nero debba al romanzo pseudostorico e veracemente fantastico inventato da Hugo. Tutto l'impegno politico di Fusco, indisgiungibile dall'atto stesso della narrazione, è mutuato da quello strabismo anti-ideologico che commistiona ferocia sociologica e deriva fantastica, che è l'eredità Hugo. Ciò prescinde dalla precisione, davvero folgorante, dello stile utilizzato da Fusco. E permette un'evasione da ogni moralismo, sia esso ipocrita o autentico, nel narrare forme e vicende di un male che, essendo umano, non è affatto male - è, semplicemente, ambiguità. I miserabili sono gli umani - di qui, un'immensa tragedia, un'immensa commedia: un'immensa ambiguità. Chiunque è ambiguo e lo scenario stesso del labirinto marsigliese del romanzo di Fusco altro non è che un'espressione geografica dell'ambiguità inurbata. Proprio qui, in questo fuoco della narrazione, avviene il miracolo: poiché l'ambiguità è legge, tutto torna a essere leggibile e riconoscibile, ma non calcolabile, nell'inferno umano, che non è affatto un inferno metafisico, come invece vorrebbe la poetica nichilistica del romanzo borghese in epoca di decadenza. Una strategia letteraria che è profondamente filosofica: nulla è extramondano, è tutto storico, ma la storia sono storie e le storie sono il cuore dell'umano. Né Dio né il Nulla: un miracolo che soltanto la grande scrittura sa realizzare.
Duri a Marsiglia è un'opera di genio. Lo statuto di genio viene conferito a Fusco da un insospettabile protagonista della vita letteraria italiana nel Novecento: Giovanni Arpino. Leggete questa descrizione sommaria ma convintamente appassionata che l'autore de Il buio e il miele fa di Gian Carlo Fusco:
Italiano anomalo per destinazione, figlio di radici composite, ballerino di tip tap, quasi pugile e quasi cantante, Gian Carlo Fusco ci arriva direttamente dalle grandi cronache del Tre-Quattrocento, così come lo si potrebbe paragonare ai poeti e "cronisti" sulle strade dell'America di frontiera o ai personaggi spagnoli di Alemàn, per non citare Rabelais. La sua fedina letteraria e giornalistica lo comprova perfettamente, una rilettura ci riporta alle dimensioni eroico-farsesche (e puntigliosissime, come capita al buon chroniqueur) d'un mondo estraneo a ogni molle snobismo elitario.

Questa rilettura è oggi nuovamente possibile e sarebbe un peccato mortale non praticarla.

Gian Carlo Fusco - Duri a Marsiglia - Einaudi Stile Libero Noir - 10 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 5 Luglio 2005

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