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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Pincio: Philip Dick tradito dal futuro

dickpincio.jpgdi TOMMASO PINCIO

Consideriamo la seguente domanda retorica: «E dove vuoi che succedano le cose, se non nel futuro?». La si direbbe una considerazione più che plausibile. Il passato è passato e dunque non alla portata di eventi che non siano già accaduti, mentre il presente è spesso di una noia mortale e comunque sia slitta costantemente verso il futuro. Tutt'altro che secondario, poi, è che la domanda in questione venga posta dal personaggio di un romanzo di fantascienza, genere avveniristico per definizione. Ma siccome stiamo parlando di un romanzo fantascientifico affatto particolare e di uno scrittore per il quale niente è davvero ciò che sembra, è bene essere cauti. Per l'esattezza, stiamo parlando di Noi marziani di Philip K. Dick, il che ci autorizza a dubitare. Anzi, di più, ci impone di ipotizzare che se mai c'è un luogo nel quale la desolante prospettiva di una calma piatta è possibile, questo è proprio il futuro.
Chi ci dice che il futuro passerà?

Riconsideriamo allora il problema, provvisti di un pizzico di paranoia. Il passato è passato, e va bene. Il presente nel suo piccolo sta passando, e anche questo diamolo per buono. Ma il futuro, chi ci garantisce che passerà? Si dice che domani è un altro giorno, ma quante volte il domani ci ha già tradito? Quante volte quel che credevamo o speravamo arrivasse non si è mai fatto vedere? Quando ripensiamo ai domani che ci siamo lasciati alle spalle, spesso il futuro assume i contorni spiacevoli delle promesse mancate e delle amare disillusioni. Senza contare, inoltre, che potrebbe anche non esserci un futuro. Jack Kerouac concludeva Sulla strada scrivendo che «nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventare vecchi». In pratica, egli ci fa vedere il futuro come l'anticamera dell'estinzione, e se la prospettiva è davvero l'assenza di qualunque accadimento, la domanda retorica di Dick va intesa in senso diametralmente opposto: «E dove vuoi che non succeda un bel niente, se non nel futuro?»
kerouacpkd.jpgIl confronto tra i due autori non è pretestuoso. Solo in apparenza agli antipodi, Dick e Kerouac hanno molto in comune. Entrambi sono nati negli anni Venti. Spiantati per natura e formazione, entrambi hanno dissipato la propria esistenza con irrequieta e amfetaminica malinconia. Entrambi hanno guardato il sistema da fuori, dissociandosene e non di rado odiandolo al punto di diventare bandiere della controcultura. Entrambi si sono infine interrogati sulla effettiva consistenza di quella incrollabile certezza occidentale che passa sotto il nome di «realtà». Dick ha senza dubbio sviscerato il problema con più determinazione. I suoi «universi che crollano a pezzi» hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo insostituibile nell'immaginario contemporaneo proprio perché nessuno ci ha mostrato meglio di lui cosa significhi vivere sospettando costantemente che la realtà non sia davvero reale bensì una qualche forma d'inganno, una finzione della quale siamo prigionieri.
Ma anche Kerouac ha fatto la sua parte. Le sue pagine sono disseminate di frasi come: «Poiché nessuno di noi vuole pensare che l'universo sia un sogno vuoto dovuto alla nostra mente, vogliamo convinzioni, molti nomi, vogliamo elenchi di leggi e una certa sdegnosa distanza».

Le premesse degli anni '50
CopLottSpazio.gifCerto, i due non sono esattamente l'uno lo specchio dell'altro. Ciò che li divide è forse più grande di ciò che li unisce, ma fissarsi sulle differenze impedisce di cogliere come negli anni Cinquanta - Kerouac pubblica Sulla strada nel 1957, mentre Lotteria dello spazio, romanzo d'esordio di Dick (ora riproposto per i tipi di Fanucci nella nuova traduzione di Enza Ferreri, pp. 248, 13) è del 1955 - si siano poste le premesse di una visione del mondo che dalla beat generation porta a Matrix, passando per la rivoluzione psichedelica, il postmodernismo, il cyberpunk e ovviamente lui, il crocevia di tutte queste strade, Thomas Pynchon, il quale non ha mancato di sottolineare in un suo famoso saggio sul luddismo che la fantascienza del «decennio dopo Hiroshima» ha segnato uno tra i momenti più significativi della storia letteraria americana. Pynchon non fa nomi ma parla di «talenti» e «geni» la cui importanza è pari a quella del movimento beat. A chi ha inteso alludere il grande recluso se non a Philip K. Dick?
Quale sia questa visione del mondo in questione è noto: la realtà è indecidibile. Il problema in sé non fu scoperto negli anni Cinquanta. La novità consisteva nel fatto che fino ad allora questa indecidibilità era stata affrontata in termini essenzialmente filosofici e cognitivi. Quel che cambia con la nascita della controcultura è che il dilemma diventa anche politico. Kerouac mette gli «elenchi di leggi» nel calderone di un universo di inganni. Dal canto suo, con Lotteria dello spazio Dick ci proietta invece in un XXIII secolo dove ai vertici massimi del potere apparente si accede attraverso una sorta di ruota della fortuna planetaria, mentre il potere effettivo è gestito in modo occulto da corporazioni simili a quelle che già oggi decidono cosa la gente debba comprare e come debba vedere il mondo. Sia Dick che Kerouac erano però anche mossi da un profondo senso religioso, il che finisce per collocarli su un piano diverso rispetto ai tanti altri che, dai «favolosi Sessanta» in poi, hanno speculato intorno a ciò che è davvero reale.
Che questo distinguo valga quasi certamente per Kerouac è facile da accettare; in fondo egli era tutto preso dallo sregolato individualismo riversato nella scrittura delle sue memorie di vagabondo. Con Dick il discorso si fa più complesso. I suoi universi oppressi dall'entropia dell'apparenza riguardano solo in parte quel genere di paranoia che è ormai diventato uso quasi comune definire «dickiana». Non che egli non fosse paranoico, intendiamoci. Lo era e pure parecchio, ma dimostrare che la realtà è il frutto di un imbroglio non gli bastava. Smascherare i colpevoli era per lui marginale. Poco gli importava arrivare a chi ordisce la trama delle illusioni - una razza aliena, un potente allucinogeno, una sofisticatissima macchina, una cinica multinazionale, noi stessi o chissà quale superiore entità. Dick voleva andare oltre il vuoto lasciato dalla realtà una volta che ne abbiamo smantellato il marchingegno ingannatore. Voleva una risposta. Anelava a un senso. Purtroppo, laddove regna l'entropia, non ci sono né senso né risposta, c'è un tendenziale zero assoluto.
religiouspkd.jpgPer comprendere ciò di cui era effettivamente in cerca Philip K. Dick è necessario partire dal fattore che lo fa dubitare della consistenza del reale: il tempo. Abbiamo già notato che la domanda retorica di Noi marziani è ambigua: da un lato indica il futuro come unica direzione possibile, dall'altro lascia trasparire un fondo di sconsolata sfiducia. Arnie Kott, il personaggio che la pronuncia, sarà infatti costretto a tornare nel passato per far accadere le cose che egli si aspetta. Paradossalmente il viaggio a ritroso lo condurrà alla morte ovvero al punto che per ogni individuo rappresenta il limite estremo del proprio futuro. La morale che se ne trae la si potrebbe riassumere nei seguenti termini: se il futuro vi sembra brutto, allora non avete idea di cosa vi aspetta nel passato.

Il dito nella piaga
Noi marziani non è un caso isolato. In ogni romanzo di Dick, per un verso o per l'altro, il tempo condiziona in senso negativo il destino dei personaggi, i quali si abbandonano perciò sovente a considerazioni alquanti deprimenti. Dice, per esempio, Eleonor Stevens in Lotteria dello spazio: «Ho bisogno di una persona da cui dipendere, una persona forte che si prenda cura di me. Questo è un mondo grande e freddo, completamente desolato e ostile, povero di affetto. Sai cosa ti accade se ti lasci andare e fallisci?... Le cose finiscono sempre male... non resistono al logorio del tempo». Individuando una stretta relazione tra il bisogno di affetto e la natura spietata del futuro, il ragionamento di Eleonor mette il dito nella piaga: quel che sappiamo del futuro ci mostra quanto miserevole sia la nostra condizione qui e ora, nel presente, aprendo crepe nella nostra percezione del reale che dunque inizia a vacillare.
Il futuro è una scelta quasi obbligata per uno scrittore di fantascienza. Viaggiare nello spazio, esplorare pianeti lontani, costruire androidi, leggere nella mente e altre amenità proprie del genere presuppongono conoscenze di cui ancora non disponiamo. Nulla vieta però di immaginare che in un futuro si possa giungere a tanto. Più ci si sposta in avanti nel tempo più l'inverosimiglianza sfuma. Pur non mostrando mai un grande interesse a entrare nel dettaglio degli aspetti tecnologici, anche Dick ha fatto suo questo basilare espediente, agli inizi della sua carriera.
Lotteria dello spazio è ambientato nel lontano 2203. Lo stesso vale per i successivi E Jones creò il mondo e Redenzione Immorale: pubblicati nel 1956, entrambi si svolgono nel terzo millennio. In ognuno di questi tre romanzi, però, i disastri possibili venturi hanno legami diretti con un futuro più prossimo, gli ultimi decenni del ventesimo secolo. Ma c'è di più: spesso da questi scenari ostili e negativi sembra trasparire una sorta di fastidio dell'autore, una strana forma di idiosincrasia a spingersi troppo in là nel tempo con la fantasia.
Il Dick degli esordi aveva ambizioni di scrittore mainstream e portò a compimento numerosi romanzi «seri» che gli editori rispedivano puntualmente al mittente con lettere di rifiuto. Per sua stessa ammissione, «il tentativo di fare qualcos'altro rispetto alla semplice fantascienza» ha condizionato non poco il suo lavoro negli anni Cinquanta. Il genere gli dava da sopravvivere ma lo prendeva come una grande limitazione e le persone che lo frequentarono in quel periodo rammentano che egli dava l'impressione di scrivere fantascienza «perché era ciò che gli accadeva» e che «supplicasse Dio perché gli pubblicassero alcune opere serie. La fantascienza era quel faceva. Era un formato nel quale si potevano presentare alcune idee, ma non vi pensava come a un formato per serie indagini intellettuali - in alcun modo. Chi cazzo mai prestava attenzione ai tascabili?»
L'adesione parziale, e sotto alcuni aspetti obbligata, al genere potrebbe spiegare il senso di ripulsa nei confronti del futuro. Tuttavia anche quando comincerà a prendere più seriamente la letteratura di anticipazione, Dick continuerà ad avere un rapporto problematico con il tempo. La stragrande maggioranza delle sue opere più riuscite, dalla Svastica sul sole in poi, non si spinge mai oltre l'anno Duemila, uno sfondamento praticamente d'ordinanza per chi scriveva fantascienza. Noi Marziani (pubblicato nel 1964) è ambientato nel 1994, Scorrete mie lacrime, disse il poliziotto (1976) nel 1988, In senso inverso (1967) nel 1996, Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (1968) nel 1992, Ubik (1969) sempre nel 1992. Perfino l'azione del fondamentale e quasi terminale Un oscuro scrutare (1977) si dipana a Los Angeles nel 1994. Le storie ambientate nella fase conclusiva nel secondo millennio sono davvero molte; difficile credere che si tratti di una semplice coincidenza. Se Dick optava sempre per le stesse date aveva certamente le sue ragioni. Ma quali?
Una potrebbe essere il solito pallino per la letteratura «seria». Scegliere anni non lontanissimi nel tempo equivarrebbe a una specie di avvertenza per il pubblico: «Non fermatevi alle apparenze. Questo è un romanzo di fantascienza, ma non proprio. Diciamo piuttosto che è un mainstream d'anticipazione». Un'altra possibilità è che egli intendesse rappresentare il presente ribaltandolo nel futuro alla maniera di Orwell: visivamente il numero nove è un sei capovolto, per estensione si potrebbe così ipotizzare che gli anni Novanta siano i Sessanta rivoltati come un calzino. Tuttavia esiste anche la possibilità di una motivazione più viscerale.

Anticipazioni della fine
Philip K. Dick morì il 2 marzo 1982 in ospedale, dopo una serie di attacchi apoplettici. Fin da giovane aveva sofferto di tachicardia ma l'uso sconsiderato di anfetamine, psicofarmaci e pasticche di ogni sorta certamente non giovò. Se ne andò prematuramente, a soli cinquantatré anni, senza poter godere del successo del primo adattamento cinematografico di un suo romanzo, Blade Runner, il film che ha inaugurato il lungo processo di beatificazione culturale che ha fatto di lui lo scrittore di fine millennio per antonomasia.
Non venendo meno alla propria fama, il destino fece sfoggio di sadica ironia negando a quest'uomo geniale e tormentato la possibilità di vedere cosa sarebbero effettivamente stati quegli anni Novanta che, in piena era psichedelica, egli fece teatro delle sue storie. La possibile motivazione viscerale consisterebbe, allora, proprio in questo: ossessionato dalla consunzione, Dick ha fatto letteratura di anticipazione spostandosi con la fantasia nel tempo in cui egli stesso avrebbe mostrato i segni del decadimento.
«Sembrava a tutti loro che sarebbe durato un'eternità, che sarebbero stati per sempre lì ad ascoltare i loro dischi, a fabbricarsi i loro spinelli, a trascorrere i loro giorni tranquillamente, lontano dal mondo degli adulti. Allo stesso tempo, il loro motto sarebbe potuto essere: `Vivi bene il tuo tempo adesso perché domani sarai morto'. Si sarebbero sentiti insultati se qualcuno avesse detto loro che sarebbero invecchiati». Questo passo così vicino nello spirito alle parole che chiudono Sulla strada, provengono da Un oscuro scrutare, straziante bilancio su come un'intera generazione - quella che nei favolosi Sixties fece della California il posto più colorato della terra - sia stata spazzata via e punita per i suoi eccessi, per avere troppo creduto nella pienezza del vivere. Se fosse stato vivo nel 1994, l'anno in cui si svolge il romanzo, Dick avrebbe avuto settantadue anni. Sarebbe stato per l'appunto un uomo giunto all'anticamera del futuro in cui le cose smettono di accadere.

Tra apparizioni e apparenze
Pynchon ritiene che il successo della fantascienza presso i giovani è dovuto al fatto che «alterando lo spazio e il tempo... l'evenienza della morte passa in secondo piano». In assoluto è così. In un certo senso era così anche per Dick, sebbene abbia edificato i suoi vacillanti e ingannevoli mondi su fondamenta contrarie. Del resto, lui le cose non le vedeva mai in un senso soltanto. Non che non lo volesse un senso. Abbiamo già detto quanto disperatamente lo cercasse. Non lo ha mai trovato, se non negli ultimi anni, quelli in cui credette di avere visto Dio. D'un tratto l'infida realtà cominciò ad apparirgli «tremendamente semplice». Se si sia trattato di apparizione o di mera apparenza nessuno può dirlo. Non in questo tempo, perlomeno. Quanto al futuro, chissà. Magari è proprio quando le cose smettono di accadere che si arriva a scoprire come sono andate in realtà.
Realtà, si fa per dire, ovviamente.

[da il Manifesto, 11 Giugno 2005]




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 13 Giugno 2005

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