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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Buone ragioni per (ri)leggere Ricoeur

di GIROLAMO DE MICHELE
[E’ morto venerdì 20 maggio a Châtenay-Malabry Paul Ricoeur, uno dei grandi filosofi del Novecento. Lo scrittore Girolamo De Michele, oltre a essere uno dei migliori narratori della nuova ondata italiana (autore di Tre uomini paradossali, sta per uscire con Scirocco, ancora per Einaudi Stile Libero), è un filosofo di provata fama. Lo ringrazio per avermi spedito e permesso la pubblicazione di questo suo intervento su Ricoeur. gg]

La prima, buona ragione per leggere Ricoeur è il suo lungo lavoro sul tempo, che non si esaurisce nella trilogia di Tempo e racconto. Come ogni fenomenologo, Ricoeur è stato segnato dalla scoperta di Husserl che il tempo del mondo non è derivabile dal tempo della coscienza. Cosa vuol dire? Una cosa semplice e drammatica, che Agostino d’Ippona aveva còlto senza accorgersene: che io sento di avere un tempo, lo sento scorrere dentro di me, ora più lento ora più veloce, nell’attesa che lo zucchero si sciolga nel bicchiere (Bergson) o che l’amata giunga all’appuntamento (Negri), nell’allungare o nell’abbreviare una sillaba mentre canto (Agostino). E sento che il mondo ha un tempo, con le sue scadenze e i suoi imperativi, con le sue epoche e le sue ere: quando Benjamin ci ricorda che Kafka non parla per epoche, ma per ere, è di questo che sta parlando. Semplice. Ma tragico: perché questi due tempi, quello del mondo e quello della coscienza, non comunicano tra loro: in questa frattura la mia coscienza precipita nell’abisso dell’alienazione, o si arresta e si liquefa come un orologio di Dalì nella dimensione dello psicotico.

In questo sta il tragico dell’esistenza: nel rischio perenne dell’abisso sul cui orlo siamo tutti, nella cristallizzazione dell’anima, nelle lancette dell’orologio interiore che follemente possono ruotare all’indietro. Eppure questo rischio viene evitato, di norma. Come mai? Cos’è che ci mantiene in equilibrio sul bordo dell’essere? Agostino, sbagliando, credeva che la salvezza dell’anima fosse nella sua protensione verso il futuro, nell’attesa del Messia, nella luce dell’alba che baluginerà certamente dalla cresta della montagna squarciando il velo della notte: la vita è attesa, è mestiere di sentinella. No, non è così: lo stesso Agostino narrava la sua vita nelle Confessioni, senza capire cosa faceva narrando. Senza capire che è la narrazione presente, non il futuro dell’attesa, a salvare l’anima. O meglio: senza capire che narrando l’anima non salva se stessa, ma semplicemente impara a vivere la vita come divenire, come fluire. Ecco la scoperta di Ricoeur: il tempo del racconto come intersezione problematica della coscienza nel mondo, e del mondo nella coscienza. Altri fenomenologi troveranno altri tempi, moltiplicandoli: il tempo della storia per mediare la coscienza col tempo della natura, il tempo dell’altro come creazione tra il sé e l’infinito. Più i tempi si moltiplicano, più si arricchisce la nostra cognizione della vita: il piano del vivere lo scopriamo sempre più ispessito, via via che su di esso scopriamo collassare un numero sempre maggiore di tempi e di piani. E raccontando questo piano ne aggiungiamo sempre un altro, sempre diverso dal precedente.

ricoeur.jpgL’io che racconta e l’io che ascolta, e ancora l’io che si racconta.
Il tempo del narrare: c’era una volta.
Il tempo dell’ascolto o della lettura: c’era una volta – un re!, direte voi.
E il tempo della storia narrata: c’era una volta un ciocco di legno.
È tutto qui: eppure è molto, non poco. In ogni incipit c’è un mondo interiore, c’è il mondo cui quel mondo rimanda, e c’è un mondo di parole, o carta e lettere, che non sta lì: esiste solo in quanto rimanda oltre se stesso, come un segnale che indica dove andare, non dove stare. La letteratura è narrare storie (enumerare, correggerebbe ancora Benjamin), cioè trasmettere esperienze. E l’io stesso del narrare, che è una modalità del vivere stesso, è un’esperienza che si comunica da un sé a un altro, che esperisce se stesso e continuamente si rilancia oltre se stesso. Se capite questo avete trovato una seconda ragione per leggere Ricoeur. Ovvio, banale che dietro tutto questo ci sia il ghigno di Nietzsche: ma la distruzione dell’io è ancora una modalità del rapporto soggetto-oggetto. Oltre, c’è tutto un mondo da costruire: il mondo della disseminazione, della polverizzazione dell’io. Quell’anarchia di atomi, come una volta l’ha definita Magris, che è la nostra coscienza. Non basta enunciarla, questa disseminazione dell’io: non basta sbatacchiare le ciglia con fare stupito – non basta ammiccare come fanno abitualmente gli ultimi uomini. Bisogna praticarla, questa polverizzazione: cioè crearla, farla esistere. Il Sé stesso come altro: il capolavoro della vecchiaia di Ricoeur, scritto a un’età nella quale i filosofi, terrorizzati dal rischio di lasciare un frammento incompiuto, non intraprendono più ricerche, e si limitano a brevi interviste autobiografiche o all’annedotica spicciola. L’io non è un ipse, non è la reiterazione sempre identica di un sé, ma è dialogo tra gli io che dentro di me si narrano e si ascoltano. Dire: io è già un’ermeneutica, è già un esercizio dialogico. Non un parlare indifferenziato e anonimo, non quella notte in cui tutte le vacche appaiono grigie come nelle ermeneutiche deboli o nelle teorie dell’agire comunicativo: non la coesistenza per la coesistenza di tutto e di più. Quella di Ricoeur è un’ermeneutica che sceglie, che non resta indifferente. Che comprende sì le ragioni dell’altro, ma sa criticarle. E le critica: nella prassi. Ricoeur non è indifferente né neutrale tra i liberisti di Chicago e l’inserzione dell’etica nell’economia di Sen, ad esempio. Non è algidamente insensibile davanti alle sofferenze del mondo. I modelli ermeneutici di Ricoeur sono i maestri del sospetto, sono Marx, Nietzsche e Freud: quelli che trasformano la sospenzione del giudizio in sospetto e risolvono il sospetto sollevando la maschera, per mostrare cosa c’è dietro la facciata dei valori dell’economia, dell’a morale, dell’io. Mestiere pericoloso, quello di sollevare le maschere: basta recarsi a Milano, sulla tomba del piccolo ferroviere anarchico che volò giù dal terzo piano della Questura, e leggere la scarna poesia che ricorda il marcio celato dalla maschera della Giustizia. Ma la folla vide perché portava la benda: se sentite questo, avete trovato una terza buona ragione per leggere Ricoeur.

L’uomo è la gioia del si nella tristezza del finito. In questa affermazione del giovane Ricoeur, dell’esistenzialista reduce dai campi di prigionia, risuanano due termini inusuali, spiazzanti per la filosofia dell’esistenza: la coppia gioia-tristezza, espressione del conflitto tra la finitezza e la rottura operata dalla trascendenza – verso un Dio, verso un io liberamente progettato? Non è questo il problema: il problema è l’oltre. Ricoeur mostra con un esemplare lavoro interpretativo come il senso di colpa (giuridico, religioso, morale) sia sempre espresso con immagini che designano il finito, la materialità: il questo qui di Aristotele, potremmo dire. E la finitezza produce senso di colpa perché esprime tristezza. Come dire, forzando la mano al protestante Ricoeur: il problema non è la colpa, ma il sentirsi in colpa. La tristezza come espressione del limite. E la gioia come espressione dell’oltrepassamento del limite: come conatus, direbbe Spinoza. Spinoza assieme all’esistenzialismo cristiano? Quarant’anni dopo, la confessione di Ricoeur: non ho mai scritto su Spinoza, benché non abbia mai cessato di accompagnare la mia riflessione e il mio insegnamento (Soi-même comme un autre, p. 365). E l’auspicio di quel pensatore che saprà un giorno andare oltre la teoria dell’atto (energheia) aristotelico: che saprà dare piena espressione a quella potnza che è l’atto, a quel fondo brulicante su cui appoggia l’essere. Non lo star lì, entro il limite dell’orizzonte, ma il protendersi oltre: non l’essere, ma la potenza di essere. Non quel che sono, ma la potenza che è quel divenire che provvisoriamente chiamo io. Non questo libro, non questa storia, ma l’altrove in cui questa storia mi getta. Non il tempo in cui narro, ma il tempo che crea il mio narrare. Se non vi accontentate di star lì, in attesa di un segnale che non arriva – se credete di poter essere vooi il segnale che vi parla e che attraverso voi parla agli altri, avete trovato un’altra buona ragione per pensare, con Ricoeur, oltre Ricoeur.

L’ultima, buona ragione che mi viene in mente è Paul Ricoeur stesso. L’ho conosciuto quasi vent’anni fa, a Napoli (dove Pulcinella e Sofocle sono soliti dialogare camminando), ai seminari organizzati all’Istituto Marotta. Al termine delle lezioni prendeva con sé noi studenti e ci portava in giro per la città, conversando socraticamente: la lezione si prolungava in una lunga passeggiata e terminava a pranzo, in qualche economica pizzeria dove, a metà strada tra Partenope e Parigi, si ordinava quelque chose à pilluccher – perché Ricoeur non voleva pesare con un ristorante costoso sulle povere finanze di noi ragazzi che a nostre spese eravamo scesi ad ascoltarlo. Nell’aula accanto, il signor Emanuele Severino aspettava impettito che tutti i presenti fossero alzati all’impiedi prima di entrare nell’aula a spiegare che, se Aristotele qua a là non avesse sbagliato, l’avrebbe pensata come lui. La cortesia, l’umanità del filosofo francese la risento ogni volta che riapro un suo libro, così come nella mia pratica quotidiana: rispetta i tuoi studenti come Ricoeur ha rispettato te, mi ricorda ogni mattina il mio demone interiore. E la ritrovo in quel grande momento della cultura italiana che è il Festival di Filosofia di Modena, organizzato da una piccola donna, Michelina Borsari, anch’essa lontana allieva di Ricoeur (assieme al suo mentore italiano, Mimmo Jervolino). Piccola, ma assisa sulle spalle del suo antico maestro, è oggi, col suo fare concreto e inapparente, la figura più importante della filosofia italiana: ad altri il compito di apparire, di occupare le sedie dei talk show e le pagine delle riviste patinate.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 31 Maggio 2005

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