di PIERO SORRENTINO
[L'ipersaggio narrativo di Antonio Moresco, Lo sbrego, edito presso le Holden Maps BUR, di cui qui la Miserabile recensione, è un libro che sta sollevando sempre più interesse nella comunità letteraria. Piero Sorrentino, uno dei Miserabili incursori che più ci onora della sua collaborazione, ha intervistato Moresco e ha regalato ai Mis il risultato della conversazione: gli devo rin graziamenti sinceri... gg]
“Sbrego”, in un’accezione di bassissimo uso, in italiano significa, oltre che “strappo”, “offesa”, “affronto”…
Non lo sapevo. L’ho scelta per dare al libro un’idea di lacerazione, di squarciamento. È una passione in movimento, non è un’offesa. Lo scopo non è quello, anche se in questo movimento, in questa intransigenza, magari attraversi delle cose, delle idee, dei corpi, delle persone. Il titolo concentrico del libro, che è segnato dentro, è “l’adorazione”, quindi una cosa che si muove in una direzione diversa, opposta, rispetto a quella dell’offesa.
Quali sono gli interlocutori di questo stranissimo e inclassificabile libro che è insieme saggio, riflessione autobiografica, narrativa, pamphlet…?
Il libro inizia con questa piccola suggestione di Dario Voltolini, che poi si sviluppa attraverso questo filo, quest’invenzione delle telefonate… Non so che interlocutore avevo, via via che parlavo e conversavo con gli scrittori che appaiono nel libro l’interlocutore che avevo nella mia testa erano quelle persone lì, sia che rispondessero sia che rimanessero mute, sia che balbettassero delle frasi, delle sciocchezze… Per il resto, insomma, quando hai questa tendenza ad andare con la tua piccola macchina a toccare la macchina grande dove noi tutti siamo contenuti, il discorso dentro di te diventa fluido. Però poi non lo sai mica con chi stai parlando: almeno io non lo so.
Mentre scrivevi ti ha sfiorato l’idea che nelle università, nei dipartimenti di letteratura, nei bei salotti dei critici illustri, ti massacreranno per aver avuto l’audacia di parlare di scrittori vivi, viventi, che puoi incontrare in fila al supermercato, che puoi avere seduti vicino al cinema… insomma, per esserti posto il problema del presente della letteratura, e del suo futuro?
E’ da tempo che penso che se stai dietro a quelle cose lì non molli un passo, non vai avanti di un millimetro. È probabile che, se parleranno di questo libro, troveranno mille modi per smontarlo; anche perché questa maniera così diretta, da parte di uno scrittore, di parlare di queste cose è un sottrarsi alla macchina di riconoscimento e di mediazione culturale che pensa di essere essa sola ad avere in qualche modo il diritto di visibilizzare gli autori. È da tempo che penso che questa funzione non sia più svolta (tranne in qualche rara eccezione) dalla critica italiana. Non ci penso, ecco tutto. Vado avanti, dico quello che mi sembra giusto dire. D’altronde questo scontro nei confronti di quella cosa che si autoproclama critica, che in gran parte dei casi ha una funzione completamente diversa da quella che dovrebbe avere, non è iniziato da oggi. Credo che in questo momento gli scrittori devono anche essere loro, in prima persona, a parlare di queste cose; a incontrare dei fratelli, degli amici, non solo nella propria vita ma anche attraverso il tempo e lo spazio, liberandosi da questo piccolo giogo imprigionante che è stato costruito attorno alla letteratura; costruendo delle orbite che collegano punti anche molto lontani tra loro in uno spazio curvo, non in un piccolo spazio piano, rettilineo. Non so cosa faranno o che diranno. Ma non me ne importa niente!
La tua saggistica (e penso anche a libri come Il vulcano e L’invasione) è asistematica, ricca di spunti autobiografici, di notazioni laterali, organizzata nel modo più libero: quanto di più lontano si può immaginare dai rigori della scientificità accademica assai di moda dopo le ubriacature formaliste, strutturaliste, linguistiche degli anni ’70. Nei tuoi libri non narrativi l’oggetto d’arte non viene immobilizzato analiticamente, ma inseguito descrittivamente nei suo meccanismi interni. È un’invasione critica di spazi.
Tra le cose che elenchi (immobilizzazione dell’oggetto, il rapporto di autopsia nei confronti dei libri, delle opere) c’è tutto quello che è più lontano dal mio modo di vedere, di sentire le cose. A me sembra di sentire dei momenti di vicinanza fortissima, straziante con delle persone che sono vissute anche mille, duemila anni fa. Questa idea della letteratura che immobilizza l’oggetto e crea dei reticoli che poi vengono congiunti da delle linee rette secondo me è al di fuori della vera natura dello spazio e del tempo; e non per un discorso così, campato in aria, ma oserei dire addirittura sulla base di argomentazioni fisiche, scientifiche. In questa immobilizzazione, in questa reticolarizzazione, in questa mappatura non ci sto. Non è così. Le orbite dentro le quali stiamo - essendo seduti qui, in questo momento, nelle nostre case, allo stesso tempo stiamo girando attraverso delle enormi orbite, nello spazio; tutte le cose si muovono, anche all’interno del nostro corpo, nell’infinitamente piccolo, nell’elemento subatomico ecc. – sono le stesse anche in letteratura. Queste linee curve collegano inevitabilmente delle cose che possono essere lontanissime. Invece tutto questo uso del tempo e dello spazio in modo puramente progressivo, geometrico, è la morte; è una costruzione umana, è un piccolo sogno di potere e di controllo su quello che si esprime attraverso l’opera d’arte. Mi rendo conto che la mia impossibilità di comunicazione con questa maniera di vedere, di immobilizzare le cose è totale. Non mi pongo neanche più il problema di farmi capire o di farmi accettare da chi vede le cose così.
Le linee curve dello spazio-tempo… ma anche quelle degli occhi, dei globi oculari. Da qualche parte Jacques Derrida ha parlato della necessità di “un’antropologia o di una oftalmo-patologia culturale”. Tutti i tuoi libri, ma questo in particolare, risentono sempre di un fondamentale registro sub specie visionis. Lo sbrego in fondo nasce da una particolare patologia dell’occhio.
Fin dall’inizio del libro ho inserito subito questa mia particolarità visiva. Da una parte mi accompagna fin da quando ero piccolo, ed è una cosa che per me ha avuto molta importanza sul mio modo di vedere l’esterno. D’altra parte probabilmente mi ha costretto a riempire i vuoti, a immaginare con la mente i pezzi che non vengono messi in combaciamento dall’occhio. Questo disturbo (del quale in questo momento quasi non mi accorgo, mentre in certi momenti della mia vita è stato presente allo sfinimento) mi permette di fare un discorso su come nasce la visione, di come nasce la visione alfabetica, e quindi di sottrarmi alla costruzione rigida di ideologie, di teorie, attorno al gesto dello scrittore, che è una cosa che caratterizza un po’ tutto il ‘900. Sembra che ogni scrittore debba dare in qualche modo una giustificazione del fatto che scrive, mentre a tutte le altre attività umane non viene richiesto questo! A uno che fa il muratore, un bancario, per esempio, o a un’attrice porno non gli si chiede una giustificazione ideologica di quello che fanno! Per lo scrittore c’è invece questa continua messa in scacco, messa in giustificazione dell’atto dello scrivere. In questo tipo di spazio, dominato da una parte dal giudizio e dall’altra dalla giustificazione, non ci sto, non ci voglio stare. Allora anche questo svellersi dall’esercizio della scrittura e della lettura, come ho cercato di fare fin dall’inizio del libro mi sembrava il gesto di partenza per poter cominciare ad aprire, e cominciare a parlarne in modo fluido, dall’interno, per farlo passare e farlo andare da un’altra parte, e non farlo morire lì, dentro questo piccolo gioco geometrico, di specchi, nel quale a volte si fa finire la letteratura e la vita.
A proposito di specchi: la bellissima fotografia in copertina l’hai fatta prima o dopo?
Prima. Quella fotografia l’ho scattata nel 2003. Mi trovavo a Buenos Aires, ero in un alberghetto in una piccola via della città. C’era questo gabinetto fatiscente. Mi è venuta voglia di scattare una foto. Non avevo calcolato che non c’era abbastanza luce, per cui mi è partito il flash. Era gennaio, ma faceva molto caldo, era come fosse agosto da noi, avevo la maglietta appiccicata di sudore…però poi quando l’ho vista ho detto: accidenti, questa è la copertina del libro! Non solo c’è lo specchio spaccato, ma anche questa testa che si apre e che diventa come una costellazione. Mi sembrava avesse senso come copertina, ma non solo: siccome nel libro compare a un certo punto la figura della fotografatrice, più che una copertina diventa quasi un interno-esterno rispetto al libro. E l’ho messa.