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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Les Murray: "L'intelletto? E' nella poesia"

di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]

lesmurray.jpgSi aggira per gli stand della Fiera internazionale del libro un po’ infastidito dal chiasso, ma abbastanza soddisfatto della robusta borsa multicolore in dotazione agli ospiti. Dentro, porta quella che potrebbe sembrare una tesi di laurea: rilegatura in similpelle nera e pagine dattiloscritte all’antica perché, sostiene, il computer non lo convince. I suoi versi Les Murray li scrive a mano, con la stilografica, e poi li mette in bella a macchina. Nella borsa rossa e blu c’è proprio la sua nuova raccolta. La sfoglia con calma, fino a trovare quello che cerca. Una composizione in memoria di Josif Brodskij, uno dei tanti che, «nella speranza di sbagliarsi», hanno scritto poesia religiosa. «Il vero Dio ti dona la sua carne, / gli idoli ti strappano la tua», suona la conclusione, diligentemente sottolineata nel dattiloscritto. Quasi una dichiarazione di poetica per questo poeta anglofono, cattolico e australiano, la cui forza è testimoniata dalla vasta antologia proposta da Adelphi con il titolo Un arcobaleno perfettamente normale e dal romanzo in versi Freddy Nettuno apparso da Giano, lo stesso editore che ora pubblica Lettere dalla Beozia (a cura di Massimiliano Morini, pagine 240, euro 16): tutti libri che, come l’intera bibliografia di Murray, si aprono con la dedica «Alla maggiore gloria di Dio».

murraybeozia.jpgDi religioso, in realtà, c’è anzitutto l’atteggiamento, lo sguardo, lo stile, non necessariamente l’argomento. «L’Incarnazione, è tutto lì – spiega Murray –. A volte mi sento dire che si tratta di un’astrazione teologica. Niente affatto, rispondo io. E parlo per esperienza. Prima che la pensi, infatti, una poesia non esiste. Ma quando l’ho scritta è lì, sotto gli occhi di tutti. Si è incarnata, insomma».

Vale soltanto per la letteratura in versi?

Al contrario. L’uomo non fa altro che applicarsi a costruzioni poetiche più o meno grandiose, più o m eno consapevoli. La storia, la politica, l’economia forniscono moltissimi esempi di questo atteggiamento, che non di rado si rivela molto pericoloso. Per un motivo molto semplice: a differenza della poesia vera e propria, queste altre costruzioni poetiche non sono delimitate in modo preciso, non hanno una forma che le contenga e impedisca loro di rivelarsi dannose.

Non si incarnano?

Non si incarnano, esatto. Ma si rivestono della carne degli altri, strappandola a forza. Il guaio è che si continua a credere che l’intelletto sia quanto di più divino esiste nell’essere umano. E invece no: il punto di contatto tra Dio e l’uomo è la poesia, non la razionalità.

Anche quando poesia e ragione si fanno le stesse domande?

E’ una questione di linguaggio. In questo momento, per esempio, le neuroscienze stanno cercando di indagare un processo che i poeti conoscono molto bene, e da tempo immemorabile, sotto il nome di ispirazione. Il momento che procede l’incarnazione, per intenderci, quando nelle mente si affaccia la prima idea di quella che diventerà una poesia.

Vuol dire che voi del mestiere ne sapete più degli scienziati?

Magari. Sappiamo che succede, ma non che cosa succede. Forse è per questo che, molte volte, resto così sorpreso davanti a quello che ho scritto.

A proposito, come mai i suoi romanzi sono in versi? Non sarebbe più comoda la prosa?

freddynettuno.jpgNon ci riuscirei mai. Detesto costruire trame, quello che desidero raccontare può essere espresso soltanto in poesia, adoperando una lingua il più possibile ricca. Nel caso di Freddy Nettuno, per esempio, ho letto tonnellate di pubblicazioni scientifiche, e poi studi sulle differenze tra l’inglese che adoperiamo in Australia e quello usato negli Stati Uniti... Ma su questo deve esserci una predispisizione genetica. I Murray vengono dalla Scozia e un nostro cugino, James Murray, è stato tra i principali autori dell’Oxford English Dictionary.

Lei però rivendica il carattere "vernacolare" dell’australiano.

E’ sempre la stessa storia: Atene è la capitale, ma la terra più ricca di poeti è la lontana Beozia. Londra è la nostra Atene, l’Australia è la Beozia del caso. Forse anche per questo ci capita così spesso di arrivare in anticipo.

A che cosa si riferisce?

Pensi alla secolarizzazione. Si tratta di un fenomeno iniziato in Australia molto prima che in Europa. Non che ci sia da meravigliarsi, intendiamoci. Un continente quasi interamente popolato da galeotti non poteva nutrire troppa simpatia per le istituzioni, comprese quelle ecclesiastiche. Forse è per questo che, oggi come oggi, più del 70% degli australiani si dichiara cristiano, ma soltanto il 20% frequenta la Chiesa. C’è molta religione, dalle nostre parti. Ma anche molto anticlericalismo.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 10 Maggio 2005

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