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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Marco Belpoliti: Crolli

di PIERO SORRENTINO

[Una versione ridotta di questa recensione/intervista è stata pubblicata su STILOS, il bellissimo inserto letterario de La Sicilia diretto da Gianni Bonina.]

Il verbo “crollare” in italiano ha due significati: uno, quello di più largo uso, indica lo schianto, il precipitare violento di qualcosa che si sgretola al suolo; l’altro, poco utilizzato nella lingua quotidiana, si riferisce al movimento di qualcosa o qualcuno, al suo scuotersi o agitarsi, di solito in segno di negazione o disapprovazione (crollare la testa o le spalle, per esempio).
La postura che Marco Belpoliti assume fin dalla soglia del suo nuovo libro, Crolli (142 pagg., 7 euro, “Le vele” Einaudi), assieme al suo contenuto, alla cornice che lo contiene, è condensata con precisione nel doppio significato del verbo. Belpoliti, per usare le stesse parole con le quali descrive Susan Sontag, non è un “moralista apocalittico che in nome dei valori supremi – bellezza, verità, armonia – condanna i prodotti pop della nostra epoca: teatro, cinema, fumetti. Il fine dei suoi saggi è sempre quello di capire, il che non implica una assenza di giudizio. Anzi. Per farlo descrive, ma anche seziona: usa la sua intelligenza per separare”.

Al pensiero di “3000 corpi umani mescolati alle macerie, polverizzati dal crollo e in gran parte irrecuperabili”, Belpoliti crolla la testa, addolorato e sinceramente angosciato. Ma allo stesso tempo, a poco a poco, quel movimento da lento e incredulo, passivo, diventa una scuotimento vigoroso, come quando, risvegliandoci da un incubo e saltando a sedere nel nostro letto scrolliamo la testa per scacciare il sogno terribile e abbracciare la realtà del comodino, e del bicchiere d’acqua posato lì accanto a un libro. Di fronte al crollo delle Torri gemelle, che viene dodici anni dopo un altro crollo, quello del Muro di Berlino, il chirurgo Belpoliti affonda i suoi affilatissimi strumenti analitici nelle macerie dolorose di un tempo dominato da angosce, fantasmi, paure che si infittiscono sempre più. La sua riflessione critica sul cuore della civiltà occidentale, supportata da un larghissimo uso e studio di quei prodotti pop utilizzati anche dalla Sontag come fonte primaria alla quale attingere per dare un senso a una sfuggente modernità, ha, avverte l’autore, “la brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo”: una brevità dalla stupefacente, nutriente densità di pensiero. Se poi la realtà, a causa dell’“effetto di irrealtà” (per cui “la realtà viene percepita come una irrealtà, qualcosa di troppo grande per essere accettato come vero”) si trasforma “in qualcosa di irreale simile a un incubo”, e il comodino assume una faccia ghignante e il libro tenta di morderci con le lunghe zanne che gli sono spuntate, non resta allora che sperare nell’apocatastasi: “la reintegrazione, alla fine dei tempi, di ogni cosa creata (…) il ristabilimento dell’universo (…). Il tempo in cui ci troviamo non è l’ultimo, non è il tempo della fine – della storia, dell’uomo, della civiltà, quanto piuttosto un tempo che non finisce di finire, un tempo penultimo, in cui anche l’apocalisse dell’11 settembre s’iscrive come possibilità e non solo come distruzione finale”.

Dei crolli “opposti e simmetrici” che segnano la fine del Ventesimo secolo e l’inizio del Ventunesimo (Muro di Berlino e Torri gemelle di New York) più che le somiglianze sottolinei gli opposti effetti. La caduta del Muro apre (corridoi di passaggi fisici da Est a Ovest, globalizzazione economica, rinnovamenti politici e culturali…); quella delle Torri chiude (xenofobia, irrigidimenti religiosi, pericolose riscritture normative, oltre che guerre e morti). La ridefinizione violenta della modernità non passa più per le rivoluzioni ma solo per il tramite di crolli e distruzioni non di tiranni umani ma di elementi fatti di acciaio, cemento, ferro?

Credo che anche le rivoluzioni siano dei crolli o presuppongono crolli, del vecchio ordine, in genere; è accaduto così in Russia, in Cina, ma anche nelle rivoluzioni reazionarie come il fascismo e il nazismo, venute dopo il crollo dei vecchi sistemi liberaldemocratici. Oggi ci sono sempre più crolli silenziosi, anche se la nostra attenzione va, per ovvie ragioni, ai crolli rumorosi. Il crollo della vecchia società autoritaria, centralizzata, del “senso unico”, è l’effetto dell’introduzione del personal computer: un crollo definitivo del sistema (anche se sarei portato a dire: nulla è definitivo). Ci sono crolli duri e crolli molli.

È inevitabile che il lavoro di un critico militante, sparso su giornali e riviste, si sviluppi e trovi sistemazione nella forma della raccolta ragionata di saggi, innestati nel tronco di una tesi che unifica i vari pezzi. Per i tuoi libri come procedi, di solito? I saggi che scrivi, gli argomenti che scegli sono la causa o l’effetto dei temi delle tue raccolte?

Lavoro su più tavoli contemporaneamente. Ma con un progetto unico. Questo è in genere un’ossessione, che non so bene esprimere, che non so raccontare a priori, ma che vedo solo a posteriori, attraverso le parole degli altri, perché come ogni ossessivo, io sono cieco. Vedo quello che c’è da vedere, ma non mi vedo se non attraverso un riflesso. Per esemplificare: quando recensisco dei libri seguo un mio filo, degli interessi precisi. Con “Crolli” è andata così: ho usato i libri letti negli ultimi 10-15 anni, libri in apparenza lontani ma che ho legato insieme attraverso un’immagine, delle analogie. Non ho riscritto gli articoli già pubblicati, ma i libri che avevo già recensito. Ho ripercorso pensieri e riflessioni scritte sui giornali o parole pronunciati in convegni, trascritte su fogli e moleskine. Ho ripensato l’intera materia, usando le mie scritture come un sottotesto. Nel libro c’è solo un pezzo riusato integralmente, perché era già stato pensato per questo, su Berlino. Il resto l’ho scritto di nuovo, anche se qualche passaggio può essere simile. La mia coerenza è quasi totale, sono gli oggetti che sono diversi: mi interessano molte cose. Al limite della dispersione, limite che accetto volentieri. Tuttavia non sono un critico militante: militante di che cosa? Del partito? Della letteratura? Non saprei. L’unico libro di testi raccolti, ma riscritti, è Doppio zero.

A proposito di Doppio zero, il tuo penultimo libro, qualche recensore aveva sottolineato la quasi totale esclusione, dalla tua idea di contemporaneità, di opere d’arte in senso stretto (in quel volume, con un mirabile sguardo straniante, ti occupavi infatti di modelli cognitivi anche piuttosto complessi parlando di scarabocchi, bolle di sapone, schiume, tessuti, cybergeografie…). Stavolta riduci l’orizzonte ad appena un decennio e, per coglierne il senso, ti affidi proprio a quelle opere d’arte, oltre che al cinema e alla letteratura, che allora avevi escluso. Da dove viene questa sostituzione delle tue “sonde perlustrative”?

Non conoscevo questa obiezione. Strana. Ho spesso recensito libri sull’arte – saggi critici e mostre. E il mio sottotesto è molto artistico, deciso dall’arte, per via delle mie frequentazioni amicali e per via delle mie curiosità (non sono un critico d’arte!). Non ho ribaltato, ma integrato. Tutto quello che ho scritto sta su un unico scaffale, è un unico progetto e coincide con i miei spostamenti mentali e fisici, o psicologici (questi libri sono la mia autobiografia intima: una autobiografia senza io).

In una famosa affermazione Nabokov sostiene che “Realtà” è una delle poche parole che non hanno alcun senso senza le virgolette. Nell’età dei crolli, come proponi di chiamare questi anni, secondo te quali altre parole andrebbero messe tra virgolette?

Non metterei tra virgolette nulla, perché tutto è già tra virgolette. Viviamo in una realtà secondo, in cui la sospensione o la meta-azione è continuamente in gioco. Non sono uno che esclude qualcosa per via di principio: mi immergo nel reale perché la realtà c’è. E’ qui, davanti a noi. Il reale è tornato!, direi al signor Nabokov.

Nel penultimo capitolo racconti della tua visita al Museo ebraico di Berlino disegnato da Daniel Libeskind. Libeskind sembra quasi, per dirla con James, la figura nel tappeto del tuo libro, la filigrana seminascosta ma sempre presente di questo saggio, capace di accogliere in sé Est e Ovest (l’architetto è nato in Polonia e dal 1965 è cittadino americano), Berlino e New York (ha progettato lo Judische Museum e ha avuto l’incarico di occuparsi della riedificazione di Ground Zero), arte concettuale e architettura abitabile, accogliente…

Quello scritto è il risultato di un viaggio. Perché si scrive anche con i piedi e non solo con le mani. Così anche il testo dedicato a Prypiat’ e a Cenobyl. Viaggio per incontrare le cose, la realtà. I libri, ma anche le persone e soprattutto i luoghi: questo è quello che conta per me. Il tappeto è sempre sotto di noi, la sua filigrana è spesso indecifrabile: bisogna inginocchiarsi per leggere quello che c’è scritto o disegnato dentro. Mi inginocchio sempre, è il mio modo per conoscere le cose. Quando Giovanni Paolo II si chinava per baciare la terra in cui era arrivato, dimostrava non solo una devozione, ma un atto di conoscenza. Si conosce la persona che si ama con un bacio, e subito ci si conosce a vicenda. Niente è inerte, neppure un’architettura, figuriamoci la terra che calpestiamo!




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 9 Maggio 2005

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