Si invecchia. Uno pensa di essere sempre giovane. oppure lo costringono a pensarsi sempre giovane. L'altroieri, sul TG5, c'era Gianluca Neri, intervistato per avere svelato gli omissis del rapporto americano sul caso Calipari: gli davano del ragazzino, ha 33 anni, gli stessi di Cristo quando salì sulla croce. Il fatto è che si invecchia e quello che ti sembra nuovo magari è già depositato storicamente. Oppure sembra che non sia depositato storicamente, ma di fatto lo è. Prendete la letteratura. Si leggano le interviste pubblicate oggi su Corriere e Liberazione, a Brizzi e Ballestra: sembra che si parli dell'oggi, affrontando temi e nomi che risalgono a più di dieci anni fa. Su Tirature (annuario critico edito dal Saggiatore) parlano di Tiziano Scarpa come di un giovane narratore. Ridicolo.
Tutto ciò accade per uno sfalsamento di prospettiva ottica, che la morte della critica letteraria italiana ha solo enfatizzato. La critica italiana pretende che l'arte sia morta, il romanzo morto, la poesia morta, tutto morto. E' morta la critica, ci credo che vede morte ovunque. La realtà è diversa: il romanzo e la poesia sono vivi e stanno benissimo, grazie. I sonnecchianti detrattori facciano richiesta di assunzione come comparse in un film di Romero. La mediazione è uno zombie, l'invenzione è più in vita che mai. Basta rileggersi quel che è accaduto.
Mentre infatti si fatica a trovare qualche titolo critico importante uscito in questi ultimi anni (per me fanno eccezione Carla Benedetti, Guido Mazzoni, Bruno Pischedda), non si fatica affatto a reperire titoli fondamentali che, in questi ultimi quindici anni hanno mutato il volto alla letteratura italiana, portandola all'avanguardia mondiale nel nostro presente.
Siccome nessuno lo fa, storicizziamo noi. Anzi, non dobbiamo nemmeno storicizzare: la storicizzazione è già disponibile. Non su carta, su Web.
La massa di riflessioni che, nel 2005, ha in qualche modo indotto la stampa tradizionale a occuparsi del fenomeno dei blog letterari, ha essa stessa una storia e questa storia è una vicenda di militanza culturale secondo me straordinaria. Dal 1995, come un rivoletto striminzito che tortuosamente si allarga sempre più, la riflessione critica sulla letteratura del presente è andata moltiplicandosi sulle pagine elettroniche. Nel 1996, quando la Rete era un fatto pressoché iniziatico, Giulio Mozzi pubblicava fondamentali recensioni a libri che uscivano in quei giorni. Luther Blissett prima e Wu Ming poi, nell'edificazione dinamica della Repubblica Democratica dei Lettori, non hanno fatto mai mancare interventi sulla letteratura vivente, sul divenire vitale che evolveva mentre già si fossilizzavano i discorsi critico-accademici, le marchette giornalistiche, i giudizi che avevano un dì di vita come le farfalle, sparendo poi nell'oblio delle emeroteche. Valerio Evangelisti, uno dei primi scrittori a intuire e praticare le potenzialità collettive del Web, istituì una storica mailing-list e condusse Carmilla a una centrale presenza per i naviganti di quei tempi, infittendo l'allora esiguo spazio digitale italiano con interventi radicali, via via confluiti nei suoi testi di critica militante e totale. Il Miserabile Scrittore, a sua volta, sul web mondadoriano prima e poi sulle pagine di Società delle menti in quel di Clarence.com, trovò una sede di pubblicazione che l'ortodossia cartacea si guardava bene dal garantire ai trentenni degli anni Novanta.
E' impossibile negare la vitalità di una società culturale che, surfando via via ogni presente che ha vissuto, è andata depositando sulle pagine Web un articolato e spesso preterintenzionale dibattito che è letterario e sociologico al tempo stesso. La pretesa che la letteratura, dal '93 a oggi, abbia dormito il sonno dell'eroe esausto è un divertente delirio: divertente, ma non per questo meno patologico. Non è più tempo di affermare che la storia ci darà il suo verdetto. Sono passati ormai anni, possiamo maturare un giudizio equilibrato. Risale al '96 la pubblicazione di Occhi sulla graticola, primo successo di Tiziano Scarpa; Woobinda di Aldo Nove uscì in quello stesso anno; sempre nel '96 appare Il mistero dell'inquisitore Eymerich di Evangelisti; Mozzi esce con La felicità terrena nel medesimo anno; Clandestinità di Moresco è del '93; del '95 è Mind Invaders di Luther Blissett; al '97 risale l'esordio di De Cataldo; nel '96 viene pubblicato Il fuggiasco di Carlotto; lo stesso anno in cui uscì Il coraggio del pettirosso di Maggiani, che quest'anno, vincendo il premio Strega, farà il botto.
Sono i primi titoli e i primi nomi che mi vengono in mente e sono passati circa dieci anni da allora. E' un problema dell'industria culturale italiana, se non recepisce la novità sconcertante di una letteratura che, in questo decennio, è stata in grado di imporre il ribaltamento delle etichette con cui si bollava di "sottoletteratura" la produzione di fantastico, e che ha non solamente sdoganato i generi popolari, ma addirittura si è messa immediatamente all'opera per eroderne le gabbie e trasformare quei generi stessi in qualcosa di più ampio e complesso e fluido. Laddove il genere storico veniva ironicamente percorso con fare snob da Eco, questo decennio di letteratura ha eletto il medesimo genere storico a protocollo di un'epica possibile, sfruttando con estrema abilità la strumentazione retorica messa a disposizione dalle epiche di sempre - cioè l'allegoria e l'ucronia. In tempi di supposto disimpegno politico - propalato attraverso nichilistiche cronache sui quotidiani - questa letteratura preconizzava sommovimenti che hanno poi avuto la loro evenienza con l'apice drammatico di Genova. Questa letteratura partiva da una situazione storica in cui la controinformazione era un ricordo, nemmeno tanto bello secondo i soloni di quei giorni passati, e oggi si ritrova a manifestarsi in un contesto in cui la circolazione delle informazioni supera di gran lunga l'impatto sociale che ebbe la controinformazione di un tempo, e non è un caso che, a intensità e declinazioni differenti, in Rete gli scrittori si occupano indifferentemente di letteratura e controinformazione.
La novità critica del decennio prescinde comunque da questo risultato enorme, a cui i media tradizionali sembrano non conferire adeguata rilevanza storica. La novità critica è che gli scrittori hanno incominciato a scrivere di scrittori. Ed è cosa che, negli anni Ottanta, sembrava carsicamente ritrarsi nelle secche di un'élite depotenziata e fuori della storia. Una pratica oggi ovvia e naturale, qual è quella della reciproca interazione tra autori e della promozione di nuove voci, è a tutt'oggi il fulcro della limitatissima mitologia di cui è fatto oggetto Pier Vittorio Tondelli. Questo confronto critico continuo tra autori non predispone allo scontro sterile, bensì al confronto tra immaginari - e questa è una cosa importante. E' importante sapere cosa uno scrittore legge nelle pagine e nei versi di un altro scrittore. Non si tratta semplicemente di una messa in opera di discriminazione ideologica, ma di una dinamica tra poetiche che si interfacciano e, al limite, si compenetrano. Non vuole essere qui tracciato alcun narcisismo, il caso sia emblematico in quanto esperienziale: senza l'incontro e il confronto con i miei contemporanei, tutto per me sarebbe estremamente diverso. Scrivere è emettere vocem in deserto clamantem, e lo è quintessenzialmente. Ma la partenza, cioè il momento prima dell'emissione vocale, non può essere data in un deserto privo di altri.
Infine, un'ultima riflessione sui protagonisti delle scritture principali emerse in questi dieci anni. Si tratta di modulazioni espressive da parte di autori che non mi sembrano scontare, al momento, alcuna presa di posizione classista o generazionale. Il nostro tempo è talmente fluido che un'antica pratica autoriale, quella che cade sotto l'etichetta di difesa di corporazione o chiusura generazionale, soprattutto in senso anagrafico, non sembra affatto darsi. Tra i contemporanei mi pare piuttosto trionfare il desiderio (seguito coerentemente da azione, un'azione multipla e fuori da ogni schematizzazione pregiudiziale) di aprire il più possibile spazi all'alterità. Stupisce tanto, e si celebra un po' acriticamente, l'opera che Dave Eggers compie col network McSweeney's. Vorrei sottolineare che scrittori, editori, traduttori e intellettuali italiani fanno la medesima cosa da circa dieci anni e con risultati, a mia detta, francamente migliori e storicamente più rivoluzionari.
Creare un'area in cui siano disponibili letture storiche, già apparse sul Web in questo decennio movimentato, non significa dunque storicizzarsi in maniera bieca o supponente. Significa rendere sensibile l'insegnamento del divenire e prepararsi alla prossima evasione degli ultracorpi: quando l'industria culturale italiana si renderà conto di cosa ha in casa e della pochezza che c'è fuori, è in base a questo patrimonio storico che la nostra letteratura aggredirà un immaginario più esteso geograficamente di quello a cui finora siamo stati abituati.