di ALESSANDRO ZACCURI
Ogni tanto lo accusano di prendersi tanticchia di libertà con gli episodi storici di cui si occupa nei suoi libri. «E ci mancherebbe altro, gli rispondo: io scrivo romanzi, mica saggi». Alla gagliarda età di ottant'anni, Andrea Camilleri è arrivato a trattare con uguale distacco critiche ed elogi. Forse perché, sostiene, ha avuto la fortuna di arrivare tardi al successo, come conferma il suo nuovo romanzo, Privo di titolo (Sellerio, pagine 304, euro 11), rivelatosi un best seller non appena è arrivato in libreria. «Ecco, pensi se un fatto del genere capitasse a un autore più giovane, a un narratore quarantenne - ipotizza Camilleri -. Ne resterebbe travolto, se non altro dal punto di vista psicologico. Io, invece, ci ho guadagnato in sicurezza, in serenità».
Non diversamente da quella di Simenon, anche la produzione di Camilleri è rigorosamente bipartita: da una parte i libri che hanno per protagonista il suo detective di fiducia (no, non Maigret: stiamo parlando di Montalbano), dall'altra i romanzi che l'autore siciliano ama definire «storici». Di una storia in buona parte reinventata, però. «I documenti riportati in Privo di titolo, per esempio, sono tutti falsi, con un paio di eccezioni che non le sto a dire», spiega Camilleri. Circostanza curiosa, se si considera che il libro è in realtà un atto di denuncia contro le mistificazioni della politica e del potere, a partire dalla vicenda emblematica e controversa di Gigino Gattuso, giovane fascista della prima ora morto nel 1921 in circostanze mai del tutto chiarite. «Basti ricordare - sottolinea Camilleri - che il presunto omicida, comunista, fu assolto nel 1924, in pieno regime. Già allora, infatti, troppi indizi lasciavano intendere che il "martire" Gattuso fosse stato, come dire?, vittima del fuoco amico...».
Libro revisionista, Privo di titolo? E, nel caso, il revisionismo non era considerata un'attitudine un po' di destra? Camilleri, che delle proprie convinzioni progressiste non ha mai fatto mistero, passa al contrattacco: «Faccia conto che si voglia raccontare una vicenda dell'Ottocento siciliano, magari legata al cosiddetto brigantaggio. La versione ufficiale sarebbe quella di fonte governativa, giusto? Quella non ufficiale, e quindi sospetta di revisionismo, coinciderebbe invece con le testimonianze orali, con il punto di vista di chi ha fatto il fatto, se mi passa il gioco di parole. Difficile uscirne, se non mettendo a confronto i due racconti, in modo da individuare convergenze e discrepanze. Operazione difficile, specie nei nostri tempi dominati dalla televisione, che è una macchina perfetta per ogni tipo di mistificazione, oltre che un'eccellente fabbrica di credulità».
Parla di credulità, Camilleri, e non di fede. A dispetto delle frequenti punzecchiature presenti nei suoi libri, infatti, il suo atteggiamento nei confronti dell'esperienza religiosa è tutt'altro che ostile. «Mai pensato di sorridere sui credenti, tanto meno di irriderli - rivendica -. E poi, guardi, in questo i romanzi "storici" sono davvero molto diversi dalle avventure di Montalbano. Ho in mente uno dei miei primi libri, La bolla di componenda, molto critico nei confronti del ruolo che, secondo me, una certa mentalità ecclesiastica aveva avuto nel frenare lo sviluppo. Ma questo è il passato, un passato dal quale la Chiesa si sta sempre più allontanando. Quando si arriva ai nostri anni, a sacerdoti come don Puglisi o monsignor Romero, altro che critica: per questi uomini ho un'autentica venerazione, non mi vergogno a dirlo. Su uno di loro, anzi, mi piacerebbe scrivere un libro».
Un nuovo Montalbano?
«No, no: un romanzo storico. Su monsignor Giovanni Battista Peruzzo, vescovo di Agrigento nell'immediato dopoguerra. Un piemontese che era arrivato a comprendere la Sicilia meglio di tanti siciliani e che, con grande coraggio, sostenne a viso aperto le rivendicazioni dei contadini. Gli spararono. Non lo fecero fuori, però gli spararono».
Allo stesso modo, Camilleri confessa di essere rimasto colpito dagli ultimi giorni di Giovanni Paolo II: «Quel modo impudico, eppure pudicissimo di mostrare la propria sofferenza. E poi, più che altro, quel desiderio fortissimo di comunicare, fino all'ultimo, nonostante il corpo gli si ribellasse e glielo impedisse. Non vorrei sembrare irriverente, ma si capiva che era stato un attore. "Sentiva" il pubblico, e questo gli dava forza». Prima che scrittore di successo, del resto, lo stesso Camilleri è stato uomo di spettacolo: regista, sceneggiatore, autore di quella che oggi si chiamerebbe fiction. «Ma erano altri tempi, sul serio - si difende -. Adesso ci sono molti buoni professionisti, alla mia epoca si potevano ancora incontrare grandi maestri. Il mio è stato Orazio Costa, che oltretutto era un autentico credente. Lo spettacolo più bello che abbia mai visto è stata la sua regia del Poverello di Jacques Coupeau. E sa perché? Perché Costa ci stava con la fede, come direbbe Montalbano».
[da Avvenire, 13.4.2005]