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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Antonio Franchini: Quando vi ucciderete, maestro?

di GIULIO MOZZI

Questo libro di Antonio Franchini (che porta il sottotitolo: La letteratura e il combattimento) è indescrivibile: non è un saggio, non è una narrazione, non è un manuale: che cos'è? In primis diremo che è senz'altro un bel libro, forse molto bello, e senz'altro un libro interessante, forse importante. Ne caviamo qualche frase: "Forse è illusorio (...) credere che imparare a scrivere significhi attingere a una forma superiore dell'essere umano piuttosto che a un'abilità, a una forma di perizia come tante" (p. 23). "Che fino a un certo punto il desiderio di dedicarsi alle discipline del combattimento, come quello di volgersi alla letteratura, nasca da qualche frustrazione che può placarsi solo nell'esercitare un dominio è un fatto scontato" (p. 35). "Sono certo che tra l'involucro di carne di un uomo e i suoi pensieri debba esistere un legame molto stretto e indifeso. Indifeso perché è molto difficile avere un pieno, contemporaneo controllo sulle apparenze e sulle esibizioni sia del corpo che della mente. Da qualche parte ci dobbiamo tradire" (p. 103).

antoniof.gifEcco, forse da queste citazioni abbiamo la temperatura di questo libro, e forse adesso sappiamo dire che razza di libro è: è un saggio morale simile a quelli di Montaigne, nel quale si mescolano riflessione pura, meditazione dell'esperienza, narrazione; e nel quale la divagazione, intesa come libertà di connettere cose nel ragionamento in quanto si è sperimentata la loro connessione nell'esperienza, diventa uno strumento d'indagine. Antonio Franchini, nato nel 1958 (dice il risvolto di copertina), pratica da anni diverse arti marziali. "La prima volta che mi fu mostrata la possibilità di un rapporto diretto tra la letteratura e le arti marziali, partecipavo a una lezione di jeet kune do" (p. 27). Il jeet kune do è una tecnica (o uno stile) di combattimento inventato da Bruce Lee (sì, quello dei film) e consisteva nella mescolanza (opportunistica, anti-scolastica) delle tecniche più efficaci delle varie scuole di combattimento, boxe inclusa. "Il maestro (...) martellava il corpo dell'allievo con una progressione di colpi che partivano dalla lunga distanza, poi si appressavano, ogni tecnica annodandosi alla precedente: una leva che seguiva a una gomitata e una ginocchiata, fino alle prese di strangolamento a terra, quando il corpo della vittima era crollato. Di ogni tecnica il maestro sottolineava l'intercambiabilità" (p. 29). "Insomma, è come quando scrivete - continuò il maestro, imbarcandosi in un'analogia inaspettata - io v'insegno dei colpi che sono dei vocaboli, poi bisogna inserirli in concatenazioni che sono le frasi, la grammatica, ma quando diventerete più capaci, sarete voi a comporre le vostre frasi, cambiando, a vostra scelta, come quando scrivete..." (pp. 29-30).
Ma il combattimento del quale questo libro parla non è solo il combattimento alla fin fine fittizio che avviene nelle palestre e nelle esibizioni; è anche il combattimento occidentale per eccellenza, la guerra. E lo fa ripercorrendo alcuni avvenimenti della vita familiare: la morte in combattimento dello zio Antonio (lui pure) Franchini, della quale fu testimone un amico di famiglia, Alfonso Casati (figlio di quell'Alessandro Casati che fu ministro della guerra nel primo governo "badogliano"), lui pure ucciso pochi giorni dopo. Alfonso scriveva a casa tutti i giorni (anche due lettere al giorno), e nelle lettere le notizie della guerra si alternano alle notizie sugli studi senza transizioni, con passaggi improvvisi: "«Che pena l'aver notizia degli edifici colpiti nell'ultima incursione su Milano. Tutte quelle mura, tutte quelle costruzioni mi erano care al ricordo. Qui nulla di nuovo. Leggo le Operette morali del Leopardi. Oggi ho gustato il racconto di Barbey d'Aurevilly»" (p. 81). La figura che sembra apparire, tanto nelle pagine dedicate allo zio Antonio (giovine pittore che "pensava solo alla pittura") quanto in quelle dedicate alle arti marziali (e, dentro queste, a Mishima), è quella dell'ossessione. E un'altra figura che appare di continuo è quella della finzione del combattimento. Come il combattimento eseguito secondo le regole delle arti marziali (di una qualunque arte marziale) è essenzialmente finto, cioè privo dello scopo che sarebbe proprio e originario del combattimento (la salvezza di sé, l'uccisione dell'avversario), così lo scrivere è un'attività che si confronta continuamente con "qualcosa" (con la morte, sembra accennare Franchini a più riprese) ma sempre ineluttabilmente per finta. E pertanto lo scrivere in sé, non lo scrivere in quanto scrivere fiction ma lo scrivere in sé, appare come un'attività fittizia: non, quindi, l'attingere a "una forma superiore dell'essere umano", ma piuttosto l'esercitare "un'abilità, una forma di perizia come tante".
Quando vi ucciderete, maestro? contiene un insegnamento difficile da rinchiudere in una formula. E' un libro che educa invitando all'acquisizione di "una forma di perizia", una fra le tante. La modestia dell'approccio si rivela, a libro chiuso, come una più alta ambizione - oggi, in un tempo di facili superomismi massmediali, questo è un libro utile.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 29 Aprile 2005

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