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Morte, lascito e testamento del Gruppo 63
Soltanto in Italia può accadere che, a distanza di quarantadue anni, si debba avvertire sulle spalle il peso di un dibattito logoro, inutile se non dannoso. Mi riferisco alla persistenza non soltanto di una poetica, ma proprio di un sistema extraletterario di valutazione, di cui l'etichetta Gruppo 63 ha contaminato il suo futuro (cioè: il nostro presente), un po' come se le lumache lasciassero una scia di bava davanti e non dietro sé [nell'immagine, un servizio su un magazine dedicato a Nanni Balestrini e firmato Aldo Nove]. Accade in Italia perché qui il rinnovamento generazionale è simile a quello vaticano e spesso si scambia la reverenza pelosa per rispetto dei padri. Edipo e Laio non frequentano le italiche lande. Il mio papà letterario è stato Antonio Porta, esimio esponente del Gruppo 63. Se mio padre pretende di pilotarmi l'esistenza a 35 anni, mi rifiuto. La persistenza di tutto il sistema estetico di riferimento per il Gruppo 63 è questo automatico tentativo di delegittimazione del divenire autonomo, un'autentica icona della cristallizzazione storica, l'estremo tentativo della mosca di sopravvivere murandosi nell'ambra. Non vivo né morto, questo sistema ex-neo-avanguardistico si propaga nella sfera culturale e si pretenderebbe sempreverde. E' un fatto extraletterario, oltre che letterario. Per me - e suppongo anche per altri - rappresenta il principio di autoritarismo e perciò molto mi fa piacere sbarazzarmene in pubblico.
A concedermi questa patente è un membro attivo dell'ex-neo-avanguardia caduta sotto lo slogan di Gruppo 63. Angelo Guglielmi, ex-neo-avanguardista ed ex-direttore di RaiTre e neo-assessore alla cultura di Bologna, rammemorando il Gruppo 63 durante un convegno affermò che la vicenda pubblica di quel movimento
fa oramai parte (come si suol dire) della storia, che posto poi vi occupa, se grande o piccolo, è altri (i più giovani di oggi) che devono dirlo misurato al grado di utilità che quelle idee di allora ancora posseggono.
Sono qua per questo: sono il "giovane" che misura il grado di utilità di quelle idee.
E' invalsa oggi la vulgata che le ex-neo-avanguardie siano una forma di progressismo letterario. Nulla di più falso, come hanno dimostrato questi ultimi quarant'anni. La penetrazione nel potere istituzionale da parte dei partecipanti al Gruppo è risultata pari soltanto a quella degli ex Lotta Continua nelle élite dell'informazione. Se davvero erano rivoluzionari, i gruppisti 63, devono riconoscere o il fallimento di una supposta strategia maoista (erosione del potere stando nel potere) oppure un trionfo verace delle loro ideologie. Tertium non datur.
A meno che... A meno che la rivoluzione del Gruppo non fosse una forma di rivoluzione conservatrice. In questo modo, tertium datur. Ed è la verità storica di questi quarant'anni di edificazione di una scuola estetica ed extraestetica papalina, fondamentalmente riottosa a ogni tentativo di sperimentazione che non fosse la sperimentazione gradita all'establishment neoavanguardista (la definizione del Gruppo come establishment non è mia: è di Edoardo Sanguineti).
Il primo e "rivoluzionario" nucleo teorico del Gruppo 63 era un concetto assai banale: la perdita di peso del linguaggio a fronte della trasformazione della sfera comunicativa. L'esplosione della pubblicità, la mercificazione linguistica, la deriva specialistica dei molteplici àmbiti tecnici in cui il sapere andava strutturandosi: questo panorama esigeva una risposta in termini linguistici. Il motivo centrale di una simile esigenza risiedeva nel fatto che le ex-neo-avanguardie erano sì materialiste, ma di un materialismo raffinato e atmosferico: un materialismo che, supportato da voghe psico-socio-filosofiche, supponeva che l'umano fosse riducibile a linguaggio. L'ontologia ridotta a linguistica. Tutto diventa riducibile a linguaggio: la storia, il mondo, mia zia Pina. I rapporti divengono il regno di una prassi linguistica. Le relazioni sono modificabili e rivoluzionabili secondo modifiche e rivoluzioni linguistiche. Un'ansia di controllo totale opera in questo atteggiamento metafisico: l'invenzione non è più il fantastico, poiché il fantastico è deducibile linguisticamente, e l'invenzione stessa coincide con un'operazione linguistica. Questa, agli occhi degli appartenenti al Gruppo 63, sembra una gran lotta contro un tipo di irrazionalismo e un certo vitalismo (vedremo più avanti in quale altro senso l'irrazionalismo sia terapeutico, secondo la poetica Novissima), entrambi identificati come radici attive di un fascismo sempre pronto ad aggredire la vasta vicenda umana. L'invenzione come orfismo e il razionale come deposito di una tradizione tirannica: ecco i due poli nemici tra cui si muove la critica neoavanguardista.
La lotta implicita a questa idea di fantastico avrà devastanti conseguenze sulla vita letteraria italiana. Il Gruppo 63 contribuirà all'opera di fossilizzazione della letteratura fantastica, esattamente come il nemico che si è scelto - e cioè il neorealismo. Gli immediati dintorni dell'assalto ex-neo-avanguardista si riducono alla distruzione della trama nel romanzo e a una centralizzazione del lavoro sulla lingua di superficie in poesia. Particolarmente interessante, ai fini di una valutazione spassionatamente storica del fenomeno, l'idea che tutta la più vieta tradizione poetica potesse essere giocata per smontaggi e rimontaggi, per frammentazioni e calchi del testo letterario. E' un po' come se il Gruppo 63 fosse l'equivalente letterario del Concilio Vaticano II: si gioca sull'estetica della comunicazione utilizzando un passato ambiguo, ricomponendolo in figurazioni apparentemente nuove. Con quali risultati, si vedrà.
Intanto infuriano le polemiche. Gli intellettuali del Gruppo non esitano a comportarsi con gli avversari secondo le più raffinate tecnologie proprie dei regimi autoritari: espulsioni, attacchi personali, prevaricazioni. E' una larga rete di potere in movimento, quella che si struttura sotto l'etichetta alfanumerica Gruppo 63. Le voci contrarie a quell'estetica apparentemente materialista sono tacitate, a meno che non siano voci talmente potenti e portatrici di argomentazioni talmente vere e difficilmente smentibili, da permettersi di stare in piedi quando investite da attacchi multipli e collettivi: per esempio, il Fortini della Verifica dei poteri, che arriva a preconizzare per gli appartenenti al Gruppo addirittura direzioni di canali televisivi, irridendo alla continuità con il potere che essi vorrebbero contestare.
Nel frattempo, insieme all'irresistibile ascesa istituzionale degli intellettuali del Gruppo, le strumentazioni teoriche che essi hanno lanciato figliano come conigli. Se uno si occupa di fantastico, è un fascista. Perfino il passato non deve essere riguardabile come una concrezione di fantastico: il passato è semmai una tradizione linguistica e solo linguisticamente lo si può riformare. Il fantastico viene assunto quale regno indiscusso delle microintelligenze a destra. Non che manchino le chance di recupero a sinistra di un fatto tanto capitale nella vita umana. Pensiamo a Furio Jesi e smettiamo subito di pensarci: col suo suicidio, finisce lì la questione di un'estetica materialista del fantastico.
Perde di centralità l'idea che le storie siano centrali e che si autostrutturino in trame che, lungi dall'essere rappresentazioni di un pensiero unico e autoritario, ne costituiscano piuttosto l'avversario naturale e il rimedio terapeutico interiore. Le trame stanno tutte a destra, nel reazionariato letterario che prima era neorealista e poi diventa intimista. Questa pressione continua e persistente, che la galassia del Gruppo 63 esercita senza posa sulle letterature alternative a quella che promuove, finisce per ridurre tutta la narrativa italiana a un aut aut assurdo: o la sperimentazione comunicativa (che a questo punto non è più tale: è una pratica istituzionalizzata, consolidata) oppure gli avversari che praticano un intimismo da intendersi come unico realismo raccontabile.
Non credo esista altro modo di leggere il romanzo e l'antiromanzo italiani degli anni Ottanta. Che sono gli anni dell'esplosione più spettacolare dell'ex-neo-avanguardia al potere: l'estetica di Angelo Guglielmi sembra rivoluzionare il piccolo schermo, mediante due categorie che si pagheranno care e che permetteranno all'idiozia commerciale di farsi leadership politica. Da un lato, l'ironia e la parodia come gioco linguistico perpetuo (di cui, nel decennio successivo, Anima mia sarà il culmine), in una fibrillazione isterica di montaggi di linguaggi diversi, con elezione del blob a categoria centrale e autentico bisturi con cui si disseca il reale. D'altro canto c'è il mondo che si dovrebbe autoraccontare, la storia che si autodenuncia, la cosiddetta "tv verità", che sostituisce il referto suppostamente oggettivo alla creazione di nuovo immaginario, cioè all'invenzione, e culminerà nel Costanzo Show prima e nei reality poi. L'antico nemico neorealista è dunque l'esito di questa estetica ex-neo-avanguardista, esattamente come la poetica dei montaggi linguisitici e dell'ironia stava già tutta nel crepuscolarismo che il Gruppo 63 intendeva combattere.
Si arriva ai Novanta e la scena, da televisiva, torna a essere letteraria. Con operazione cosmetica da strappare applausi, la gerontocrazia avanguardista decide di perpetuarsi attraverso la pratica di potere più antica che si conosca: il delfinato debole. Viene effettuata una storica operazione di marketing culturale, assolutamente priva di rispetto per la realtà umana che si va a investire di luminarie hollywoodiane. Si tratta del caso "Cannibali". Autori giovani, tra loro diversissimi e che a mio parere nulla hanno a che vedere con le ex-neo-avanguardie, sono assunti a prescindere dalle proprie caratteristiche intrinseche, e vengono eletti quali successori di padri putativi già storicizzati. Così Aldo Nove dovrebbe diventare la prosecuzione di Balestrini, Ammaniti il re della categoria unica della "contaminazione dei generi", Scarpa il performer che dimostra come l'extraletterario si in fondo pura piattaforma linguistica. Nel carrozzone vengono fatti salire nonscrittori o scrittori assolutamente secondari. C'è addirittura un assurdissimo patto con i postumi dell'ideologia ottentina di cui Tondelli è stato ispiratore: Massimo Canalini, operatore culturale ed editore, tenta di aggregarsi alla carovana cannibalica, portando acqua al mulino avanguardista (l'equivoco critico su Enrico Brizzi è significativo: uno dei nostri migliori scrittori viene confuso con la massa degli scrittori di neo-neo-avanguardia). Viene perfino individuato, in perfetta strategia imperiale, un singolo nemico, che dovrebbe risultare isolato e più debole dei delfini scelti dai monarchi: e sarebbe Giulio Mozzi, lo scrittore che manifesta prospettive ontologiche al di là del linguaggio, avversario ideale delle nuove schiere avanguardiste.
La realtà sfugge di mano alla programmazione della realtà, anche se l'operazione cosmetica è riuscitissima e i padri del '63 riescono a risultare ineffabili maestri del '93. Essi hanno individuato intellettuali atipici e forti che, alla lunga, non possono essere ricondotti al magistero ex-neo-avanguardista. Finirà che, in un postumo incontro, i padri accusino in maniera sconsiderata i figli: accade in quel di Reggio Emilia, dove a Scarpa e Nove viene addirittura imputata la responsabilità dell'ascesa al potere di Berlusconi (letteralmente; a proferire l'accusa sono due coniugi accademici ex-neo-avanguardisti). Intanto, però, Aldo Nove si è dimostrato più petrarchista di qualunque Novissimo; Scarpa ha subito utilizzato l'autorevolezza di cui dispone per fare finalmente pubblicare Antonio Moresco; Ammaniti, fottendosene completamente dell'ideologia della contaminazione di generi e dell'ideologia linguistica di cui l'ex-neo-avanguardia è portatrice, si è messo a mulinare trame e storie, assecondando il suo furibondo talento. E Mozzi, anziché fare il fragile spiritualista che se ne sta lì a subire il ruolo di piccolo nemico designato, incomincia un lavoro di pedagogia letteraria che va a interlacciarsi in maniera perfetta con il proprio racconto - un racconto in cui la trama non è centrale, ma non come desidererebbero i padri fondatori del Gruppo 63. La divagazione in purezza e male, la metafisica dell'ambiguità di cui Mozzi è interprete, la perfetta scansione stilistica che testimonia di una nitidezza linguistica eccezionale - ecco la sfida di Mozzi a un decennio in cui la letteratura morale e altostilistica avrebbe dovuto tramontare definitivamente.
Torniamo però agli anni Sessanta. Fino a qui è stata compiuta una volutamente superficiale storia degli effetti o, meglio, degli esiti. Sono esiti che non possono conchiudersi nell'àmbito stretto della critica letteraria (volutamente non sono stati citati testi, passi, versi, nemmeno semplicemente titoli, e pochi autori). Gli esiti siamo noi: è l'atmosfera estetica in cui si muovono i lettori e gli scrittori italiani nel nostro presente. Questi esiti sono attinenti alla sfera sociologica, comunicativa e materiale, piuttosto che riferibili a una semplice questione di poetica. E' una poetica diffusa, quella che viene impulsata dal persistere dell'ideologia ex-neo-avanguardista - un'estetica diffusa che produce l'effetto Alka Seltzer di Enzensberger (il che matura la visibilità di quella tecnica di messa in abisso suicida a cui, sul lungo periodo, vanno incontro quasi tutti gli avanguardisti).
Altro discorso rispetto agli esiti è quello che concerne le origini. Che cosa abbia spinto alla creazione e alla diffusione di una neoavanguardia così atipica come quella italiana è presto detto: l'insoddisfazione. Testo centrale per comprendere tutta l'ex-neo-avanguardia è la prefazione di Alfredo Giuliani all'antologia I Novissimi, edita da Einaudi nel 1965. In questo intervento Giuliani evidenzia due teologie laiche: una negativa, di marcata insoddisfazione circa gli esiti della tradizione letteraria sul suo tempo (è un esercizio simile a quello che qui si sta facendo); e una positiva, che consiste in una proposta ideologica e soprattutto linguistica. Constatate le ragioni e le cause di un degrado insopportabile, se ne traggono le conclusioni e si apportano i correttivi. Ecco un passo significativo dell'introduzione ai Novissimi:
Non soltanto è arcaico il voler usare un linguaggio contemplativo che pretende di conservare non già il valore e la possibilità della contemplazione, ma la sua reale sintassi; bensì è storicamente posto fuori luogo anche quel linguaggio argomentante che è stato nella lirica italiana una delle grandi invenzioni di Leopardi.
Due aspetti delle nostre poesie vorrei far notare particolarmente: una reale "riduzione dell'io" quale produttore di significati e una corrispondente versificazione priva di edonismo, libera da quella ambizione pseudo-rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni cammuffamenti.
(...) Il nostro compito è di trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest'ultima a misurarsi con la vita contemporanea. Si intravede qui un'indefinita possibilità di superare la spuria antinomia tra il cosiddetto monoliguismo, che degenera nella restaurazione classicistica, e quella "mescolanza degli stili" o plurilinguismo, che finisce in una mescolanza degli stili.
Qui bisogna davvero prescindere dagli esiti. La categoria forte proposta dagli eredi del Gruppo 63 nel corso degli anni Novanta è infatti la mescolanza degli stili, è il plurilinguismo stesso: la contaminazione tra generi e lingue dei generi diventa il perno poetico che sorregge qualunque piattaforma - narrativa o poetica - delle neo-neo-avanguardie.
Giuliani ha in mente invece un sentimento diffuso di stanchezza rispetto a certi modi di praticare passivamente la tradizione letteraria, che quando esige di rinascere si fa sentire come protocollo di diktat non più sostenibili. La riforma della tradizione, agli occhi del Gruppo 63, altro non è che la tradizione stessa. Questa riforma è essenzialmente linguistica e consiste soprattutto nell'apertura delle pratiche di linguaggio alla lingua comune, parlata. Una posizione che non è soltanto di Giuliani, ma persino dei suoi avversari. Ecco cosa scrive Pier Paolo Pasolini ad Allen Ginsberg, a due anni soltanto dalla pubblicazione dei Novissimi:
Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di PAZZI, la mia una borghesia di IDIOTI. Tu ti rivolti contro la PAZZIA con la PAZZIA (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’IDIOZIA? Ecc, ecc. queste sono state le nostre chiacchiere. Molto più belle le tue, e te l’ho anche detto il perché. Perché tu, che ti rivolti contro i padri borghesi assassini, lo fai restando dentro il loro stesso mondo... classista (sì, in Italia ci esprimiamo così), e quindi sei costretto a inventare di nuovo e completamente - giorno per giorno, parola per parola - il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere degli inventori di parole. Noi qui, invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch’io - come vedi. Non riesco a MESCOLARE LA PROSA CON LA POESIA (come fai tu!) - e non riesco a dimenticarmi MAI e naturalmente neanche in questo momento - che ho dei doveri linguistici... E’ un linguaggio che non prescinde mai dall’idea del potere, ed è quindi sempre pratica e razionale. Ma la Pratica e la Ragione non sono le stesse divinità che hanno reso PAZZI e IDIOTI i nostri padri borghesi? Povero Wagner e povero Nietzsche! Hanno preso tutta loro la colpa. E non parliamo poi di Pound! Per me era soltanto pura colpa... una pura funzione... la funzione attribuita dalla società dei padri PAZZI e IDIOTI, coltivatori di pratica e razionale - per detenere il potere, per distruggere se stessi? Nulla conferisce un senso, o meglio, una sensazione di colpa più profonda e incurabile che detenere il potere. E’ dunque incredibile che coloro che lo detengono desiderino morire?
Questa rivoluzione del linguaggio propagandata dalle neo-avanguardie non è altro, dunque, che linguaggio rivoluzionario, preformato e già istituzionalizzato: questa è la sensazione (e la polemica) dei detrattori del Gruppo 63. E' su questo punto che le interpretazioni divergono. Del resto, Edoardo Sanguineti è stato esplicito, nelle dichiarazioni di poetica (sempre nei Novissimi): bisogna infatti
gettare se stessi, subito, e a testa prima, nel labirinto del formalismo e dell’irrazionalismo, nella Palus Putredinis, precisamente, dell’anarchismo e dell’alienazione.
Dichiarazione dalla quale si desume una sorta di gnosi linguistica, di messianesimo giocato unicamente sul piano dei linguaggi, che tende a uniformare tutto il reale, e che riporta a sé tutto il non-linguistico.
Questa sorta di irrazionalismo al quadrato solleva le ire di Franco Fortini. E' il motivo fondamentale di attrito continuato tra l'autore della Verifica dei poteri e lo stesso Sanguineti, il quale continua la polemica perfino dopo che Fortini è morto, arrivando a dichiarare una posizione che non è più linguistica, ma sociopolitica tout court, dalla quale si può bene immaginare quale fosse il reale terreno di scontro tra i due poeti. Dice infatti Sanguineti in un'intervista al Corriere il 22 gennaio 2005:
"Io ho sempre visto nel Pci, almeno fino a Natta, un diritto acquisito storicamente a rappresentare il proletariato; non mi piacque mai il ‘68 così come si configurò in concreto". Fortini, invece, ne fu attratto fino a diventarne uno dei padri ideali.
Questa legittimazione dell'istituzione politica contro l'invenzione è abbastanza sintomatica. E' il passaggio dal desiderio di riforma linguistica, che i Novissimi avevano avanzato, alla strenua difesa dell'istituzione linguistica quale realtà totale. L'accusa mossa da Fortini, in fondo, si appunta proprio su questa fede irrazionale nella totipotenza della linguificazione. Da essa matura un'alienazione meccanica: una macchinazione antiumanistica. Non sarà un caso che la più ficcante e gnomica stroncatura a Sanguineti provenga proprio da Fortini in questi precisi termini. Recensendo Laborintus, Fortini dichiara che Sanguineti giunge all'informalità nella lirica attraverso una tecnica di "automatismo procurato". Da quell'automatismo, procurato con atto di deliberata volontà, può provenire unicamente il rovesciamento degli esiti sperati dalla neoavanguardia, per cui, a trent'anni dal Gruppo 63, il mistilinguismo, che era obbiettivo polemico, è diventato il cardine poetico principale degli eredi di Balestrini.
Lo scontro è però estremamente confuso. I termini di una simile confusione li descrive alla perfezione Francesco Leonetti, ricordando l'esperienza maturata nella rivista Officina (nella cui redazione Pasolini e Fortini sedevano accanto e sulle cui pagine esordì Sanguineti). Leonetti determina questo campo di tensioni discutendo la
posizione di Pasolini stil-critico: in quanto egli raccoglie da Contini-Longhi, e, dietro ad essi, da De Lollis, un'interpretazione della linea dominante come petrarchesca, anche il Leopardi. Ora io stimo ciò caratteristico della considerazione neutrale, prevalentemente stilitstica-linguistica, del lavoro letterario, e intendo rivedere a fondo questo problema. Ma tale via ebbe buon gioco contro il realismo facile del tempo; e personalmente a Pasolini e ad altri permise - insieme al consenso motivato dei maggiori critici - l'orientamento verso il plurilinguismo, il gergale (pseudo-sociologico), malinteso come alternativa originariamente 'dantesca', e, via via, verso la combinazione espressiva che è pura tensione di significanti. Se si accetta questa rapida nota, se ne può inferire che la sucessiva 'avanguardia letteraria' è una prosecuzione (con sofferenza di Pasolini) della sua stessa scelta, attraverso rinuncia alla elaborazione di contenuti e forme.
Per "contenuti e forme", Leonetti intende evidentemente trame e strutture e poetiche tematiche e lavoro sui personaggi (in narrativa). E' vero e non è vero che questo esito (o, almeno, secondo Leonetti le avanguardie sono un esito: e sono un esito pasoliniano, in un certo senso) tralascia la centralità di un lavoro effettuato su strutture (soprattutto narrative, anche in poesia) per cercare un'alternativa allo stile.
In Postkarten Sanguineti enuncia chiaramente questa posizione, ma nel frattempo discetta anche di altro:
la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell'articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il "Corriere" dell'11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, "perché è difficile scrivere chiaro" (e che
dice persino, ahimé, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile:
Nonostante le intenzioni mostrate da Sanguineti, l'ex-neo-avanguardia si perpetua fino a oggi attraverso uno stile: uno stile avanguardistico anche quando l'avanguardia è ormai retroguardia, se non altro per il fatto che i tempi sono cambiati e il mondo si è immensamente trascinato altrove.
Questo stile che si pretende assenza di stile (la prima occorrenza è lo stile nuovo e avanguardista, la seconda è lo stile alto e tradizionale) è la controparte linguistica a una poetica del referto che favorirà l'imporsi di un intento neorealista, culmine di tutte le pratiche ex-neo-avanguardiste. Come ha recentemente scritto Aldo Nove, partendo dal lavoro poetico e narrativo di Nanni Balestrini per arrivare a sé:
Allora bastava descrivere un caso per ricavare il modello. Ora ognuno ha la sua esclusiva, parcellizzata, personale e drammatica situazione. Se la letteratura ha un senso, bisogna che trovi un linguaggio per raccontare questo. Io non me la sento più di scrivere fiction, romanzi, poesia. Metto le mani sulla tastiera e non ci riesco. Ora, è più importante riferire che non inventare.
Riferire anziché inventare: è il motto di un realismo ingenuo, un realismo fabulistico - la realtà racconta la sua propria favola, racconta le cose come stanno, e lo scrittore si limita a trovare un linguaggio adeguato a questa favola. Come si vede, l'accusa di Fortini coglieva nel segno: questa è una gnosi, una poetica del noumeno che si svela. Non è una redenzione laica: è una redenzione e basta.
A considerazioni di poetica bisogna però necessariamente sostituire considerazioni sociologiche. E', purtroppo, un esercizio a cui costringe la decadenza della critica letteraria, che ha cristallizzato il secondo Novecento italiano in compartimenti stagni che andrebbero dilaniati. Già Fortini stesso aveva ravvisato questa ambiguità. Il Gruppo 63 ha le sue responsabilità in tutto questo. Si è imposto come un marchio nella storia della nostra letteratura, forzando la distinzione tra poetica e storia sociale, e imponendo un'interpretazione critica che sembra indiscutibile, da manuale liceale. E' impossibile descrivere questa situazione disagiata meglio di quanto fece nel '75 Fortini medesimo:
Io non credo assolutamente alla ipotesi di una fine di Officina dovuta al fatto che stava per succedervi la fase rappresentata dalla nuova avanguardia e da un diverso sviluppo della nostra società. Non lo credo perché non credo a questo tipo di cronologie. Laborintus di Sanguineti è stato scritto negli stessi anni in cui venivano scritti Le ceneri di Gramsci di Pasolini o il mio libro Poesia ed errore. Veramente trovo molto negativa questa abitudine, invalsa nella scuola come nell’università, di far succedere alla età degli ermetici il periodo di quegli sciocchini che furono i neo-realisti, per di più populisti, seguiti dalla nuova avanguardia. Questa non è la storia della letteratura, è la storia della Fiera di Francoforte o se volgiamo la storia dell’editoria.
E' la storia dell'industria culturale che fagocita le poetiche incarnate in forma letteraria. Le poetiche sono fagocitate dall'industria appropriandosi delle loro retoriche o, meglio, dell'incidenza esclusivamente linguistica delle retoriche. L'idea dello stile che il Gruppo 63 ha imposto è esclusivamente e piattamente linguistica: fuori dalla catabasi nell'inconscio, peraltro indefinitamente linguificabile, non c'è nulla. Le retoriche linguistiche vengono esportate ovunque dagli ex-neo-avanguardisti. Quanto a retorica, nessuna differenza tra Blob e un testo di Sanguineti. Dove starebbe allora lo specifico della letteratura? Il rapporto tra letteratura e mondo è giocabile soltanto sul piano retorico?
Questa convinzione, non si sa quanto consapevole, ha condotto a un recupero dei generi popolari (prima del Gruppo 63 additati sdegnosamente come paraletteratura) che diventa assolutamente indistinguibile da ciò che accade fuori dai testi: per esempio, in televisione. Sempre sul piano delle retoriche, infatti, manca ogni criterio, oggi, per distinguere un noir e una fiction poliziesca in tv. Per distinguere e per percepire la potenza quintessenzialmente letteraria del testo, siamo costretti a cercare altrove - un elemento differenziale che emerga nella prassi narrativa e poetica, distinto dalla semplice linguificazione. Nulla di religioso, ovviamente. Così come la psicologia contemporanea si sta affrancando dal dominio dell'inconscio e penetra in ambiti per nulla metafisici epperò irriducibili allo schema delle topiche freudiane, la letteratura penetra in territori nei quali non funziona più nulla delle mappe consegnate dal Gruppo 63.
Questo, e solo questo, è al momento il lavoro di esplorazione che stanno compiendo gli scrittori italiani oggi - i primi che lavorano dopo la morte del Gruppo 63.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 19 Aprile 2005
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