C'è da fare un discorso sulla letteratura per ragazzi. Non che io sia un esperto, poiché così accade ormai: bisogna essere esperti per occuparsi di letteratura per ragazzi. Addirittura non ci si deve occupare di letteratura per ragazzi: la letteratura per ragazzi si identifica quasi totalmente con l'editoria di settore. Molte le variabili che stravolgono i normali parametri di valutazione dell'editoria per adulti, e costringono a una serie impressionante di competenze specifiche, di specializzazioni e mappe oscuramente segrete, prima di avere titolo per azzardare giudizi sulla letteratura junior. Siccome, poi, generalmente, agli scrittori adulti non frega assolutamente nulla di una letteratura che ritengono minoritaria e che guardano con la tenerezza pietosa che gli ipocriti riservano agli handicappati, la letteratura per ragazzi è diventata una discarica, una riserva indiana, dove l'industria la fa da padrona, dove la strategia del marketing è predominante, dove il management diventa più leggendario degli autori, dove questi autentici eroi (quando lo sono) che inventano e resistono sono totalmente in balìa delle logiche di mercato. Le più fosche previsioni sull'industria che fagocita il sogno della letteratura hanno qui una realizzazione inquietante.
Di tutto ciò poco mi interessa. Considero la letteratura per ragazzi una letteratura tout court, quando essa è in grado di mobilitare con potenza l'immaginario, di utilizzare tutte le retoriche, di smuovere l'emotivo congelato dell'umano occidentale. Ai miei tempi era Salagari, la letteratura per ragazzi - e oggi c'è un Meridiano dedicato a Salgari. Bisogna operare sulla letteratura adolescente la medesima svolta che si è compiuta con gialli e fantascienza: non si tratta di paraletteratura, bisogna affermarlo con forza.
Nei giardini dell'infanzia si covano sogni e complotti. E' necessario abituarsi a vedere il talento ovunque fiorisca. In Italia, per esempio, il talento è fiorito e sta erompendo in Cristina Brambilla, che esce da Mondadori Junior con un romanzo irresistibile, comico e meditativo, letteralmente incantevole, che si intitola Il drago in discarica. Questo libro rinnova il patto di alleanza tra l'immaginario adulto e l'infinitudine creativa di qualunque adolescenza: il che è il sogno di tutta la letteratura.
Come ha dimostrato la saga potteriana di J.K. Rowling, la domanda generalizzata nell'occidente industrializzato è una richiesta di immaginario. In un mondo fattosi rodariano, dove prevale la grammatica sulla fantasia e dove è necessario il telefono per raccontare favole, l'immaginario sta imponendo una febbre che, se esistessero filosofi all'altezza dei tempi, verrebbe qualificata come brace sotto cui cresce la rivolta assoluta, il fantastico capovolgimento dei mondi.
Non esiste discontinuità tra le dispercezioni rivelatrici di Pynchon, le ucronie di Dick, le scorribande sottostoriche di Ellroy e i voli del piccolo Potter. Se Dan Brown segna record di consumo, è perché sotto il consumo si agita insopito un clamoroso desiderio. Si tratta del desiderio di essere scossi nell'intimo e di scuotere l'universo. E' il desiderio di reincantare il mondo, di struggersi e distruggere, di essere feroci e innocenti come soltanto i piccoli sanno di essere. C'è un messianesimo collettivo in questa ondata primaria di desiderio e sogno: partecipare alla riforma creativa del mondo, spogliarsi festosamente dei propri pesi psichici (così simili alle ricchezze materiali) per potere, liberi, passare per la cruna dell'ago.
Il drago in discarica di Cristina Brambilla è una delle massime e più inventive occorrenze di questo sogno, per una volta sognato in lingua italiana. La storia di Poco, bambino allegorico che apprende il mondo con una carica di sensibilità da brividi, è accompagnata da personaggi che stanno tra l'Armata Brancaleone e la parodia delle saghe arturiane, senza tuttavia sfiorare il fantasy irrigidito e ormai vieto, che da Shannara ai giochi di ruolo ha ormai cristallizato il proprio immaginario. Soltanto la meschineria dell'adulto che suppone di sapere può scambiare il puzzolentissimo drago di Brambilla con il rettile di Avalon, che ha ormai stancato la fantasia dopo mille anni di onorato servizio. Il drago che sta in discarica (una discarica che è metafora dell'occidente) è lo sforzo riuscitissimo di innovare un immaginario consolidato, ormai noiosamente indiscutibile come Ciriaco De Mita.
Questo drago fa ridere e fa commuovere, laddove gli altri draghi fanno sbadigliare. E', questo drago, esilarante all'inizio del romanzo, ma a tre quarti del libro subisce un'accelerazione talmente prodigiosa (accelerazione linguistica e immaginifica) che senza dubbio lo fa entrare nel pantheon dei personaggi più memorabili della nostra letteratura più recente: non quella per ragazzi, intendo proprio tutta la letteratura. Il finale del Drago in discarica è talmente perfetto, che io lo userei per insegnare a tanti romanzieri adulti come si chiude e non si chiude un libro. Il draghetto brambillesco è una rivoluzione dei sensi: questo personaggio assurdo lo si annusa, lo si tocca, lo si vede e lo si ascolta. Al termine della lettura, se ne è ghiotti: si desidera assolutamente un'altra avventura che lo abbia per coprotagonista.
Che Cristina Brambilla fosse una brava scrittrice, lo si era capito sin dagli esordi. I primi due romanzi, che hanno per protagonista Pietrino e il mostruoso harlequin Federciccio, erano usciti per Salani, che sta mandando in libreria la terza puntata della saga dei due compagnoni di Odore di brodo e Spettri in palio, e che si intitola I custodi degli scacchi neri, sorta di Codice da Vinci per piccole menti anarchiche. Con Il drago in discarica, che Salani si è lasciata sfuggire e Mondadori no, Cristina Brambilla non dimostra solo di essere una brava scrittrice: dimostra di essere una scrittrice di altissimo livello. La sua furia comica è assoluta, la sua lingua si scatena in invenzioni mirabolanti, i personaggi ruotano all'impazzata in un carnevale che somiglia in maniera impressionante a una rivoluzione.
La caratteristica fondamentale della scrittura di Brambilla è l'umorismo: un umorismo legato alle modificazioni del linguaggio, affidato a storture e folgorazioni che avrebbero deliziato contemporaneamente Flaiano e Age&Monicelli. Autentico spassosissimo labirinto linguistico, il romanzesco a cui lavora Cristina Brambilla è sempre un dedalo che, a ogni svolta e a ogni parete cieca, trasmette suspence e concede al tempo stesso il sollievo della sdrammatizzazione della suspence. Ossessioni poetiche di Brambilla sono infatti i sotterranei, le segrete complesse, i sottomondi strutturati in universi abnormi, a volte affascinanti e più spesso ammorbanti. In una dialettica che conquista via via con potenza, il mondo di sopra collassa nel mondo di sotto. Altri mondi, sempre, irrompono in questo mondo. Le storie si divincolano dai percorsi che le preordinano, deragliano, impazziscono in libertà febbrile, in un delirio di forza creativa che, a mio parere, meriterebbe una misura più ampia, affinché il sogno risultasse ancora più scatenato e furibondo: un sogno inesaurbile.
Le mutazioni fantastiche che originano i personaggi animaleschi e umani dei romanzi di Cristina Brambilla sono pressoché infinite. Il confronto serrato tra regno umano e animale, tra popolo sovrannaturale e genti storiche - ecco il perno che fa ruotare la popolatissima piattaforma narrativa di questi libri. Un teatro umano e disumano che ha nel grottesco e nel mostruoso il suo esotismo, e nella riforma della pedagogia realista la sua ragione d'essere. E tutto ciò è consanguineo alla messa in luce della pietà. La pietà è l'ultima dea, che sembra essersi volatilizzata nel deserto del reale, in un processo che non è di semplice disumanizzazione: è proprio l'inveramento delle capacità più demoniche dell'umano. L'uomo pratica il male, ma contro il male non si erge alcun bene - si ergono l'immaginario, le forze cosmiche interiori e, soprattutto, le potenze della pietà.
A chi si nutre di letteratura apparirà dunque chiaro che tutto il lavoro di Cristina Brambilla non è semplicemente raccontare storie a cuccioli di consumisti. Si tratta di allegorie del piacere: l'invenzione come estrema risorsa. Per questo preciso motivo ci si attende da Cristina Brambilla un romanzo altrettanto sfrenato del suo Drago in discarica: un romanzo per adulti, quel popolo di disperati in attesa di essere salvato dagli scrittori e, in questo caso, da una scrittrice.
Cristina Brambilla - Il drago in discarica - Mondadori Ragazzi - € 6,50