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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Coe: Circolo chiuso

Non sono un fan sfegatato di Jonathan Coe. Non mi attrae irresistibilmente la tecnica fredda di mélange tra ironia e tragedia laica (direi proprio borghese: e, quindi, non si tratta più di tragedia) che l'autore di La casa del sonno spalma ovunque, perfino nell'interessante tentativo di allestire una saga, un grande ciclo narrativo. C'è un elemento che avverto come eccessivamente cerebrale, una distanza dalle viscere mentre si entra in àmbito viscerale, un calcolo programmato che percepisco eseguito al massimo delle capacità, e, infine, un'idea neoclassicista del divertimento letterario che si elegge a categoria della profondità. Detto ciò, Jonathan Coe è uno scrittore che solleva entusiasmi e di questo bisogna essergli molto grati. E' appena uscito Circolo chiuso, che chiude davvero un circolo, andando a completare ogni segmento lasciato aperto ne La banda dei brocchi. Pubblico dunque, insieme a un estratto del nuovo romanzo, due interviste a Coe: una recente di Monica Capuani (uscita su D) e una relativa a La casa del sonno a cura di Giovanna Zucconi.


Piccoli brocchi crescono. Intervista a Jonathan Coe


di MONICA CAPUANI

Coe_126_185.jpg“Il fatto e che la gente come Paul si riprende sempre. Guarda Michael Usborne. Dopo che ha fatto schiantare la societa che dirgeva e si è lanciato col paracadute arraffando un paio di milioni, tutti dicevano che era finito. e invece e tornato e dirige una maledetta azienda elettrica. Questa gente non è come il resto di noi. Sono invincibili, quelli lì”. Paul Trotter era il ragazzino più piccolo che a scuola tutti odiavano perché collsiderato di destra. Ora è un deputato e milita nel nel Labour di Tony Blair. È un bell'uomo sposato, ha due figlie, nessun senso dell’umorismo e un concetto della politica a dir poco utllltaristico. A favore di sé, ovviamente. Michael Usborne è un top manager di quelli specializzati in “liquidazioni”. Claire Newman è in vacanza con lui alle Cayman, e quando capisce che sta per silurare, dopo natale, naturalmente "solo" 146 impiegati, lo molla sull'isola.
Paul e Michael appartengono alla nutrita truppa di personaggi di Circolo chiuso, l'ultimo romanzo di Jonathan Coe. I lettori più affezionati li riconosceranno subito, perché, questo libro e una fotografia a distanza di vent'anni del gruppo di giovani dibelle speranze che lo scrittore inglese aveva celebrato nel romanzo precedente, La banda dei brocchi.
Alle sette e un quarto di mattina, davanti a un cappuccino in un caffé dietro alla fontana di Trevi, Jonathan Coe, a Roma per un soggiorno-lampo, sembra un ragazzo allampanato ingrigito dai due decenni che hanno segnato i personaggi di Circolo chiuso. I bilanci non sono mai facili, si sa, ma compiere quarant'anni a cavallo del 2000 non fa bene a nessuno. Claire, inchiodata al mistero della scomparsa mai chiarita della sorella Miriam, torna dall’Italia per trovare una Birmingham irriconoscibile, schiava del design e delle "tendenze" e gli inglesi che sono diventati isterici al volante, maniaci del cellulare, e senlbra non facciano altro che incontrarsi nei caffè, in una tardiva ed entusiastica scoperta della socialità. Benjamin Trotter, fratello più grande di Paul e commercialista, non avendo concluso l'opera d'arte innovativa, connubio tra letteratura e musica, che da anni sta scrivendo e ha ormai superato le mille pagine. E ancora sposato con ernily, non si è liberato dell'ossessione amorosa dell'adolescenza per Cicely, e un giorno conosce Malvina. È una studentessa universitaria che vede in un caffé e lo attrae come nelle più ineluttabili affinità elettive, ma fa l'errore di presentarla a Paul, che la assume all'istante come sua consulente mediatica. Poi c'e Doug Anderton, star del giornalismo, implacabile fustigatore politico, e sposato a una rampolla dell'aristocrazia, Frankie, il cui unico talento e sfornare marmocchi. E c'è Lois, sorella dei Trotter, ora sposata e madre di Sophie, segnata dal dramma della morte del fidanzato in un pub di Birmingham fatto saltare in aria da un attentato dell'ira, e c'è Philip Chase, giornalista ex marito di Claire e padre del loro figlio adolescente Patrick, e molti, molti altri. Sullo sfondo, scorre la storia recente, con l'11/9 e la guerra in Iraq.

L'impossibilità di distinguere tra la politica della destra e quella della sinistra genera un senso di incertezza, sgomento, impotenza, un'atmosfera che pervade tutto il romanzo...

coe_big.jpgIl personaggio di Paul Trotter era un modo per affermare un'idea precisa: la continuità tra la politica di Tony Blair e del New Labour e quella di Margaret Thatcher e dei conservatori degli anni novanta, per qualche motivo molto naïf, la maggior parte di noi aveva creduto che le cose sarebbero andate diversamente. Certo, sapevamo che il partito laburista si era "modernlzzato", per usare la loro terminologia, e che il programma del '97 aveva subito grandi svolte rispetto a quello del '79, quel prefisso "New", prima di Labour, lo segnalava chiaramente. Ma non avremmo mai potuto immaginare fino a che livello il partito di Tony Blair avesse assorbito l'entusiasmo della signora Thatcher per il libero mercato. I laburisti che alla fine degli anni settanta militarono a fianco dei sindacati, nell'estrema sinistra, oggi occupano posizioni di potere e la loro posizione ideologica si e spostata completamente a destra. È un fenomeno assolutarnente tipico. Paul Trotter invece e un protoneolaburista del '97 coerente con le sue idee, perché già ai tempi della scuola era un sostenitore del liberalisrno in campo economico. A livello simbolico, rappresenta le radici autentiche del New Labour, che non sono quelle del partito laburista della fine degli anni Settanta, ma di quello conservatore che prese il potere negli anni Ottanta.

In quella parolina, “New”, c'è un inferno di differenza...

Si, una differenza che assume quasi un valore di negazione. La lingua ha il potere di compiere simili operazioni.

L’importante in politica è far digerire alla gente le cose nel modo giusto. Paul assume una studentessa universitaria come sua "consulente mediatica”…

Nell'era della comunicazione, la preoccupazione principale dell'uomo politico, e Paul non fa eccezione, è “come” comunicare le sue idee e “quali” esprimere in pubblico, considerato lo strapotere del media. Ciò che si dice è importante solo in funzione di come verrà interpretato e di come la stampa e la televisione lo presenteranno alla gente. Un'altra caratteristica atipica di Paul è la sua ambizione. La maggior parte dei deputati laburisti fa il suo lavoro, va in parlamento, vota, si occupa d i conservare il proprio territorio e poi va a casa. Paul vuole di più. È questa ambizione che lo costringe ad andare a letto con i media. Ma alla fine, quando deve votare sulla guerra in Iraq, diviso tra la fedeltà al partito e le sue convinzioni politiche più infime, fa un salto nel vuoto e opta per una terza via: quella delle sue emozioni, dell'amore per Malvina. Per quanto sconvolgente, quella scelta mi piace. In un modo perverso, per la prima volta si comporta come un essere umano, pieno di limiti, è vero, ma che almeno ha fatto un passo nella giusta direzione.

Incoerenza politica. Instabilità emotiva, insicurezza economica. Non sono bei tempi quelli che stiamo vivendo e che lei ha scelto come ambientazione per Circolo chiuso.

Sì. è un penodo quasi incomprensibile e per me, come scrittore. È stata una sfida sobbarcarmi l'onere di un'ambientazione contemporanea che non mi ha consentito neanche l'aiuto di una breve prospettiva. La distanza aiuta l'analisi. Lois, alla fine del libro, ha ulla specie di intuizione. “Ce ne saranno altri”, dice citando alcuni degli ultimi attentati terroristici accaduti in giro per il mondo, “ne sono certa. È solo questione di tempo, prima che succeda qualcosa di peggio. Qualcosa di enorme...”. È la previsione di un'esplosione, in senso letterale o simbolico. Nessuno può prevedere il futuro. Chi mai avrebbe potuto immagginare l’11 settembre? Chi avrebbe potuto dire qualche anno fa che la Gran Bretagna avrebbe partecipato in maniera cosi entusiastica alla guerra con l'Iraq, a fianco dell'America di Bush? Nella politica inglese di questi tempi, c'è una parola-chiave: “scelta”. È il bene più prezioso che si possa regalare alla gente. Ed e un bene perduto, perché al giorno d'oggi dietro a un'offerta apparentemente differenziata, c'è una scelta obbligata, come nei dieci catfe Starbucks del quartiere, dove il prodotto è lo stesso. Come dietro al due partiti di maggioranza e opposizione che, in Gran Bretagna, sostengono una politica quasi identica. Tra tre mesi c'è un importante appuntamento politico, ma come elettore sento di non avere alcuna scelta. È una prospettiva terrificante, i personaggi di Circolo chiuso, superati i quarant'anni, si trovano ad affrontare quest'era delle scelte obbligate, una situazione opposta a quella de La banda del brocchi. Alla fine della scuola, intatti c'era quell'età meravigilosa in cui avevi la sensazione che di fronte a te si aprissero infinite possibilità.

Lei quanti anni ha?

Quarantatré.

Cosa si aspettava da questa età vent'anni fa?

Non ci pensavo affatto. Più si invecchia, più si pensa al futuro. Forse perché la percezione del tempo che passa si accelera. Le mie figlie di sette e quattro anni vivono per il momento. Quando saranno teenager vivranno per la giornata. A vent'anni, per la settimana. A trenta, per l'anno dopo. Oggi, io vivo per i dieci anni che ho di fronte. E anche la direziome della mia esistenza e cambiata. A quarant'anni non si e più completamente concentrati su di se: oggi vivo per le mie bambine, per i miei anziani genitori, per i mei amici più cari.

Qualche previsione per gli anni a venire?

Non so. Forse non scriverò più. Questo libro si chiama Circolo chiuso perché sento che ha concluso una fase nel mio sviluppo come scrittore. Ho scritto commedie piuttosto ambiziose che, nella cornice del realismo sociale, combinavano ironia e malinconia, intrecciavano storie private e vicende legate alla storia del paese. In quella dire-zione, credo di aver detto tutto, ormai. Forse tenterò con un altro mezzo, sperimenterò un altro linguaggio.

Come il cinema? È vero che ha scritto la sceneggiatura di La casa del sonno?

Sì. C’è un progetto da sei anni, ma in Inghilterra è abortito. In questi giorni - grazie al mio amico scrittore Roberto Moroni - ho avuto un incontro con una società di produzione italiana, la Cattleya. È strano: in Inghilterra quel romanzo è caduto completamente nell'oblio mentre in Italia è quello che tutti continuano a chiedermi di autografare.

Il suo interesse per il cinema non è un segreto, anche grazie alle sue biografie di James Stewart e Humphrey Bogart...

Vecchi libri un po' imbarazzanti, scritti in fretta, per bisogno di soldi. Ma mi sono divertito ad approfondire le vite di quei due attori, tra loro cosi diversi. La recitazione di Jimmy Stewart era quasi da avanguardia a Holliywood: parlava lentamente, a bassa voce, era estremamente naturalistico. Era un precursore della complessità, della vulnerabilita, della ricerca dei lati oscuri di personaggi come quelli che interpreta in La donna che visse due volte di Hitchcock o in Harvey di Henry Koster, dove se ne va in giro con un enorme coniglio immaginario. Bogart era piu consapevole delle caratteristiche che un attore doveva avere per trastormarsi in un eroe americano, incarna alla perfezione l'ideale del macho un po' misogino.

Tra La banda dei brocchi e Circolo chiuso, è riuscito a ultimare la monumentale biografia di B. S. Johnson, scrittore inglese suicida a quarant'anni, oggi completamente dimenticato...

È uno del miei libri più personali, ci ho lavorato per quasi dieci anni. Ho una grande ammirazione per Johnson e attraverso la sua vita ho cercato di raccontare le cose che, come scrittore, mi stanno a cuore: le traversie nella politica dell’editoria, la difficoltà di trovare lettori per la scrittura sperimentale, il rapporto che uno scrittore ha con i suoi eroi letterari e con la tradizione che lo precede. Ma in italia non lo leggerete mai. Sarebbe un investimento di traduzione troppo alto per la storia di un autore sconosciuto anche in inghilterra, eppure ce l'ho messa tutta perché avesse la dignità letteraria e la qualità avvincente del migliore dei miei romanzi.


Circolo chiuso: l'incipit


di JOANATHAN COE

Sono ferma sulla sponda del canale, pochi minuti dopo. La gelata sta già coprendo l’alzaia, e l’acqua nera talvolta vibra, misteriosamente, dei riflessi di pallide luci spezzate in frammenti danzanti. Il fumo della mia sigaretta s’avvita nell’aria, e il gusto forte in fondo alla mia gola è amaro, caldo e pulito.
Adesso ho l’impressione di sapere tutto quel che c’era da sapere su quanto è successo tra Benjamin ed Emily negli anni in cui sono stata via. Come è facile, dopotutto, leggere la storia di una vita in un unico momento privo di controlli. Si tratta solo di guardare nella direzione giusta, nel posto giusto, al momento giusto. Ma questo, per essere onesta, lo sapevo già. L’ho scoperto solo poche settimane fa, a Lucca. Non in un pub. Non a una rimpatriata di vecchi appassionati di jazz. Ero nella gastronomia locale, quella volta. Era quasi sera, ed ero da sola, e fu allora che vidi Stefano e sua figlia Annamaria che cercavano di scegliere tra due tipi diversi di olive.
Un fatto così banale, se ci pensi. Per niente insolito. Ovviamente, il mio primo impulso fu di avvicinarlo. Non ci sarebbe stato nessun imbarazzo. Dovevamo andare a pranzo insieme di lì a due giorni. Non ero ancora stata presentata ad Annamaria, ma non fu questo a trattenermi. L’unica cosa che mi trattenne, sulle prime, fu che Stefano stava cercando di chiamare qualcuno al cellulare. Decisi di lasciarlo finire prima di farmi avanti, prima di salutarlo.
La nostra relazione (ancora una volta, qual è la parola giusta? Non credo ce ne sia una per definire quella strana situazione) a quel punto andava avanti da tre mesi. La moglie di Stefano, malgrado le sue promesse, gli era ancora infedele. Lui continuava a dire che l’avrebbe lasciata. Ogni volta che ne parlavamo, mi trattenevo dal dargli qualsiasi consiglio. Non potevo contare sulla mia imparzialità. Era nel mio interesse che lui la lasciasse. No – lo dirò in modo meno distaccato. Desideravo disperatamente che la lasciasse. Lo volevo con ogni muscolo del mio cuore. Ma non dissi mai niente. La nostra situazione mi aveva falsamente assegnato il ruolo di amica, e l’unica cosa che potevo fare, in quella veste, era tacere. Così persistemmo nei nostri pranzi e aperitivi, nei nostri desideri inespressi e nei baci casti e privi di passione che segnavano l’inizio e la fine dei nostri incontri. Quanto ai sentimenti che mi stavano procurando tanta pena, un dolore tanto inconsolabile, cercavo di fingere che non esistessero neppure. Cercavo di fare l’eroina. Il che era davvero stupido da parte mia, anche se presumo che, al di là di tutto questo, ciò che mi induceva a persistere era il pensiero che un giorno, in un futuro tollerabilmente vicino, la mia pazienza sarebbe stata miracolosamente premiata.
La persona che Stefano stava cercando di chiamare non rispose. Lo sentii dire ad Annamaria: “No, non c’è”. E Annamaria gli disse: “Non riesci a ricordarti quali le piacciono, papà?”. Stavano guardando due ciotole di grosse olive verdi, esposte su un banco di self-service, e Stefano era indeciso tra le due. Ma non era un’indecisione qualunque. Niente affatto. No – era davvero importante per lui comprare per sua moglie le olive giuste, esattamente quelle che le piacevano di più.
E io capii immediatamente che era su piccole scelte quotidiane come questa che si basava la felicità della loro vita domestica. Il che significa che in quella indecisione – in quel preciso momento – con nauseante chiarezza lo intravidi: l’amore inestinguibile che provava per quella donna, che continuava ad amare malgrado i suoi tradimenti, l’amore che, nelle plumbee settimane che avevano portato a quel momento, avevo scelto di sperare avrebbe trasferito su di me, un giorno. Quella speranza appassì e morì in un baleno, in una frazione infinitesimale di tempo. Un attimo prima era lì, e un attimo dopo non c’era più. E la sua scomparsa mi annientò. Quando mi allontanai da Stefano e dasua figlia ero una persona diversa. Irriconoscibilmente diversada quella che, solo un attimo prima, aveva imboccato la strada della gastronomia con tanta spensieratezza ed era stata sul punto di salutarli. La mia identità era andata in frantumi, si era dissolta in quel breve momento. Ecco cosa fece di me quell’improvvisa, terribile intuizione di una certezza: la certezza che Stefano non avrebbe mai lasciato la moglie. Mai, finché non fossero morti entrambi.
Olive. Chi l’avrebbe mai detto. Mi domando quale tipo scelse, alla fine.
E va beh.
La sigaretta si consuma e la butto nella marmorea oscurità del canale. Il freddo mi sta strisciando nelle ossa e so che è ora di rientrare, di tornare al caldo e alla comodità.
Basta pensare, basta.
Seduta qui alla mia scrivania dal ripiano di pelle, al ventitreesimo piano dello Hyatt Regency – l’ultimo e il migliore dei miei punti panoramici! – mentre guardo le luci diffuse di questa città vibrante, così occupata a ricostruirsi, a reinventarsi, sono contenta di essere andata a sentire Benjamin suonare stasera. E sai perché? Perché ho appreso, in un istante d’inestimabile valore, che è ancora smarrito, ancora in balia del passato, e ho visto il dolore che sta causando per questo, e mi sono resa conto che non posso assolutamente vivere la mia vita a quel modo. E non sto parlando di Stefano, sto parlando – purtroppo, mia adorata sorella – di te. Tu sei stata la mia compagna silenziosa in tutti questi anni, e per tutto questo tempo sono rimasta aggrappata alla fantasia che le mie parole, chissà come, sarebbero giunte fino a te, e adesso sento che è venuto il momento di abbandonare questa fantasia. Domani lascerò questo albergo e mi sposterò in un’altra città, stasera terminerò questa lettera, alfine – questa lunga, lunghissima lettera che non spedirò mai perché non ho una persona reale cui spedirla – e, fatto questo, chiuderò il quadernetto veneziano sul quale l’ho scritta e lo metterò in un posto sicuro. Forse un giorno qualcun altro la leggerà. Vorrei tanto che potessi essere tu. Ma è proprio questo desiderio, stasera l’ho capito, che mi ha bloccato. Il desiderio che tu potessi sentirmi. Il desiderio che tu potessi leggermi. Il desiderio che tu fossi ancora viva.
Devo ricominciare daccapo. Dall’inizio. Il che significa che devo cominciare dalla cosa più difficile di tutte – la cosa cui mi sono opposta per tutto questo tempo – e abbandonare la speranza.
Ce la farò?
Credo di sì. Sì, ce la posso fare.
Sì. Ecco. È fatta.
E per questo, cara Miriam, ti prego di perdonare.
La tua sorella che ti vuole bene
Claire


Quando Coe faceva il sonnambulo


di GIOVANNA ZUCCONI

[E' utile leggersi questa splendida intervista che Jonathan Coe rilasciò a Giovanna Zucconi qualche anno fa, ai tempi in cui uscì La casa del sonno: fornisce un punto di partenza assai significativo per misurare con precisione il carattere evolutivo delle saghe a cui lavora lo scrittore inglese]

casadelsonno.jpgJonathan Coe, come descriverebbe La casa del sonno?

Il tema profondo del libro è l'identità. I personaggi sono colti in quella fase di incertezza e di transizione che è propria della giovinezza, quando si esplora e si ricerca la propria identità intellettuale, emotiva e sessuale.

Quando era una studentessa, la protagonista femminile del romanzo, Sarah, aveva una relazione con un'altra ragazza.

Questo personaggio, che è il mio preferito, nasce da una mia esperienza personale. Quando ero all'università avevo una relazione con una ragazza che, proprio come Sarah, era attratta anche dalle donne, e ricercava appunto la propria identità sessuale. Lei mi diceva sempre: saresti il partner ideale per me, peccato che non sei una donna. Da quell'esperienza, che allora fu ovviamente frustrante e dolorosa, è nata l'idea del personaggio di Sarah. Scrivendo la sua storia, la storia dell'amore di Robert per Sarah, mi sono chiesto: che cosa è capace di fare un uomo per conquistare la donna che ama? Fino a che punto può arrivare?

La risposta, sorprendente, è nel libro. Non la riveliamo, ovviamente...

Posso dire che in Inghilterra, e penso in tutta Europa, uomini e donne vivono grandi incertezze sui ruoli sessuali: quanto può essere tenero un maschio, quanta durezza è richiesta alle donne? In genere, mi interessano molto le persone - e i personaggi - immersi nel dubbio, nella ricerca di una definizione di sé, nell'esplorazione introspettiva, nell'incertezza.

Questo ha qualcosa a che fare con un altro tema centrale del libro, il tema del sonno?

Certamente. In questo romanzo i personaggi sono sospesi in una sorta di dormiveglia, in uno stato a metà fra il sonno e la coscienza. Anche qui, c'è un punto di partenza personale: io ho sofferto di sonnambulismo. I protagonisti della Casa del sonno hanno vari disturbi del sonno, che giocano un ruolo importante nello sviluppo della trama. E anche della storia d'amore. Ho cercato di inventare una storia d'amore originale, diversa dalle migliaia già scritte: in questa, la novità è che gli eventi emotivamente più importanti avvengono durante il sonno.

Per non rovinare la suspence, non riveliamo il finale, legato appunto alla storia d'amore fra Sarah e Robert: c'è però, per la prima volta nei suoi romanzi, una tonalità positiva.

Sì, anche se è un lieto fine comico: in maniera contorta e distorta, comunque, ogni personaggio ottiene quello che voleva... Forse con l'età, ormai ho 37 anni, mi sto ammorbidendo anch'io.

Accanto alla speranza e alla comicità e alla tenerezza, non mancano però tonalità cupe, grottesche.

Per me è impossibile scrivere senza mescolare humour e tragedia: così è la vita, direi. D'altronde, è una miscela di registri nella quale gli inglesi sembrano eccellere: penso a Dickens, il mio scrittore preferito, ma anche al nuovo cinema inglese, per esempio a Full Monty.

La trama del libro è complessa, piena di dettagli di cui si scopre il significato dopo molte pagine, piena di echi e rimandi e colpi di scena.

Molti pensano che io abbia, appesi alle pareti del mio studio, diagrammi precisissimi della trama. In realtà, per scrivere questo libro io ho vissuto per due anni in un delizioso stato di dormiveglia, in cui tutti i pezzi del puzzle si combinavano magicamente, come in un sogno. Poter vivere così, immersi in un universo parallelo, è uno dei privilegi di essere uno scrittore.

Perché scrive?

Perché sono infelice quando non scrivo.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 13 Aprile 2005

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