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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Dürrenmatt

Può l'uscita dal genere (dal genere investigativo, in questo caso) fare scoccare scintille metafisiche? E si tratta di una soluzione necessitata? Cioè: oltre il genere c'è una letteratura metafisica? Friedrich Dürrenmatt, il grande autore svizzero tedesco, la pensava così. In tempi di clamorosa, ormai certificatissima crisi del genere giallonero (afflitto dal gigantismo e dal sottobosco tipici dei periodi di immedicabile decadenza), può essere utile percorrere una volta ancora le raggelanti strade per cui si era inerpicato l'autore de La promessa, magari connettendo le sue elaborazioni teoriche con quelle di altri suoi contemporanei: cioè, finalmente, storicisìzzando degnamente Dürrenmatt, opera di cui questo grande scrittore necessita, perché ha saputo vedere più lontano di tanti altri.

La corrispondenza fra Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt

di MASSIMO BONIFAZIO

8877133449g.jpgLo sfondo, naturalmente, è la Svizzera, da sempre esclusa dalla storia e ancora di più dopo aver attraversato indenne la seconda guerra mondiale, una Svizzera che mantiene intatto il sogno dell'idillio alpino patriarcale, pur facendo le prove generali per la razionalità «disumanata» e «reificata» del capitalismo, come l'ha chiamata Cesare Cases (Saggi e note di letteratura tedesca, Einaudi 1963). Quella Svizzera che presto si diffonderà nell'intera Europa e troverà nelle banche elvetiche le sue roccaforti.
Della guerra gli svizzeri sperimentano "solo" la paura nel sentire i bombardieri alleati diretti verso la Germania volare sopra le proprie case e la mobilitazione preventiva alle frontiere – del resto inutile, in caso di attacco tedesco. A questa mobilitazione partecipa anche un architetto zurighese, classe 1911, che nel 1947 scriverà una lettera di elogio al figlio di un pastore protestante di Berna, ancora studente (ha dieci anni meno di lui), per una sua commedia non ancora rappresentata di cui ha letto le bozze. L'architetto, ormai scrittore affermato, è Max Frisch; il ragazzo è Friedrich Dürrenmatt e la commedia è Es steht geschrieben (Sta scritto). Con questa lettera, che apre la Corrispondenza fra i due (a cura e con un saggio di Peter Rüedi, edizione italiana a cura di Anna Ruchat, Ed. Casagrande, pp. 224, 16 euro), inizia un rapporto che durerà fino alla morte, fra slanci di ammirazione e aspri risentimenti, fra idiosincrasie e progetti di collaborazione. Fin dagli anni '50 vengono citati in coppia, cosa che disturba entrambi, come dirà Max Frisch nel 1961 durante un'intervista: «in effetti siamo amici, ma per colmo di sventura siamo anche condannati ad essere amici». «Condannati» dal pubblico, dai colleghi e dall'establishment culturale di lingua tedesca che nei due vedono prima dei critici della cosiddetta ricostruzione culturale tedesca, non inquinati da ideologie o da appartenenze politiche, e poi la coppia di autori di successo mondiale, uniti per il semplice fatto di essere entrambi svizzeri.
Il carteggio fra i due è scarno, discontinuo, un «reperto archeologico», secondo Peter Rüedi, da cui ricavare il non detto in mezzo al (poco) detto, per ricostruire il rapporto intercorso fra i due: un’ amicizia che conosce il sospetto, l'accusa, la riconciliazione. Troppo diversi i caratteri, gli atteggiamenti, persino lo stile. Da un lato c'è Frisch, il riservato architetto cosmopolita con il suo amore per una scrittura diaristica dal dettato teso e asciutto che riesca a conciliare l'immediatezza dell'espressione con la cura della forma. E’lo stesso «amore per la geometria» - così recita il sottotitolo al suo dramma Don Giovanni – che ritroviamo nei romanzi, come nel già citato Stiller, o in Homo Faber. Perché Frisch è ossessionato dai problemi dell'identità, del razionalismo e dei rapporti fra uomini e donne, è un «umanista scettico» come gli piace definirsi: «Lo scetticismo è la levatrice di una solida illuminazione e conoscenza… Un essere umano che sia scettico nei confronti di se stesso è di un grado più umano» dice in un'intervista.
Dall'altro lato c'è l'esuberante Dürrenmatt nel suo esilio linguistico di Neuchâtel, il filosofo dall'eloquio sarcastico che tende a sopraffare sempre l'interlocutore, capace di feroci e impietose punzecchiature, che nel matrimonio vede una «possibilità religiosa» e non capisce le separazioni di Frisch da Trudy von Mayenburg e Marianne Oellers, né le sue «storie di donne» (che peraltro tende ad esagerare). La scrittura di Dürrenmatt ha sempre un «fondamento cristiano», come lo chiama Frisch, o comunque religioso nella sua ansia di cercare risposte alle domande sulla Grazia e sulla Giustizia, per il tramite di un grottesco che sfiora sempre l'eccessivo, così distante dalla misura dell'altro.
E invece molto hanno in comune. C'è la polemica contro quella curiosa miscela tutta svizzera di provincialismo da Alpenidylle e cieco capitalismo selvaggio, che l'"opinione pubblica" rimprovera più a Frisch – «nemico numero uno dello Stato» – che al «buffone di corte» Dürrenmatt, espressa in discorsi pubblici e opere letterarie come Andorra (Frisch, 1961) e Frank der Fünfte (Frank V, Dürrenmatt 1959); c'è la problematica degli Urmythen elvetici, come quello di Guglielmo Tell, che Frisch smonta nel suo Wilhelm Tell für die Schulen (Gugliemo Tell per le scuole); c'è il razionalismo, anche tecnologico, a cui si faceva cenno prima, che da un lato porta all'apocalisse nucleare come nei Physiker (I fisici, 1962) di Dürrenmatt: «O noi scienziati ci facciamo rinchiudere in manicomio, o sarà il mondo a diventare un manicomio», e dall'altro si scontra con il destino irrazionale della vita e dei rapporti umani, come accade nel romanzo Homo Faber, dove l'uomo della tecnica, il calcolatore privo di fantasia, viene schiacciato dal destino e dai rapporti affettivi. C'è poi l'ironia sull'ubriacatura consumista del boom economico; l'opera teatrale Der Besuch der alten Dame (Dürrenmatt, La visita della vecchia signora, 1956), tratta (anche) di questo, tant'è vero che il suo primo sottotitolo doveva essere Commedia dell'alta congiuntura. Claire Zachanassian, la «vecchia signora», compra la coscienza di un intero paese, Güllen, convincendo a poco a poco i suoi ex-concittadini ad uccidere il suo innamorato di un tempo, che abbandonandola l'ha avviata alla prostituzione, per la spropositata somma di un miliardo: «Il mondo mi ha reso puttana, e io lo trasformo in bordello». Facile vedere in Güllen e nei suoi abitanti la fame di ascesa sociale ad ogni costo, il desiderio di accesso ai lustrini del capitalismo dell'Europa postbellica, espresso in pacificati toni sofoclei dal coro finale, che trova giustificazioni morali ad ogni azione che avvicini al benessere. C'è, ancora, l'alienazione dell'individuo contemporaneo, incapace di trovare una misura propria e una propria identità di fronte alla complessità del mondo, come insegna Stiller: la notazione diaristica, nella sua apparente aderenza alla vita, rileva solo l'alienazione dell'individuo e il suo essere frutto di una serie di cliché imposti dai mass media.
A tutto questo allude il carteggio. Si tratta spesso di note, segnalazioni di cambi di indirizzo, raramente consigli o commenti alle opere dell'altro. Non è certo una delle grandi conversazioni epistolari di lingua tedesca; ma è una testimonianza a tratti commovente – nelle scuse di Frisch per una scenata in un ristorante zurighese dove ha preso a calci il collega, o nella lettera che chiude l'epistolario, dove Dürrenmatt tira le somme del loro rapporto – dell'umanità di due maestri del '900 e delle loro passioni, non solo letterarie e teatrali.

[da ALIAS - Supplemento culturale de "il manifesto" - sabato 15 settembre 2001]


Il commissario senza colpevole


di PAOLA SORGE

88-07-81142-1.jpgIl giallo è come una partita a scacchi: assassino, vittima e complice si muovono sempre secondo una logica ferrea come pedine su una scacchiera; poi arriva il detective che conosce le regole del gioco e riesce immancabilmente ad acciuffare il colpevole. E a far trionfare la giustizia fra la soddisfazione generale. Ma questa è una bella favola moralmente necessaria, una delle tante menzogne ormai consacrate, osserva in La promessa di Friedrich Dürrenmatt, il dottor H., ex capo della polizia cantonale di Zurigo e io narrante della storia. La realtà, governata dal caso e non da leggi prefissate, è imprevedibile e incalcolabile e «un fatto non può tornare come torna un conto», aggiunge il poliziotto in pensione che definisce il classico giallo una finzione irritante e esorta gli scrittori a mandare al diavolo una buona volta eroi e happy-end.
duren.jpgSolo Friedrich Dürrenmatt, cinico distruttore di miti e feticci della borghesia, poteva cominciare uno dei suoi ormai mitici Krimi - così i tedeschi chiamano il romanzo poliziesco abbreviando il termine Kriminalroman - con questa bella tirata contro il giallo tradizionale.
E solo lui poteva essere l´autore di questo antigiallo per eccellenza che sovverte ogni legge e logica del giallo, scritto da dio, avvincente e coinvolgente quanto e più dei classici romanzi polizieschi e portato due volte sullo schermo. Racconta di un delitto orribile - l´uccisione di una bimba in un cupo bosco della Svizzera - e dello strano destino del commissario Matthäi, della polizia di Zurigo, incaricato delle indagini. Matthäi è un tipo solitario, senza una vita privata e senza vizi, spietato, ostinato, instancabile nel suo lavoro. In poche parole un autentico «duro» della polizia che al culmine della sua carriera, proprio quando sta per accettare un importante incarico ad Amman, diventa preda di un´ossessione. Ha promesso ai genitori della bimba uccisa di trovare il colpevole a ogni costo. Anche a costo di smettere di fare il poliziotto e di ridursi a fare il benzinaio in un certo distributore dove è sicuro che l´assassino dovrà necessariamente passare con la sua macchina. In realtà ingaggia una sfida con se stesso: non ha mai creduto nella colpevolezza di un venditore ambulante con precedenti penali che è stato accusato del delitto a furor di popolo e che dopo interrogatori estenuanti si è suicidato; sa bene che il vero assassino è invece un mostro che ha già ucciso altre due bimbe allo stesso modo della terza e cioè con un rasoio, e che sicuramente tornerà a uccidere. L´ex commissario benzinaio aspetta dunque l´assassino al varco dopo avergli preparato una trappola per incastrarlo e l´attesa, infinita e vana, lo consuma a poco a poco facendogli perdere la ragione.
Matthäi non scoprirà mai il vero assassino della bimba; il lettore sì, saprà la verità solo «casualmente», alla fine della storia e si renderà conto di quale brutto scherzo il caso ha giocato al povero Matthäi.
Feroce critico della società del suo tempo, in particolare di quella svizzera che venne da lui definita «una prigione in cui gli svizzeri vivono per loro volontà da carcerati», autore di celebri drammi, primo fra tutti La visita della vecchia signora, polemista e illustratore satirico - disegnò negli anni Sessanta una serie di manifesti pubblicitari contro la sua «pulitissima» patria che cercava di nascondere un´epidemia di tifo - , Friedrich Dürrenmatt è un moralista, e forse la nostra stessa coscienza che non ci lascia mai in pace, come scrisse di lui Marcel Reich-Ranicki. Questo «requiem per il romanzo giallo» - così recita il sottotitolo del libro - rispecchia fedelmente la sua amara concezione del mondo - un mondo grottesco, in balia del caso, in cui non è più possibile creare tragedie ma solo tragicommedie. Un mondo senza vie d´uscita.
La stessa genesi del libro capovolge il solito iter tra film e romanzo. In genere è da quest´ultimo che si ricava una storia per lo schermo, La promessa nasce invece dalla sceneggiatura di un film, Il mostro di Mägendorf, scritta da Dürrenmatt nel 1957 per il regista Ladislao Vajda. La pellicola doveva avere come tema delitti sessuali a danno di bambini e uno scopo scopertamente pedagogico, e cioè quello di mettere in guardia la gente da un pericolo che minacciava allora, e che purtroppo minaccia tuttora, a distanza di quasi cinquant´anni, la nostra società. L´anno dopo Dürrenmatt riprese in mano la sua sceneggiatura e ne fece un romanzo giallo che coglie il dramma esistenziale dell´uomo snobbando ogni facile soluzione.

[da "la Repubblica", 10 febbraio 2005]




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 6 Aprile 2005

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