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Joyce ultrapsichico
a cura di ALESSANDRO ZACCURI
Dal narratore e critico Alessandro Zaccuri [nella foto a sinistra], autore del folgorante romanzo breve Milano, la città di nessuno, ho ricevuto una mail importante. Ne pubblico qui parte del testo e il fondamentale allegato: un'inedita dichiarazione di James Joyce. [gg]
Sull'ultimo numero di Granta, mi sono imbattuto in un'intervista molto ultrapsichica a Joyce, pubblicata per la prima volta integrale in inglese e del tutto inedita, a quanto mi risulta, in Italia. Il testo si intitola The Game of Evenings, un'allusione all'impresa di tradurre Finnegans Wake in un'altra lingua (meglio, in qualsiasi lingua), nella fattispecie in ceco. L'interlocutore di Joyce, Adolf Hoffmeister, era infatti uno scrittore-traduttore-illustratore-editore praghese, nato nel 1902, sopravvissuto a ogni possibile catastrofe e migrazione, sostanzialmene fatto fuori dai comunisti nel 1973.
Ho tradotto il brano che segue e che mi pare importante.
Il Numero di Joyce
James Joyce intervistato da Adolf Hoffmeister,
Parigi, agosto 1930
Un numero è un mistero che soltanto Dio può sciogliere. Con Samuel Beckett, un piccolo irlandese mio grande amico, stiamo scoprendo il computo della vita e della storia. Dante era ossessionato dal numero tre: divise il suo poema in tre cantiche, ciascuna composta di trentatré canti in terza rima. E come spiegare la nostra dipendenza dal numero quattro? Perché sono quattro le gambe del tavolo, quattro le zampe del cavallo, quattro le stagioni e quattro le province d’Irlanda? Perché i pilastri della legge sono dodici, e dodici gli apostoli, dodici i mesi, dodici i marescialli di Napoleone? Perché l’armistizio della Grande Guerra fu proclamato all’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese? Il numero, inteso come misura del tempo, è indeterminabile. La ratio di questi numeri è relativa a luogo e contenuto. In una data porzione di tempo è possibile comprendere una singola cosa per mezzo del pensiero astratto, ma se anche eliminiamo quella stessa cosa, rimpiazzandola con una copia, ecco sorgere una duplicazione artificiosa, che si affranca dalle proporzioni del reale. Descrivere in modo dettagliato l’incessante movimento dell’uomo richiede così tanto tempo e così tanto spazio che il movimento più infinitamente rallentato risulterebbe identico all’immobilità, come se l’eternità, all’atto della misurazione, non operasse alcuna distinzione al riguardo.
Le vite di Bloom e di Stephen non sono le vite di persone reali e neppure una descrizione completamente basata sull’esistenza degli abitanti di Dublino. Forse però sono legati alla vita umana e quindi misurati dal tempo – più precisamente, dalle ore del 16 giugno 1904.
È la vita di Bloom, certo, la vita di Bloom nella sua interezza che fa sorgere, nella vita stessa di Bloom, il giorno di Ulisse, un libro di settecento e trenta pagine: tuttavia un intero scaffale di libri potrebbe forse risultare necessario per descrivere un singolo minuto di vita.
Dare un’occhiata a Work in Progress significa gettare un primo sguardo nel calderone della creazione. In principio era il caos. Ma anche alla fine c’è il caos. Il lettore partecipa all’origine o alla fine del mondo nel momento stesso in cui questa avviene. Ciascuno è chiunque e ogni momento è un qualsiasi momento. La caduta degli angeli si mescola con la battaglia di Waterloo e HCE [Humphrey Chimpden Earwicker, il personaggio ma-schile di Finnegans Wake, le cui iniziali stanno anche per Here Comes Everybody, “qui tutti vengono”, ndr] è una persona che si trasforma a ogni trasformazione del suo nome nel corso del racconto.
Si dice che un individuo che volasse alla velocità della luce potrebbe assistere in breve tempo all’intera storia del mondo: chiunque riesca a spingersi fino alla massima velocità consentita potrebbe contemplare l’impatto tra ciò che fu, è e sarà. In Work in Progress il tempo è così potente che ciò che lo differenzia non è contrassegnato in termini di idee.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 30 Marzo 2005
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