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La Bestia allegorica negli Impianti di Riccardi e nel Kevenhüller di Caproni
La Bestia Allegorica ne Gli impianti del dovere e della guerra di Antonio Riccardi e ne Il Conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni.
Una delle principali sezioni del secondo libro poetico di Antonio Riccardi (Gli impianti del dovere e della guerra, di cui qui la Miserabile recensione) si intitola Unione - cronistoria della caccia alla ranatoro. La scena è una Sesto San Giovanni iperallegorica. Unione è il nome di uno degli altiforni dell'immansa fabbrica Falk, che, nell'àmbito del progetto poematico iniziato con Il profitto domestico, Riccardi ha eletto a Fabbrica del Mondo, ad atanòr totale (e valga, per totale, l'osmosi e il trascendimento continui tra mondano, imaginale e oltrepsichico). In questa sezione, dalle cronache di un tempo primonovecentesco, si desume e racconta la caccia a un fantastico mostro, inverisimile e però reale, che parve infestare la cittadina industriale poco fuori Milano.
Ne Il conte di Kevenhüller, estremo poema allegorico di Giorgio Caproni, si riporta un editto originale, dal Giornale circostanziato di quanto ha fatto la Bestia feroce nell’Alto Milanese dai primi di Luglio dell’anno 1792 sino al giorno 18 settembre, e si descrive la metafisica caccia alla Bestia (illustrata in quel Giornale: è l'immagine cliccabile qui sopra).
Si struttura tra i due testi poetici, quello di Riccardi e quello di Caproni, una serie di archi voltaici di natura allegorica. Sono omotetie e rimandi che prescindono magari dall'intenzionalità, ma che rivelano una tradizione di ordine retorico profondo: qui l'allegoria è esclusivamente analogica. Conviene di penetrarne la natura, senza spiegazioni di ordine stilistico, per come la stilistica moderna e contemporanea enuncia le proprie analisi. Si è, dunque, in un àmbito eterodosso, rispetto agli studi correnti.
Nel mese di maggio il ventitré
è l'incipit della sezione di Riccardi. Di quale anno? Non si dice. Questa sottrazione dell'anno, rispetto alla precisione calendariale che identifica e mese e giorno, è tutta la retorica di abbrivio allegorico de Gli impianti del dovere e della guerra. Qui si storta il tempo, mantenendo precisione, come del resto testimonia l'anomalo decasillabo, il cui esotismo scansionale è del tutto estraneo alle codifiche rappacificate ditanta elaborazione metrica.
(Si tratta, peraltro, di una ripresa della tradizione prosastica, come è desumibile dalla lettura dell'incipit hugoliano di Notre Dame:
Il y a aujourd’hui trois cent quarante-huit ans six mois et dix-neuf jours,
incipit indagato nel suo splendido lavoro dalla critica Donata Feroldi).
Questa propensione allo scardinamento della percezione temporale è condotto attraverso un complesso sistema di antinomie. E' conflitto tra poli diversi. E tuttavia i poli diversi sono sempre poli. Dunque, l'antinomia totale deve tenere in sé l'identità sostanziale. Dal calendario, che propone la coppia antagonista precisione/indeterminatezza, elevando a sostanza centrale il tempo, sia esso cronometrico o fantastico, si passa a strane figurazioni dell'antinomia in osmosi:
Nel mese di maggio il ventitré
dalle paludi di via Pace
qualcuno dice di sentire qualcosa
un suono di macchina o di natura
un lamento misto o cosa
come salendo da una gola.
Si potrebbe dire che questa è la retorica del contagio. Le paludi sono contagio di acqua e terra, luogo comunque malsano, in cui germina la minaccia delle febbri, da bonificare. Esse rappresentano una continuità materiale ed elementale (solido e fluido) da cui la minaccia di estinzione può entrare nel mondo. E' un'estraneità non oltremondana, ma paramondana, bacillare. E' pressappoco l'opposizione osmotica tra i sensi (dice/sentire) e tra ontologie (macchina/natura).
C'è poi il fatto che questa sezione rappresenta il prodromo dilatato del conflitto e l'annuncio della presenza della Bestia (la ranatoro) avviene in via Pace. Questo è un arco multiplo, un hyperlink. Esso rimanda alla sezione Vulcano e la preda, nel precedente Profitto domestico, che desume il nome da un ulteriore altiforno Falk, allegorizzato in un conflitto, tra un cinghiale e un cane. A questo rimando indietro, corrisponde un rimando avanti: la sezione Vulcano e la preda viene ripresa negli Impianti, e stravolta. Si intitola qui soltanto Vulcano, ma con un sottotitolo significativo: cane e cinghiale nella caverna alchemica del dovere. Vulcano è dunque il conflitto, è lo scontro tra corpi e materie (è concessa un'ironica soluzione: sei tu la bestiolina che vedo sbucare). Unione è invece la caccia: cioè il conflitto anticipato.
La caccia è un'antica figura della retorica allegorica.
Nella sua Expositio vergilianae continentiae (151-152), Fulgenzio nomina la caccia in relazione a un'allegoria psichica e amorosa. Il lavoro psichico che Enea allegorizza, a detta di Fulgenzio, è conflitto e amore, cioè potenze interne, componenti mentali da abbattere e superare e amare di Fulgenzio. Ecco il passo:
1. Nel secondo e nel terzo libro Enea è attratto dalle favole, da cui la garrulità dei fanciulli è solita lasciarsi attrarre. Perciò alla fine del terzo libro vede i Ciclopi mostratigli da Achemenide […].
2. Il motivo dell’occhio sulla testa sta nel fatto che il Ciclope non vede e non capisce nulla, se non in maniera arrogante. Il fatto che Ulisse, il più saggio, glielo accechi significa che la vanagloria è accecata dal fuoco dell’intelletto. E lo abbiamo chiamato Polifemo, come dire apolunta femen (noi diciamo in latino: «che perde la sua fama»). Dunque alla baldanza della giovinezza e alla perdita del buon nome consegue la cecità propria di quell’età. Infatti, perché si chiarisca in modo evidente l’ordine delle cose, proprio allora Enea seppellisce il padre: infatti l’età giovanile, via via che cresce, respinge il peso dell’autorità paterna. Ecco perché la sepoltura avviene nel porto di Drepano: Drepano infatti è come dire drimipedos, perché drimos significa «acerbo», pes indica invece il fanciullo. Il motivo è che l’acerbità giovanile respinge la disciplina paterna.
3. Liberato dunque l’animo dal giudizio paterno, nel quarto libro Enea si dà alla caccia e si accende d’amore e, tra le nubi e la tempesta (come dire «in una perturbazione della mente») è spinto a commettere adulterio.
4. Rimasto a lungo in questo stato, per incitamento di Mercurio lascia l’amore cui la sua passione aveva purtroppo ceduto. Mercurio infatti è inteso come dio dell’intelligenza. Dunque quell’età, incitata dall’intelletto, abbandona i territori dell’amore. E l’amore muore disprezzato e, bruciato, finisce in cenere: infatti, quando l’autorità della mente espelle la passione dal cuore giovanile, essa, sepolta nell’oblio, si consuma in cenere.
La caccia è, nell'esoterismo cristiano di Fulgenzio, il quale tenta di recuperare la tradizione pagana, una fase di un itinerarium mentis.
E' la caccia alla mistica sapienza - sapienza non esternalizzata, bensì interiore. Riccardi si è laureato su e ha curato edizioni di Giordano Bruno. Ed è forse propriamente al Giordano Bruno in De gli eroici furori che si deve andare per comprendere la natura allegorica della caccia inscenata nel poema di Riccardi. Tra i molti passi in cui Bruno accosta l'allegoria della caccia, ne scelgo due:
In sette articoli del Quarto dialogo si contempla l'impeto e vigor de l'intelletto, che rapisce l'affetto seco, ed il progresso de pensieri del furioso composto, e delle passioni de l'anima che si trova al governo di questa republica cossì turbulenta. Là non è oscuro chi sia il cacciatore, l'ucellatore, la fiera, gli cagnuoli, gli pulcini, la tana, il nido, la rocca, la preda, il compimento de tante fatiche, la pace, riposo e bramato fine de sì travaglioso conflitto.
e
Cossì si descrive il discorso de l'amor eroico, per quanto tende al proprio oggetto, ch'è il sommo bene, e l'eroico intelletto che giongersi studia al proprio oggetto, che è il primo vero o la verità absoluta. Or nel primo discorso apporta tutta la somma di questo e l'intenzione; l'ordine della quale vien descritto in cinque altri seguenti. Dice dunque:
Alle selve i mastini e i veltri slaccia
Il giovan Atteon, quand'il destino
Gli drizz'il dubio ed incauto camino,
Di boscareccie fiere appo la traccia.
Ecco tra l'acqui il più bel busto e faccia,
Che veder poss'il mortal e divino,
In ostro ed alabastro ed oro fino
Vedde; e 'l gran cacciator dovenne caccia.
Il cervio ch'a' più folti
Luoghi drizzav'i passi più leggieri,
Ratto vorâro i suoi gran cani e molti.
I' allargo i miei pensieri
Ad alta preda, ed essi a me rivolti
Morte mi dàn con morsi crudi e fieri.
Atteone significa l'intelletto intento alla caccia della divina sapienza, all'apprension della beltà divina. Costui slaccia i mastini ed i veltri. De quai questi son più veloci, quelli più forti. Perché l'operazion de l'intelletto precede l'operazion della voluntade; ma questa è più vigorosa ed efficace che quella; atteso che a l'intelletto umano è più amabile che comprensibile la bontade e bellezza divina, oltre che l'amore è quello che muove e spinge l'intelletto acciò che lo preceda, come lanterna. Alle selve, luoghi inculti e solitarii, visitati e perlustrati da pochissimi, e però dove non son impresse l'orme de molti uomini. Il giovane poco esperto e prattico, come quello di cui la vita è breve ed instabile il furore, nel dubio camino de l'incerta ed ancipite raggione ed affetto designato nel carattere di Pitagora, dove si vede più spinoso, inculto e deserto il destro ed arduo camino, e per dove costui slaccia i veltri e mastini appo la traccia di boscareccie fiere, che sono le specie intelligibili de' concetti ideali; che sono occolte, perseguitate da pochi, visitate da rarissimi, e che non s'offreno a tutti quelli che le cercano. Ecco tra l'acqui, cioè nel specchio de le similitudini, nell'opre dove riluce l'efficacia della bontade e splendor divino: le quali opre vegnon significate per il suggetto de l'acqui superiori ed inferiori, che son sotto e sopra il firmamento; vede il più bel busto e faccia, cioè potenza ed operazion esterna che veder si possa per abito ed atto di contemplazione ed applicazion di mente mortal o divina, d'uomo o dio alcuno.
Questo secondo passo, la cui significazione generale è chiarita dal primo, è fondamentale per collocare l'intera sfera semantica a cui Riccardi fa riferimento nella sezione Unione de Gli impianti del dovere e della guerra. Mastini e veltri verranno impiegati nella caccia (Coperti di fuliggine | uomini e bestie cacciano) e sarà da sottolineare l'impiego di Bestie nella Caccia alla Bestia. Appaiono, come nel passo bruniano, le lanterne (Al buio la palude formicola di pile | e lampi all'acetilene; Qualcuno spinge sull'acqua | le gomme incendiate col cherosene | perché al fuoco la bestia s'incanti). In Bruno: "Ecco tra l'acqui, cioè nel specchio de le similitudini, nell'opre dove riluce l'efficacia della bontade e splendor divino: le quali opre vegnon significate per il suggetto de l'acqui superiori ed inferiori, che son sotto e sopra il firmamento"; in Riccardi:
Così pensavo spiovesse la luce
nell'emisfero australe o più sotto ancora
sullo zero magnetico del Polo.
Nella NUOVA DESCRIZIONE DE' MONUMENTI ANTICHI ED OGGETTI D' ARTE CONTENUTI NEL VATICANO E NEL CAMPIDOGLIO COLLE NUOVE SCOPERTE FATTE ALLE FABRICHE PIU' INTERESSANTI NEL FORO ROMANO E SUE ADJACENZE ec. COMPILATA PER USO DE' COLTI VIAGGIATORI DAL SIG. AVV. D. CARLO FEA Presidente alle Antichità Romane, e socio ordinario dell'Accademia Archeologica Romana (1819), la sfera allegorica a cui inerisce l'intero progetto poematico di Riccardi è completa:
Una serie, la più completa, di busti imperiali, disposti su due gradini, ha dato il nome a questa stanza; intorno alle cui pareti sono incastrati de' bassirilievi, i quali, a cominciare da quelli sopra la finestra incontro la porta, rappresentano alcuni genj, che formano un trionfo di Bacco bambino, ed accanto delle corse circensi con bighe; poi Bacco su di una tigre in mezzo de' suoi seguaci; la caccia del cinghiale calidonio con Meleagro e Atalanta, di dubbia antichità; un combattimento di fiere, ed altre figure accozzate insieme di vario soggetto; la facciata di un erudito sarcofago, che ha scolpite le nove Muse, cioè Clio col volume, Musa della storia; Talia della comedia col pedo e la maschera; Tersicore Musa delle danze sagre, e della poesia lirica distinta dall'acconciatura del capo propria di Saffo; Euterpe preside del suono degl'istromenti da fiato in abito teatrale, e colle due tibie; Polinnia tutta involta nel pallio, e col mento appogiato in modo da non poter parlare, come musa del silenzio, della memoria e della pantomima; Calliope co' pugillari, musa del poema eroico; Erato in abito teatrale anch'essa, e colla cetra, indizio del suono di tutti gl'istromenti da plettro; Urania Musa dell'astronomia distinta dal globo e dal radio; e Melpomene colla maschera ad uso di celata, e co' coturni altissimi ai piedi qual Musa della tragedia. I lati poi dello stesso sarcofago, in mezzo al muro appresso, presentano Socrate sedente in ragionamento colla filosofia, ed Erodoto colla storia, che gli presenta un volume. Di quà e di là i due bassirilievi singolari di Andromeda liberata da Perseo, trovato ne' fondamenti del palazzo Muti, e quello di Endimione, che dorme, rinvenuto sull'Aventino; ambidue pregevoli per la scultura e per la grandezza. Appresso è sulla porta una tabella votiva a Mercurio, ad Ercole, ed alle Ninfe, figurate in atto di rapir Ila; sotto le quali è la figura di un fiume giacente, e poi le tre Grazie; indizio di quella ricevuta, che forse fu di un annegamento evitato per voto.
Nell'elezione del meticcio superanfibio allegorico (rana+toro, animale anfibio di acqua e terra il primo, di terra e fuoco il secondo), il riferimento più prossimo è però quello alla Caccia della sapienza di Nicola di Cusa, che riprende la prassi sapienzale di Plotino: caccia al lume, caccia impossibile.
E' qui che si pone l'aggancio più significativo con il poema di Giorgio Caproni, Il conte di Kevenhüller. L'allegoria della caccia è infatti una formidabile specola politica e ascetica al tempo stesso. La prassi di trascendimento dal potere alla potenza, la riduzione dalla comunità all'io - ecco i poli dell'ascesi a cui l'allegorema della caccia inerisce. La comunità si muove, minacciata, il potere costituito è minacciato. L'invisibile Conte di Caproni è in Riccardi il muto e silente occhio del dio minore delle industrie Falk:
La prima notte di caccia è poco prima
dell'ultima trasformazione
nella vita delle fabbriche.
La macchina o l'automa che la muove
sorveglia le azioni di ognuno sulla materia prima
e volta ogni singolo atto
da volontà in distanza e stupore.
Si potrà comprendere la connessione allegorica tra lavoro e lavoro interiore considerando le cronache a cui Caproni fa riferimento per allestire la sua rappresentazione.
Chi è il conte di Kevenhüller?
Per scoprirlo, bisogna recarsi alla Braidense. Nel ballatoio ligneo che si affaccia sull’atrio della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano si trova una raccolta di scritti e opuscoli vari di argomento lombardo, costituita da una serie di cartelle che riportano sul dorso la segnatura Miscellanea 14.16. Nell’atmosfera un po’ cupa, appesantita dalle strutture di legno antico, ma illuminata dai violenti fiotti di luce che si riversano dalle finestre che si aprono su un cortile interno del palazzo di Brera, emergono dalle cartelle dalla copertina violacea opuscoli di formati differenti, legati insieme. Uno di questi, che appare in apertura di cartella, è un opuscolo di poco più di sessanta pagine, stampato in caratteri piuttosto grandi, su una carta di colore chiaro, di qualità discreta; nel frontespizio il titolo Giornale circostanziato di quanto ha fatto la Bestia feroce nell’Alto Milanese dai primi di Luglio dell’anno 1792 sino al giorno 18 settembre p. p.. Eccone l'introduzione
AL LETTORE
Mentre la Bestia feroce facea stragi di Fanciulli, e atterriva gli uomini, io, che saper potea quanto alla pubblica autorità venìa riferito, m’occupava di mano in mano a scrivere questo Giornale, coll’intenzione di pubblicarlo tosto che la Bestia fosse presa, con che e avrebbe avuto fine il Giornale, e sarebbesi alla medesima potuto dare con accertatezza un nome, aggiungendone la descrizione, e se v’era d’uopo la figura.
Tenni per certo, che questo momento fosse giunto nel giorno 18 di Settembre, quando s’annunziò la presa della Bestia in una delle Fosse Lupaje di cui parlasi sotto il giorno 20 di Agosto.
Tante cose si dissero a principio, che parea non potersi dubitare esser quella veramente la Bestia feroce che si volea far perire; ma tante altre cose si dissero in appresso, che nacque forte dubbio su di ciò. Qual Bestia veramente sia stata presa, e in che modo, e quali particolarità siansi in essa ravvisate nella Sezione Anatomica, lo diremo a suo luogo.
Intanto s’è pensato di non più ritardare a pubblicare quanto la Bestia feroce ha fatto finora, e quanto si è fatto per essa. Se veramente sarà cessato il danno, e argomentar così potremo, che sia perita la Fiera, sarà così terminato il libro. Altrimenti si darà esposto in un Appendice quanto in seguito avverrà; poiché la Bestia, se vive ancora, non potrà sfuggir lungamente la persecuzione de’ Cacciatori quando sgombre siano dalle Biade, e dalle Viti le Campagne, e dalle Foglie i Boschi stessi.
Giornale, 5 Luglio.
Tutto cominciò il 5 luglio 1792, quando Giuseppe Antonio Gaudenzio, un bambino di 10 anni di Cusago venne mandato dal padre di notte nel bosco a cercare la vacca che aveva smarrito. Non tornò più a casa. Dopo qualche giorno si trovarono dei vestiti stracciati e “avanzi del corpo di un fanciullo divorato”. Si incolparono i lupi e si pensò che il bambino, stanco, fosse stato assalito mentre dormiva. Pochi giorni dopo però, il 9 luglio, un gruppo di ragazzi di Limbiate viene assalito da “una brutta bestia, simile a un grosse cane, ma dall’orribile aspetto e di strana forma”. I ragazzi fuggirono, ma il più piccolo, Carlo Oca di 8 anni, venne raggiunto. Quando i contadini accorsero avvertiti dagli altri ragazzi lo trovarono sbranato dalla belva. La notizia si sparse rapidamente seminando il panico tra i contadini. Molti videro o credettero di vedere lo strano animale in località molto distanti tra loro. Qualcuno sparò contro qualcosa, ma senza esito. I bambini erano tenuti chiusi in casa. Le autorità governative, nella persona del conte di Kevenhüller, il 14 luglio pubblicarono un Avviso nel quale si diede notizia dell’uccisione dei due fanciulli da parte di “una feroce Bestia di colore cinericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso Cane”. Fu indetta quindi una “generale Caccia” con premio di 50 zecchini per chi avesse ucciso la “predetta feroce Bestia”.
Ecco l'avviso. Ai lettori di Caproni non risulterà nuovo:
A V V I S O.
In questo momento giunge alla notizia della Conferenza Governativa, che la Campagna di questo Ducato trovasi infestata da una feroce Bestia di color cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso cane, e dalla quale furono già sbranati due fanciulli.
Premurosa la medesima Conferenza di dare tutti li più solleciti provvedimenti, che servir possano a liberare la provincia dalla detta infestazione, ha disposto che debba essere subito combinata una generale Caccia con tutti gli Uomini d' armi delle Comunità, col satellizio di tutte le Curie, e colle guardie di Finanza.
Al tempo stesso rende inoltre noto, che da questa Tesoreria Camerale verrà pagato il premio di cinquanta Zecchini effettivi a chiunque, o nell' atto della suddetta generale Caccia, o in altra occasione avrà uccisa la predetta Bestia feroce: somma che verrà subito sborsata dal Regio Cassiere Don Giuseppe Porta, in vista del certificato, che rilascierà il Regio delegato della Provincia, nel di cui Territorio la suddetta Bestia sarà stata ammazzata.
Milano li 14 Luglio 1792.
Sarebbe già sufficiente a delimitare il campo di indagine allegorica che è il medesimo e in Caproni e in Riccardi. Varrà però qui di riportare due stralci da Il conte di Kevenhüller, per fare risuonare la simiglianza obbligata in certe cacce psichiche. Si consideri, per esempio, la stortura accentuativa e retorica del verso caproniano "In anima" nella poesia qui sotto riportata e lo si confronti con il sigillo teognideo che Riccardi usa per segnare stilisticamente il suo poema, un quinario che spesso inizia - nel Profitto - con "In". I due componimenti che chiudono questo intervento rappresentano due poli: la Bestia (e in Caproni e in Riccardi) e l'Esito (sicuramente in Caproni; i prossimi libri di Riccardi convalideranno o smentiranno questa ipotesi).
La Bestia assassina.
La Bestia che nessuno mai vide.
La Bestia che sotterraneamente
- falsamente mastina -
ogni giorno ti elide.
La Bestia che ti vivifica e uccide
........
Io solo, con un nodo in gola,
sapevo. E' dietro la Parola.
* * *
Oh cari
Apparivano tutti
in trasparenza.
Tutti
in anima.
Tutti
nell'imprendibile essenza
dell'ombra.
Ma vivi.
Vivi dentro la morte
come i morti son vivi
nella vita.
Cercai
di contarli.
Il numero
si perdeva nel vuoto
come nel vento il numero
delle foglie.
Oh cari.
Oh odiosi.
Piansi
d'amore e di rabbia.
Pensai
alla mia mente accecata.
Chiusi la finestra.
Il cuore.
La porta.
A doppia mandata.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 23 Marzo 2005
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