[Domani si parla di generazioni, rivoluzione dei generi, Piperno e Sharpe che sconvolgono il paesaggio letterario nostrano. Tutto ciò si riassume intanto in un paio di nomi e titoli, per me, e anche per i Miserabili Lettori. Uno dei nomi è Igino Domanin, del quale ad aprile esce, come già stradetto, Gli ultimi giorni di Lucio Battisti, per peQuod. Ricevute parecchie mail di Miserabili Lettori che chiedevano altre dosi di Domanin, accondiscendo volentieri: tanto, come è stato anticipato, Domanin Piperno e Colombati (più Pincio) costituiranno il filo rosso di quest'anno Miserabile. Mi raccomando: questo testo va da subito messo in relazione ai post e ai commenti sviluppati su Lipperatura, precisamente qui e qui. Nell'immagine che orna il racconto di Domanin, una foto del giovane Stefano Delle Chiaie]
IL PARADISO, ADESSO
Verso le sette del mattino la sveglia suonava ogni giorno. Non sempre, però, doveva succedere che il capo lo chiamasse al telefono. Fu interrotto in uno dei suoi sogni ricorrenti: l’apparizione di un grosso maiale, con la pelle rossastra e scorticata, sulle cime verdi di un paesaggio alpino.
Ulisse Raviola era un amante delle borse calde e delle pancere, voleva che il proprio stomaco fosse riparato da un continuo tepore. Stava coprendosi con una maglia elasticizzata, mentre afferrò in mano la cornetta: si trattava, dunque, del proprio superiore. Raddrizzò i propri capelli con energici colpi di spazzola. Voleva tenere in ordine ogni cosa intorno a sé; ma soprattutto non sopportava che il proprio aspetto mostrasse segni d’incuria o di eccentricità. Tutto doveva essere nella norma.
Dopo il mancato golpe del 1964, quando si erano spenti per sempre i rumori di sciabola che minacciavano la vita della Repubblica, al commissario Ulisse Raviola fu richiesto di prendere servizio presso il costituendo SID. Una riforma dell’apparato dei Servizi segreti stava tentando di ammodernare gli organici e di far funzionare lo spionaggio come un moderno dispositivo d’intelligence, sul modello dei paesi della alleanza atlantica. Le vecchie confusioni con le gerarchie dell’Esercito e della Polizia dovevano sparire. Nuovi metodi scientifici stavano aprendo frontiere sconosciute nel campo dello spionaggio.
Raviola era stato un valido e promettente commissario di polizia, in grado di laurearsi durante il servizio, dotato di una originale curiosità culturale. Fece i suoi anni di apprendistato, diventando un eccellente conoscitore del ju-jitsu, e votandosi a un culto spiritualista e tradizionalista della propria opera segreta.
Ammirava gli scritti di Julius Evola, benché non avesse simpatie per i gruppi neo-fascisti, che fraintendevano, con il loro attivismo bieco e rivoluzionario, che l’Ordine non è da instaurare, bensì da difendere. Il domino dei valori è immobile, mentre i loro avversari sono dominati dagli istinti e saranno costretti ad aggredire e a mostrare con ciò tutta la loro debolezza. Le arti marziali spiegavano tutto: bisogna attendere infinitamente, il nemico matura la propria fine in base a se stesso.
Alle 8,45 in punto Raviola si trovava sotto gli uffici del Sid. Il colonnello stava fumando già la terza Windsor: l’intero pacchetto sarebbe finito in cenere entro le cinque del pomeriggio. Fumava da un minuscolo bocchino d’argento, convinto di poter lenire i gusti del tabacco.
Era in piedi, mentre guardava il paesaggio morente e nebbioso della metropoli, durante quel mattino afoso e ingrigito.
“Buongiorno caro Raviola! Dunque... Leggo dalla scheda che lei si è appena iscritto in sociologia presso l’Università di Trento, un covo di capelloni sovversivi....!”
Il colonnello Tedeschi si mise, quindi, a ridere, con un certo compiacimento. Era evidente il suo gradimento per la faccenda; tutto ciò era il segno evidente di un mutamento di mentalità che ormai dominava gli apparati.
“La sociologia, se mi è consentito dirlo, è una scienza decisiva del mondo contemporaneo- si schernì Raviola. “Per comprendere il punto di vista delle forze anti-sistema, di coloro che rifiutano l’integrazione nella società opulenta, bisogna conoscerne la mentalità ideologica, coglierla nell’atto nascente: per poterla, nel caso, reprimere usando metodi preventivi, piuttosto che brutalmente polizieschi...”
“Bravo Raviola, lei è un uomo preparato...Intelligence vuol dire innanzitutto raccolta d’informazioni, costruzione di banche dati, controllo cibernetico, etc. etc. insomma una scienza applicata della mente umana, in grado di fissarne il funzionamento e di leggere nel pensiero...
”A proposito di questo, ha per caso letto il mio rapporto?”
“Ovvio, l’ho fatta venire qui a Roma proprio per questo motivo...Dunque le consegno un plico, si tratta di un’analisi molto attenta che deve integrare le sue osservazioni su Trento. Bisogna muoversi in fretta, qui si sta per preparare un grosso casino! Lei lo aprirà domattina quando sarà a Pescara. Deve andare a fondo sui legami tra la sua amichetta e Karl Rothel. Domani sera mi recapiti immediatamente un messaggio!”
Raviola uscì dall’ufficio. Non poteva impedirsi di provare una certa amarezza. Il disprezzo del colonnello Tedeschi nei confronti di Sara si manifestava in modo evidente. Tedeschi non capiva, in realtà, nulla di cosa stava accadendo, di come stavano cambiando le nuove generazioni, del terremoto imprevedibile che stava facendo franare tutto il passato intorno a loro.
Raviola indagava sulla legittimità di quegli atteggiamenti di rivolta, intendeva prendere sul serio la sincerità delle persone come Sara. Ma per combatterle. Sapeva, in fondo, che lui non avrebbe potuto fare altro che distruggerle, annientarle nel loro spasimo di vita. Si sentiva, in questo caso, come un assassino che uccide la propria vittima mentre questa si sta abbandonando con lui in un orgasmo.
Non si sentiva, però, un traditore, ma il servitore dello Stato. Il “servizio” per lui era un ufficio quasi religioso, privo di quegli attributi vili che i contestatori del mondo moderno gli conferivano. L’ordine e il caos per lui coincidevano. Raviola era intimamente persuaso della natura anarchica e, quindi, religiosa del potere. Al contrario coloro che criticavano erano solo degli eretici, delle sette fanatiche votate infine alla distruzione. Ma in Raviola c’era la pietà verso gli sconfitti, vittime di un Male eterno e prevalente sulle loro coscienze.
Aveva conosciuto Sara durante un assemblea. Avevano occupato l’Aula Magna. Centinaia di studenti travestiti da barbudos della rivoluzione castrista, con i maglioni a collo alto e i pantaloni stretti in vita e larghi sui piedi, oppure con delle tuniche bianche e degli zoccoli alti di legno grezzo, si assiepavano sugli spalti del moderno anfiteatro.
Un intellettuale con gli occhiali spessi, quasi da cieco, e con una parlantina isterica, esprimeva parole di odio contro la classe borghese cui apparteneva. Era interrotto continuamente dagli applausi. Parlava delle condizioni ripugnanti del lavoro in fabbrica. Il rumore dei macchinari e l’aria velenosa. Gli operai morti per incidenti sul lavoro. I gas che bruciavano nell’aria velenosa.
Alcuni studenti rivoluzionari raccontarono di aver visto i capetti dei reparti specializzati che misuravano con i cronometri la durata dei segmenti di lavoro all’interno della catena di montaggio. Bisognava abbattere gli steccati della “porcilaia taylorista”.
Si gridavano slogan. C’era un chiasso permanente, una coltre rumorosa e torbida. I giovani rifiutavano il lavoro in una società alienata e l’integrazione nel sistema dell’economia del benessere. Nel corso dell’assemblea ci furono molti interventi, che si esprimevano confusi, talvolta esibendo solo frammenti di argomentazione misti a insulti e minacce. Raviola era colpito dalle innumerevoli citazioni dei testi di Lenin, Gramsci e Mao Tse Tung. Frasi, spesso, prive di contesto, usate con arbitrio e per convalidare analisi preconcette. La nebbia ideologica poteva diradarsi solo grazie a un gesto di violenza, in grado di convertire il grigiore delle parole nella luce tragica dell’azione.
Infine, Raviola sentì parlare della lotta armata come dello strumento essenziale della rivoluzione leninista. I partigiani avevano abbandonato le armi, per colpa di Togliatti e del suo legalismo costituzionale. Bisognava farla finita con la rappresentanza parlamentare.
Raviola fu rassicurato da quelle parole incaute e rancorose. Era sicuro che prima o poi avrebbero prevalso le frustrazioni del Movimento, smascherando le illusioni perbeniste. Era una grande occasione per lo Stato. Lo aveva scritto più volte nei suoi dossier e lo aveva detto sia a Tedeschi che ai suoi colleghi americani: prima o poi in Italia ci sarebbe stata una lunga scia di sangue. Bisognava approfittarne per tempo. Bisognava inserirsi nel corso delle cose. Per aggiustare il corso della Storia nella direzione più conveniente per le ragioni eterne dell’Ordine.
Li aspettava al varco: sarebbero caduti preda del loro fanatismo. La trappola era tesa, i contestatori ne sarebbero stati inghiottiti come per un automatismo animale. Raviola leggeva i loro ciclostilati, gli opuscoli propagandistici, gli organi della controinformazione. Nell’ansia di liberazione e nei tumulti della giovinezza c’era un seme cattivo, un punto cieco nel quale tutti si rifiutavano di guardare. I contestatori erano dei molluschi, che si comportavano come dei sovversivi, ma privi di ragioni autenticamente storiche e sociali; affondavano nella melma dei loro sogni e nel catrame della loro anima. Erano egoisti e immaturi, come dei figli che avessero voluto vivere da orfani, nutrendosi della nera ricchezza dei loro padri.
Fu in quel frangente che Raviola si accorse delle presenza di Sara. Vide una ragazza con un ampia capigliatura, colma di riccioli disordinati, che contrastava con un viso delicato e perfettamente inciso. Gli occhi erano chiari e luminosi, particolarmente accesi. Sara plaudiva, quasi con frenesia, alle parole di odio degli ultimi interventi.
Raviola scese di un paio di gradini. Si avvicinò a lei, con aria ingenua.
“Il compagno sul palco ha perfettamente ragione. Tutte le analisi sono inutili, se l’intelligenza non diventa da strumento teorico, un arma del proletariato di massa!”
Sara si voltò verso di lui con simpatia. Sorrise in modo complice, ma non disse nulla. L’occupazione dell’Università proseguì nella notte.
Al termine dell’assemblea Raviola vide alcuni giovani spogliarsi dei vestiti. Ne ammucchiarono un poco sulla cattedra centrale. Uno dei tanti uomini barbuti balzò in piedi sul tavolo. Era completamente nudo e con aria leggermente inebetita. Tremava un po’ per il freddo e per l’ebbrezza. Versò un po’ di grappa da una bottiglia. Inzuppò la somma di quel cumulo di abiti, e poi lo diede alle fiamme con un fiammifero. Molti si misero a urlare e a ridere sguaiatamente.
“Ci liberiamo dei panni borghesi, come fece San Francesco. Mettiamo, dunque, a ferro e a fuoco la stupidità della società dei consumi. Liberiamoci di ogni inibizione. Offriamo la nudità dei nostri corpi contro i cannoni della guerra imperialista!”
Un coro di voci, stavolta ammantate di una sinistra purezza, levava un baccano che sembrava piuttosto una litania e, infine, una preghiera:
“Pace e amore. Pace e amore. Pace e amore”.
Sara era tra loro. Immersa in quel livido rituale. Fu in quel momento che Raviola provò pietà per lei. Un sentimento terribile, poiché gli fu chiaro quel che sarebbe potuto accadere. Raviola provò a chiudere gli occhi. S’immaginò rapidamente il soffio di un vento carico di umori letali che avrebbe inghiottito tutti. Le persone che stavano lì erano tutte in pericolo di vita. Il corso degli eventi li avrebbe travolti. La loro Fede era cattiva.
Raviola non poteva far nulla per fermare la rovina; al contrario si sentiva come uno strumento nelle mani di Dio e dello Stato, che avrebbe dovuto agire come un angelo sterminatore, come un vendicatore spirituale.
I suoi sentimenti per Sara erano dunque guidati dalla mano d’acciaio della Provvidenza. Raviola slacciò i piccoli bottoni della sua camicia di flanella. Si accostò al drappello festante. Sara urlava e scuoteva vigorosamente i suoi capelli, come fosse una furia. Altri gridavano intorno: “Paradise now! Paradise now! Perché pagare per essere felici?” Raviola tirò un sorso da una bottiglia passatagli da un ragazzo con i capelli lunghi e che gli coprivano le scapole; dopodiché si avvicinò alla ragazza e le posò sorridendo una mano tutelare sulla spalla nuda.
Sara si voltò, sorrise e lo riconobbe. Era il tipo che era apparso prima, il compagno rivoluzionario che condivideva la scelta della futura e inevitabile lotta armata.
[...]