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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Domanin su 'Nuovi Argomenti: Aetna Furens

di IGINO DOMANIN
[Sul numero 29 di Nuovi Argomenti, intitolato TUTTI A CASA (ne parlo qui), appare uno dei racconti che Igino Domanin sta per pubblicare nella raccolta Gli ultimi giorni di Lucio Battisti, per i tipi peQuod. Traggo da questa narrazione furibonda due brani, che testimoniano della prosa ipnotica e violenta di Domanin. Come anticipato, il libro di Domanin, insieme a quelli di Piperno, di Colombati e di Pincio, costituirà un filo rosso di quest'anno Miserabile: me ne occuperò a più riprese. Buona lettura! gg]

igiaetna.jpgVivo come uno straniero da decenni. Forse da sempre.
Abito a Milano da quasi venti anni. Mi trovo sprofondato in un sofà rosso rubino. Ho in mano il controllo remoto dei suoni del mio Hi-Fi metallizzato. E’un pomeriggio un poco ipnotico. Pieno di pesche, fragole, ciliegie e mirtilli. Gioisco degli arrangiamenti per archi delle bossa novas di Tom Jobim. Ascolto un brano dedicato all’agonia di un dio marino. Mi piace affondare nei misteri acquatici. Mi sento a mio agio tra i tritoni e l’eros strafottente di Nettuno. Mi piacciono le ragazze in costume da bagno. Mi piacciono i bikini e le mulatte che sculettano. Che mi fanno l’occhiolino, mentre sventro una aragosta con le mani febbricitanti. Abissi, voi conoscete i misteri di un mare profondo e infinito!

Jobim, dopo i successi ottenuti con Nelson Riddle e Claus Ogerman, dopo aver sposato il ritmo brasiliano alle effervescenze dello swing, si ritraeva dal palcoscenico. Viveva su spiagge oceaniche. In capanne poverissime. Guardava per ore il gioco delle onde, l’ebbrezza delle schiume e i riccioli dei cavalloni. Vestiva di bianco. Rimaneva sempre all’ombra. Sembra impossibile: ma in momenti così si potrebbe morire di crepacuore. Lo struggimento della vita è di una dolcezza insopportabile.
Joe Dassin concluse i suoi sogni di antropologo e musicista tra i vapori di un estatico resort a Tahiti. Nelle estati primordiali, tra gli svaghi marini, tra le primizie offerte dal sole, c’è pure la morte e l’occhio di fuoco che tutto incendia.
La mia infanzia l’ ho passata a Catania. Per caso. Mio padre ha lavorato per un lungo periodo in Sicilia. Io ci sono cresciuto.
Andavo al mare su delle strane palafitte. Stabilimenti balneari, edificati secondo il modello di architetture preistoriche, già apprezzate nelle letture dei sussidiari elementari, che ospitavano le mie peregrinazioni di adolescente. Confuse ed accecate.
Giravo tra lunghe fila di cabine. Ho visto pupe bionde in costume intero, mentre in silenzio masticavano la pasta filante dei timballi.
Ho sentito per ore gli schiamazzi dei monelli, che s’infilavano dappertutto, al di sotto delle tavole di legno dell’impalcatura sulla quale ci trovavamo. Ogni tanto scendevo sulle rocce laviche. Mi sedevo sui massi. Tutto era fuoco. Che m’incendiava i pensieri. Quasi eiaculavo. Era una furia demente, cieca, senza scopo. Che mi portava a ricordare con rabbia, come fossi uno di quei teddy boys senza causa né scopo. Per ore studiavo l’inquieta morfologia delle acque, il plesso dinamico dell’elemento informale e delle figure, il gioco del nero fondo e del riflesso adamantino della superficie. Le macchie e le linee. Il fatto aptico e il costrutto ottico.
Rimembro l’arroganza dei rugbisti etnei.
[...] In quel periodo: vado spesso a teatro. Catania è una città ricchissima di teatri. Di ogni specie.
Vincenzo Bellini è nato in questa città. Il calco della maschera di cera del suo volto è conservato in un piccolo museo. Si tratta della testimonianza fedele del viso di un uomo appena morto, nitido e pulito, una maschera che mi sarebbe piaciuto indossare per una festa di carnevale. Il naturale relax della morte. Morire su una spiaggia di Taormina, verso maggio, al tramonto. Seduti su una sdraio con un plaid appoggiato sulle gambe, quando non si hanno più forze. Neanche per trattenere nelle mani un bicchiere colmo di Campari e succo d’arancia. Non fa freddo. La luce è poca. Ma tutto è dolce. Magari Bellini era morto così, mentre canticchiava Casta diva e beveva l’assenzio. Poi avevano messo una maschera sulla sua faccia. Aveva un’espressione colma di un’estasi distante e inafferrabile. L’impronta era rimasta per sempre. La sua espressione era stata codificata nella traccia del calco. Tutte le nostre espressioni potrebbero essere frutto di un codice.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 4 Marzo 2005

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