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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Ascesa al Monte Ventoso e metafisica petrarchesca

luzimv.jpgL'ultima poesia di Mario Luzi, che pubblico qui di seguito, si iscrive in una tradizione precisa, che ha inizio nella letteratura italiana con la finzione allegorica dell'Ascesa al Monte Ventoso di Petrarca, una delle Rerum Familiarium. Petrarca allegorizza la scalata alpigiana per tentare vanamente (cioè: oltre la metafora) di parlare di ciò di cui non si può parlare, e cioè la Vita Beata. L'ascesa come ascensione come ascesi: ecco il punto qualificante di una simile tradizione. Tuttavia, se accosto il testo di Luzi a quello di Petrarca, è per stabilire l'insufficienza della metafisica cantata del nostro contemporaneo. La fondamentale diversità tra i due approcci è che quello di Luzi non è estatico e non è esperienziale: è letterario in senso laico. Quello di Petrarca è invece allegorico, secondo il senso benjaminiano che l'ultrapsichica miserabile adotta a proposito della potenza allegorica. Il commento che faccio ai due testi è stringato. Più importante è che qui ci si limita a giustapporre i testi, segnando con autoritari corsivi i termini che risultano significativi, nella prospettiva segnalata, all'esperienza allegorica che si compie in Petrarca e non si compie in Luzi.

* * *

Il termine, la vetta
di quella scoscesa serpentina
ecco, si approssimava,
ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento
i magri rimasugli
di una tappa pellegrina
su alla celestiale cima.

Poco sopra
alla vista
che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto...
immaginarlo
già era beatitudine
concessa
più che al suo desiderio al suo tormento.
Sì, l' immensità, la luce
ma quiete vera ci sarebbe stata?
Lì avrebbe la sua impresa
avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata...
Questo temeva, questo desiderava


L'esito del percorso esistenziale e metafisico è commisurato al fatto che questo percorso, in Luzi, non è frutto di un'operazione interiore. L'ascensione non è di ordine ascetico, non è quindi trasformativa. Il soggetto dell'esperienza, per cancellarsi in quanto soggetto di esperienza, si figura di salire a un grado di ulteriore esperienza: resta soggetto. Se paura e desiderio sono, per qualunque metafisica, i nodi da sciogliere nel corso del percorso interiore, qui il soggetto arriva all'ultimo (all'ultimo verso) temendo e desiderando. Non è dunque di ascendenza né dantesca né petrarchesca l'esperienza letteraria che origina questa poesia di Luzi, nonostante gli algebrici rimandi stilistici. E' speranza, nemmeno rapimento estatico. E' una poesia esistenzialista, questa, e lo è nel senso sartriano del termine, il che dovrebbe dire molto della supposta trascendenza di cui Luzi sarebbe stato il cantore. E' precisamente il discrimine tra la metafisica veicolata dalla tradizione letteraria italiana (almeno fino a Giordano Bruno) e l'esperienza metafisica moderna. Laddove si allegorizzava un processo realizzativo interiore, qui ora si enuncia in sede di dualità (io vedo l'oggetto metafisico, enuncio la separazione tra me e la trasparente spera) un'esigenza di ricongiunzione che non assume mai caratteri di esperienza identitaria e quindi indicibile. L'esperienza antiallegorica è esattamente questo: timore e desiderio restano i lasciti di un'ascesi neppure iniziata e vissuta come semplice intensificazione della speranza che ha per oggetto la ricongiunzione con un divino, per lo più avvertito nella sua distanza dall'umano.
E ora: Petrarca.

Francesco Petrarca, "Familiarium Rerum Libri", dalla 'Lettera a Dionigi di Borgo di San Sepolcro, dell'Ordine di sant'Agostino, professore della Sacra Pagina, intorno ai propri affanni' (nota come Lettera del Ventoso):

Oggi, soltanto per il desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, che non a torto chiamano Ventoso. [...] Partiti nel giorno stabilito, giungemmo la sera a Malaucena, paese alle falde del monte, verso tramontana. Ivi trattenutici un giorno, oggi finalmente, con due servi, facemmo la salita non senza molta difficoltà; poiché la mole sassosa del monte è scoscesa e quasi inaccessibile; ma ben disse il poeta: 'L'ostinato lavoro tutto vince'. Il giorno lungo, l'aria mite, la buona volontà, il vigore e la destrezza delle membra e altre cose di tal genere favorivano gli alpinisti; solo era d'ostacolo la natura del luogo. Trovammo in una valletta del monte un vecchio pastore, che con molte parole cercò di dissuaderci dal salire, narrandoci come cinquanta anni fa, preso dal nostro medesimo ardore giovanile, egli era salito sulla cima, e non ne aveva riportato altro che delusione e fatica, e il corpo e le vesti lacerate dai sassi e dai pruni [...]. Mentre egli così si scalmanava, in noi – com'è nei giovani, restii ad ogni consiglio – cresceva per quel divieto il desiderio. [...] Dopo aver lasciato presso di lui vesti ed altri oggetti che avrebbero potuto esserci d'imbarazzo, soli ci accingemmo all'ascensione e c'incamminammo di buona lena. Ma, come spesso accade, a quel primo grande sforzo seguì presto la stanchezza; sicché ci fermammo su una rupe non molto lontana. Partiti di lì, avanzammo ma più lentamente; io soprattutto m'arrampicavo per il sentiero montano con passi più moderati, mentre mio fratello per una scorciatoia attraverso il crinale del monte saliva sempre più in alto; io, più fiacco, discendevo verso il basso, e a lui che mi chiamava mostrandomi la via giusta rispondevo dall'altro fianco del monte che speravo di trovare un più facile accesso, e che non mi rincresceva di fare una via più lunga ma più agevole. Era questo un pretesto per scusare la mia pigrizia, e mentre i miei compagni erano ormai in cima, io erravo ancora nelle valli, senza che mi apparisse da alcuna parte una via migliore; il cammino diveniva più lungo e l'inutile fatica mi stancava. Finalmente, ormai annoiato e pentito di quegli andirivieni, mi decisi a spingermi direttamente in su [...] Avevamo appena lasciato quel colle, ed ecco che, dimentico del mio primo errore, io comincio a ricadere in basso, e di nuovo [...] mi trovo in mezzo a gravi difficoltà. [...] Così, pieno di delusione, mi sedei in una valle; e lì, passando con l'agile pensiero dalle cose materiali alle incorporee, mi rivolgevo a me stesso con queste o simili parole: 'Quello che tante volte ti è oggi accaduto nel salire questo monte, sappi che accade a te e a molti, quando si accostano alla vita beata; e se di questo gli uomini non così facilmente si accorgono, gli è che i movimenti del corpo sono a tutti visibili, quelli invece dell'animo invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata, è posta in alto; e stretto, come dicono, è il sentiero che vi conduce [...]'.

Il passo petrarchesco qui riprodotto non è completo. Nei vuoti e in quel che segue oltre la fine del passo, il Miserabile Lettore troverà chiavi allegoriche fondamentali e di ordine più profondo (in calce a questo sintetico commento, riproduco l'intero orginale latino della lettera di Petrarca). I brani citati definiscono una fase iniziale dell'ascesi, di cui l'autore del Canzoniere compie debita allegorizzazione. Si tratta infatti della fase detta nigredo: fase composta da fasi antagoniste, per cui anziché salire sembra di discendere. Si perde tempo e si è delusi. E' il momento in cui la delusione diviene magistrale, cioè voce della profondità dell'interiore umano (in realtà, di qualunque interiore, anche non umano): il mondo attrae e delude, questo movimento stanca l'uomo, che è costretto a considerare l'effettività del paesaggio interiore. Quando si afferma che, con l'Ascesa al Monte Ventoso, Petrarca consegna alla nuova cultura umanistica dell'occidente la scoperta dell'interiorità, si dice la verità e la si perde con un solo atto enunciativo. La cultura contemporanea davvero fatica a ritrovare, nell'allegorema, il nucleo vuoto, di pura esperienza interiore, con cui la letteratura invita da sempre a considerare il mito come un lavoro psichico (più che psichico) da effettuare. Su questo piano, la lezione nondualista di Petrarca non dista molto dalle pratiche meditative bruniane o del comparto ficiniano. L'interpretazione dell'interiorità viene legata, dagli esegeti contemporanei, a un'esperienza politico-spirituale che è estremamente distante dal livello di lavoro interiore a cui si richiama, agostinianamente, il Petrarca. Esemplare è, in questo senso, l'interpretazione che Eugenio Garin, il massimo studioso contemporaneo di Umanesimo, dà degli intenti di questa lettera. Riporto qui l'esegesi di Garin, che ai miei occhi è un'interpretazione che sostituisce la metafora all'allegoria. Così Garin riesce a trovare in Petrarca un'avversione per l'indagine del mondo che in Petrarca non ha il significato attribuitole dal grande studioso italiano. La ricomposizione in unità, secondo tecniche meditative ("così io in queste brevi frasi silenziosamente riflettendo"), diviene per Garin un'esasperazione dualistica. Garin guarda al distacco come opzione politica, tesa all'annullamento del mondano, che andrebbe recuperato in base a una charitas, a una pietas, che non sono più le originali forze allegoriche, bensì solamente potenze metaforiche, cioè esprimentisi socialmente, orizzontalmente, esternamente, dualisticamente. Previo a questo recupero in pietas del mondo, è per la nostra contemporaneità un "no" politico. Se riguardato in questo modo, l'esoterismo petrarchesco (e ogni esoterismo) diventa una potenza incontrollabile sul piano politico: un tragico equivoco, un equivoco devastante. Ecco il passo da Garin:
Ritirarsi in solitudine significava per Petrarca ritrovare tutta la ricchezza della propria interiorità, ritrovare il contatto con Dio, aprirsi la strada a un valido contatto col prossimo. La solitudine non era monastico ritiro in barbaro isolamento, ma iniziazione a una società più vera, a una charitas effettiva. L'appello all'interiorità che Petrarca rinnova in termini agostiniani non suona isolamento, ma esaltazione del mondo umano, del mondo dei valori e dell'azione, del linguaggio e della società che congiunge oltre il tempo e lo spazio, oltre ogni limite. La celebre epistola a frate Dionigi da Borgo San Sepolcro, ove descrive l'ascesa sul monte Ventoso, è la presentazione vivissima di questa conversione dalla natura allo spirito, necessaria premessa per una nuova valutazione del regno dello spirito. «E come Antonio, udite queste parole, più non cercò; come Agostino, dopo tale lettura, non andò più oltre; così io in queste brevi frasi silenziosamente riflettendo compresi tutta la stoltezza dell'uomo che, trascurato ciò che possiede di più nobile, si disperde nelle molte cose esterne, e quasi svanisce nelle parvenze del mondo esteriore, cercando fuori quello che dentro di sé già possedeva». Il monte che prima s'innalzava altissimo sembra ben misera cosa; «ne guardai la cima - esclama il poeta - e più non raggiungeva un cubito confrontata all'abissale profondità della contemplazione umana».
La ricchezza del Petrarca è forse tutta qui, nell'insistenza su queste esperienze fondamentali con cui l'uomo, stracciato il velo dell'interiore illusione che lo chiude a se stesso, si ritrova nella propria miseria e nella propria nobiltà. Ed eccolo indugiare particolarmente sul pensiero della morte, esortando gli uomini a riconoscere se stessi nella seria meditazione della propria morte. «Nessuno crede alla propria morte» - esclama in una lettera; e altrove descrive il suo andar raffigurando l'agonia, e lo sfacelo del corpo, e il dolore, e lo spengersi atroce di ogni vigore. «Te a te medesimo restituisci; ... straccia i veli, e dischiuse le tenebre ficca in quella gli occhi, e guarda che noli passi alcun dì, né alcuna notte, la quale non ti porga la memoria dell'estremo tempo». Che è, non tanto ascetica rinuncia, quanto restituzione di sé a se stesso. Poco prima il Petrarca aveva esaltato la gloria. Solo che l'uomo, per vivere in sincera umanità, deve cogliere sé medesimo nella sua verità, ricordandosi sempre della sua condizione. Comunque il problema di Petrarca è questo; la sua filosofia, profondamente avversa alle vuote dispute delle scuole, è indagine sulla vita degli uomini. L'amico suo Bonsembiante Badoer, muovendosi per entro gli schemi dell'ultima scolastica, aveva riconosciuto il fallimento cui andava incontro lo sforzo di un millennio. Non sappiamo se nei «lunghi colloqui», cui accenna il poeta, comunicasse all'amico i resultati della propria ricerca. Certo è che il Petrarca si mostrò sempre fieramente avverso alla filosofia ufficiale di Padova, di Bologna e di Parigi, tutta impegnata nei problemi logici e fisici che il tardo nominalismo andava esasperando. La sua crudele condanna dell'indagine naturalistica, della medicina, della scienza averroistica, significava richiamo alle scienze dello spirito, all'indagine intorno all'anima ed alla vita umana. «Costui molte cose sa delle belve, degli uccelli, e dei pesci, e ben conosce quanti crini il leone abbia sul capo, e quante penne nella coda lo sparviero, e con quante spire il polipo avvolga il naufrago; ... come la fenice, abbruciata da fuoco aromatico, quindi rinasca, e il riccio fermi una nave spinta a qualsiasi velocità, ma tratto dall'acqua perde ogni potere... Cose, tutte, in gran parte... false; ma quand'anche fossero vere, a nulla servirebbero per la vita beata. Io infatti mi domando a che giovi il conoscere la natura delle belve e degli uccelli e dei pesci e dei serpenti, ed ignorare o non curar di sapere la natura dell'uomo, perché siam nati, donde veniamo, dove andiamo».
Alla vana ricerca intorno alla natura delle cose Petrarca oppone recisamente l'indagine umana, una umile filosofia degli uomini e della città terrena da loro edificata. Il mondo di Dio è chiuso con sette sigilli alla mente finita, ed è empio e fuori luogo volerlo penetrare. «I segreti della natura, i ben più difficili misteri di Dio, che noi accettiamo con umile fede, costoro con superba iattanza si sforzano di comprendere, ma non li raggiungono, né ad essi neppur si avvicinano; gli stolti credono di stringer nel loro pugno il cielo, contenti della loro falsa opinione par loro realmente di stringerlo, felici nell'errore; né da tanta pazzia vale a ritrarli l'assurdità dell'impresa, così bene espressa dalle parole dell'Apostolo ai Romani: Chi conosce gli arcani di Dio? Chi fu a parte de' suoi consigli?».

Ecco, infine, il testo completo in latino dell'epistola del monte Ventoso:
[1]
altissimum regionis huius montem, quem non immerito Ventosum vocant, hodierno die, sola videndi insignem loci altitudinem cupiditate ductus, ascendi. multis iter hoc annis in animo fuerat; ab infantia enim his in locis, ut nosti, fato res hominum versante, versatus sum; mons autem hic late undique conspectus, fere semper in oculis est.

[2]
cepit impetus tandem aliquando facere quod quotidie faciebam, praecipue postquam relegenti pridie res Romanas apud Livium (Liv., ab urbe cond. 40, 21, 2-4; 40, 22, 4-6) forte ille mihi locus occurrerat, ubi Philippus Macedonum rex - is qui cum populo Romano bellum gessit - Haemum montem Thessalicum conscendit, e cuius vertice duo maria videri, Adriaticum et Euxinum, famae crediderat, vere ne an falso satis comperti nihil habeo, quod et mons a nostro orbe semotus et scriptorum dissensio dubiam rem facit. ne enim cunctos evolvam, Pomponius Mela (Pomp. Mela, de chorogr. 2, 17) cosmographus sic esse nihil haesitans refert; Titus Livius falsam famam opinatur; mihi si tam prompta montis illius experientia esset quam huius fuit, diu dubium esse non sinerem.

[3]
ceterum, ut illo omisso, ad hunc montem veniam, excusabile visum est in iuvene privato quod in rege sene non carpitur. sed de socio cogitanti, mirum dictu, vix amicorum quisquam omni ex parte idoneus videbatur: adeo etiam inter caros exactissima illa voluntatum omnium morumque concordia rara est.

[4]
hic segnior, ille vigilantior; hic tardior, ille celerior; hic maestior, ille laetior; denique hic stultior, prudentior ille quam vellem; huius silentium, illius procacitas; huius pondus ac pinguedo, illius macies atque imbecillitas terrebat; huius frigida incuriositas, illius ardens occupatio dehortabatur; quae, quamquam gravia, tolerantur domi - omnia enim suffert caritas (1 Cor. 13, 7) et nullum pondus recusat amicitia -; verum haec eadem fiunt in itinere graviora.

[5]
itaque delicatus animus honestaeque delectationis appetens circumspiciensque librabat singula sine ulla quidem amicitiae laesione, tacitusque quicquid proposito itineri praevidebat molestum fieri posse, damnabat. quid putas? tandem ad domestica vertor auxilia, germanoque meo unico, minori natu, quem probe nosti, rem aperio. nil poterat laetius audire, gratulatus quod apud me amici simul ac fratris teneat locum.

[6]
statuta die digressi domo, Malausanam venimus ad vesperam; locus est in radicibus montis, versus in boream. illic unum diem morati, hodie tandem cum singulis famulis montem ascendimus non sine multa difficultate: est enim praerupta et paene inaccessibilis saxosae telluris moles; sed bene a poeta dictum est:


labor omnia vincit
improbus.
(Verg., Georg. 1, 145 sq.)


dies longa, blandus aer, animorum vigor, corporum robur ac dexteritas et siqua sunt eiusmodi, euntibus aderant; sola nobis obstabat natura loci.

[7]
pastorem exactae aetatis inter convexa montis invenimus, qui nos ab ascensu retrahere multis verbis enisus est, dicens se ante annos quinquaginta eodem iuvenilis ardoris impetu supremum in verticem ascendisse, nihilque inde retulisse praeter poenitentiam et laborem, corpusque et amictum lacerum saxis ac vepribus, nec umquam aut ante illud tempus aut postea auditum apud eos quemquam ausum esse similia.

[8]
haec illo vociferante, nobis, ut sunt animi iuvenum monitoribus increduli, crescebat ex prohibitione cupiditas. itaque senex, ubi animadvertit se nequicquam niti, aliquantulum progressus inter rupes, arduum callem digito nobis ostendit, multa monens multaque iam digressis a tergo ingeminans. dimisso penes illum siquid vestium aut rei cuiuspiam impedimento esset, soli dumtaxat ascensui accingimur alacresque conscendimus.

[9]
sed, ut fere fit, ingentem conatum velox fatigatio subsequitur; non procul inde igitur quadam in rupe subsistimus. inde iterum digressi provehimur, sed lentius: et praesertim ego montanum iter gressu iam modestiore carpebam, et frater compendiaria quidem via per ipsius iuga montis ad altiora tendebat; ego mollior ad ima vergebam, revocantique et iter rectius designanti respondebam sperare me alterius lateris faciliorem aditum, nec horrere longiorem viam per quam planius incederem.

[10]
hanc excusationem ignaviae praetendebam, aliisque iam excelsa tenentibus, per valles errabam, cum nihilo mitior aliunde pateret accessus, sed et via cresceret et inutilis labor ingravesceret. interea, cum iam taedio confectum perplexi pigeret erroris, penitus alta petere disposui, cumque operientem fratrem et longo refectum accubitu fessus et anxius attigissem, aliquandiu aequis passibus incessimus.

[11]
vixdum collem illum reliqueramus, et ecce prioris anfractus oblitus, iterum ad inferiora deicior, atque iterum peragratis vallibus dum viarum facilem longitudinem sector, in longam difficultatem incido. differebam nempe ascendendi molestiam, sed ingenio humanae rerum natura non tollitur, nec fieri potest ut corporeum aliquid ad alta descendendo perveniat. quid multa? non sine fratris risu, hoc indignanti mihi ter aut amplius intra paucas horas contigit.

[12]
sic saepe delusus quadam in valle consedi. illic a corporeis ad incorporea volucri cogitatione transiliens, his aut talibus me ipsum compellabam verbis: «quod totiens hodie in ascensu montis huius expertus es, id scito et tibi accidere et multis, accedentibus ad beatam vitam; sed idcirco tam facile ab hominibus non perpendi, quod corporis motus in aperto sunt, animorum vero invisibiles et occulti.

[13]
equidem vita, quam beatam dicimus, celso loco sita est; arcta, ut aiunt, ad illam ducit via (Mt. 7, 14). multi quoque colles intereminent et de virtute in virtutem praeclaris gradibus ambulandum est; in summo finis est omnium et viae terminus ad quem peregrinatio nostra disponitur. eo pervenire volunt omnes, sed, ut ait Naso,


velle parum est; cupias, ut re potiaris, oportet.
(Ov., ep. ex Pont. 3, 1, 35)


[14]
tu certe - nisi, ut in multis, in hoc quoque te fallis - non solum vis sed etiam cupis. quid ergo te retinet? nimirum nihil aliud, nisi per terrenas et infimas voluptates planior et ut prima fronte videtur, expeditior via; verumtamen, ubi multum erraveris, aut sub pondere male dilati laboris ad ipsius te beatae vitae culmen oportet ascendere aut in convallibus peccatorum tuorum segnem procumbere; et si - quod ominari horreo - ibi te tenebrae et umbra mortis (Ps. 107, 10) invenerint, aeternam noctem in perpetuis cruciatibus agere.»

[15]
haec mihi cogitatio incredibile dictu est quantum ad ea quae restabant et animum et corpus erexerit. atque utinam vel sic animo peragam iter illud, cui diebus et noctibus suspiro, sicut, superatis tandem difficultatibus, hodiernum iter corporeis pedibus peregi! ac nescio annon longe facilius esse debeat quod per ipsum animum agilem et immortalem sine ullo locali motu in ictu trepidantis oculi fieri potest, quam quod successu temporis per moribundi et caduci corporis obsequium ac sub gravi membrorum fasce gerendum est.

[16]
collis est omnium supremus, quem silvestres «filiolum» vocant; cur, ignoro; nisi quod per antiphrasim, ut quaedam alia, dici suspicor: videtur enim vere pater omnium vicinorum montium. illius in vertice planities parva est; illic demum fessi conquievimus. et quoniam audivisti quaenam ascendentis in pectus ascenderint curae, audi, pater, et reliqua; et unam, precor, horam tuam relegendis unius diei mei actibus tribue.

[17]
primum omnium spiritu quodam aeris insolito et spectaculo liberiore permotus, stupenti similis steti. respicio: nubes erant sub pedibus; iamque mihi minus incredibiles facti sunt Athos et Olympus, dum quod de illis audieram et legeram, in minoris famae monte conspicio.

[18]
dirigo dehinc oculorum radios ad partes Italicas, quo magis inclinat animus; Alpes ipse rigentes ac nivosae, per quas ferus ille quondam hostis Romani nominis transivit, aceto, si famae credimus (Liv., ab urbe cond. 21, 37, 2), saxa perrumpens, iuxta mihi visae sunt, cum tamen magno distent intervallo. suspiravi, fateor, ad Italicum aerem animo potius quam oculis apparentem, atque inexistimabilis me ardor invasit et amicum et patriam revidendi. ita tamen ut interim in utroque nondum virilis affectus mollitiem increparem, quamvis excusatio utrobique non deforet magnorum testium fulta praesidio.

[19]
occupavit inde animum nova cogitatio atque a locis traduxit ad tempora. dicebam enim ad me ipsum: «hodie decimus annus completur, ex quo, puerilibus studiis dimissis, Bononia excessisti; et, o Deus immortalis, o immutabilis sapientia, quot et quantas morum tuorum mutationes hoc medium tempus vidit! infinita praetereo; nondum enim in portu sum, ut securus praeteritarum meminerim procellarum.

[20]
tempus forsan veniet, quando eodem quo gesta sunt ordine universa percurram, praefatus illud Augustini tui: «recordari volo transactas foeditates meas et carnales corruptiones animae meae, non quod eas amem, sed ut amem te, Deus meus.» (Aug. conf. 2, 1, 1)

[21]
mihi quidem multum adhuc ambigui molestique negotii superest. quod amare solebam, iam non amo; mentior: amo, sed parcius; iterum ecce mentitus sum: amo, sed verecundius, sed tristius; iamtandem verum dixi. sic est enim; amo, sed quod non amare amem, quod odisse cupiam; amo tamen, sed invitus, sed coactus, sed maestus et lugens. et in me ipso versiculi illius famosissimi sententiam miser experior:


odero, si potero; si non, invitus amabo.
(Ov., amor. 3, 11, 35)


[22]
nondum mihi tertius annus effluxit, ex quo voluntas illa perversa et nequam, quae me totum habebat et in aula cordis mei sola sine contradictore regnabat, coepit aliam habere rebellem et reluctantem sibi, inter quas iamdudum in campis cogitationum mearum de utriusque hominis imperio laboriosissima et anceps etiam nunc pugna conseritur». sic per exactum decennium cogitatione volvebar.

[23]
hinc iam curas meas in anteriora mittebam, et quaerebam ex me ipse: «si tibi forte contingeret per alia duo lustra volatilem hanc vitam producere, tantumque pro rata temporis ad virtutem accedere quantum hoc biennio, per congressum novae contra veterem voluntatis, ab obstinatione pristina recessisti, nonne tunc posses, etsi non certus at saltem sperans, quadragesimo aetatis anno mortem oppetere et illud residuum vitae in senium abeuntis aequa mente negligere?»

[24]
haec atque his similes cogitationes in pectore meo recursabant, pater. de provectu meo gaudebam, imperfectum meum flebam et mutabilitatem communem humanorum actuum miserabar; et quem in locum, quam ob causam venissem, quodammodo videbar oblitus, donec, ut omissis curis, quibus alter locus esset opportunior, respicerem et viderem quae visurus adveneram - instare enim tempus abeundi, quod inclinaret iam sol et umbra montis excresceret, admonitus et velut expergefactus -, verto me in tergum, ad occidentem respiciens.

[25]
limes ille Galliarum et Hispaniae, Pirenaeus vertex, inde non cernitur, nullius quem sciam obicis interventu, sed sola fragilitate mortalis visus; Lugdunensis autem provinciae montes ad dexteram, ad laevam vero Massiliae fretum et quod Aquas Mortuas verberat, aliquot dierum spatio distantia, praeclarissime videbantur; Rhodanus ipse sub oculis nostris erat.

[26]
quae dum mirarer singula et nunc terrenum aliquid saperem, nunc exemplo corporis animum ad altiora subveherem, visum est mihi Confessionum Augustini librum, caritatis tuae munus, inspicere; quem et conditoris et donatoris in memoriam servo habeoque semper in manibus: pugillare opusculum, perexigui voluminis sed infinitae dulcedinis. aperio, lecturus quicquid occurreret; quid enim nisi pium et devotum posset occurrere?

[27]
forte autem decimus illius operis liber oblatus est. frater expectans per os meum ab Augustino aliquid audire, intentis auribus stabat. Deum testor ipsumque qui aderat, quod ubi primum defixi oculos, scriptum erat: «et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos.» (Aug., conf. 10, 8, 15)

[28]
obstupui, fateor; audiendique avidum fratrem rogans ne mihi molestus esset, librum clausi, iratus mihimet quod nunc etiam terrestria mirarer, qui iampridem ab ipsis gentium philosophis discere debuissem nihil praeter animum esse mirabile, cui magno nihil est magnum.

[29]
tunc vero montem satis vidisse contentus, in me ipsum interiores oculos reflexi, et ex illa hora non fuit qui me loquentem audiret donec ad ima pervenimus; satis mihi taciti negotii verbum illud attulerat.

[30]
nec opinari poteram id fortuito contigisse, sed quicquid ibi legeram, mihi et non alteri dictum rebar; recolens quod idem de se ipso suspicatus olim esset Augustinus (Aug., conf. 8, 12, 29), quando in lectione codicis Apostolici, ut ipse refert, primum sibi illud occurrit: «non in comissationibus et ebrietatibus, non in cubilibus et impudicitiis, non in contentione et aemulatione; sed induite dominum Iesum Christum, et carnis providentiam ne feceritis in concupiscentiis vestris.» (ad Rom. 13, 13 sq.)

[31]
quod iam ante Antonio acciderat, quando audito Evangelio ubi scriptum est: «si vis perfectus esse, vade et vende omnia tua quaecumque habes et da pauperibus, et veni et sequere me et habebis thesaurum in caelis» (Mt. 19, 21), veluti propter se haec esse scriptura recitata, ut scriptor rerum eius Athanasius ait, ad se dominicum traxit imperium.(Euagrius, vita Antonii 2)

[32]
et sicut Antonius, his auditis, aliud non quaesivit, et sicut Augustinus, his lectis, ulterius non processit, sic et mihi in paucis verbis quae praemisi, totius lectionis terminus fuit, in silentio cogitanti quanta mortalibus consilii esset inopia, qui, nobilissima sui parte neglecta, diffundantur in plurima et inanibus spectaculis evanescant, quod intus inveniri poterat, quaerentes extrinsecus; admirantique nobilitatem animi nostri, nisi sponte degenerans ab originis suae primordiis aberrasset, et quae sibi dederat in honorem Deus, ipse in opprobrium convertisset.

[33]
quotiens, putas, illo die, rediens et in tergum versus, cacumen montis aspexi! et vix unius cubiti altitudo visa est prae altitudine contemplationis humanae, siquis eam non in lutum terrenae foeditatis immergeret. illud quoque per singulos passus occurrebat: si tantum sudoris ac laboris, ut corpus caelo paululum proximius fieret, subire non piguit, quae crux, quis carcer, quis equuleus deberet terrere animum appropinquantem Deo, turgidumque cacumen insolentiae et mortalia fata calcantem?

[34]
et hoc: quotocuique accidet, ut ab hac semita, vel durarum metu rerum vel mollium cupidine, non divertat? o nimium felix! siquis usquam est, de illo sensisse arbitrer poetam:


felix qui potuit rerum cognoscere causas
atque metus omnes et inexorabile fatum
subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari!
(Verg. Georg. 2, 490-92)


o quanto studio laborandum esset, non ut altiorem terram, sed ut elatos terrenis impulsibus appetitus sub pedibus haberemus!

[35]
hos inter undosi pectoris motus, sine sensu scrupulosi tramitis, ad illud hospitiolum rusticum unde ante lucem moveram, profunda nocte remeavi, et luna pernox gratum obsequium praestabat euntibus. interim ergo, dum famulos apparandae cenae studium exercet, solus ego in partem domus abditam perrexi, haec tibi, raptim et ex tempore, scripturus; ne, si distulissem, pro varietate locorum mutatis forsan affectibus, scribendi propositum deferveret.

[36]
vide itaque, pater amantissime, quam nihil in me oculis tuis occultum velim, qui tibi nedum universam vitam meam sed cogitatus singulos tam diligenter aperio; pro quibus ora, quaeso, ut tandiu vagi et instabiles aliquando subsistant, et inutiliter per multa iactati, ad unum, bonum, verum. certum. stabile se convertant.

vale.
VI Kal. Maias, Malausanae.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 3 Marzo 2005

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